L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]
- Автор: Верн Жюль Габриэль
- Год: 1964
- Язык: итальянский
- Год: U. Mursia editore
- Переводчик: Lorenza Ester Aghito
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]». Краткое содержание книги:
Prese queste misure, Cyrus Smith e il ragazzo tornarono ai Camini.
Qui giunto, l’ingegnere prese una pietra piatta, che aveva raccolta durante una delle precedenti escursioni; specie di schisto d’ardesia, sul quale era facile tracciare delle cifre servendosi di una conchiglia aguzza. Egli stabilì, dunque, la proporzione seguente:
15 sta a 500 come 10 sta ad X
Di conseguenza il risultato (cioè X) è 500 per 10, cioè 5000 diviso 15.
Il risultato finale è 333,3
Da cui risultò che la muraglia di granito misurava trecentotrentatré piedi di altezza. (Nota: Si tratta del piede inglese, che corrisponde a 30 centimetri. Fine nota)
Cyrus Smith riprese allora lo strumento che aveva fabbricato il giorno prima, i due bracci del quale, per mezzo della loro divaricazione, gli davano la distanza angolare dalla stella alfa all’orizzonte. Egli misurò con grande esattezza l’apertura di detto angolo su di una circonferenza, che divise in trecentosessanta parti uguali. L’angolo così ottenuto era di dieci gradi. Quindi, la distanza angolare totale fra il polo e l’orizzonte, aggiungendo a essa i ventisette gradi che separano l’alfa del polo antartico e riportando al livello del mare l’altitudine dell’altipiano sul quale era stata fatta l’osservazione, fu trovata essere di trentasette gradi. Cyrus Smith trasse da ciò la conclusione che l’isola di Lincoln era situata al trentasettesimo grado di latitudine australe; oppure, prevedendo un errore di cinque gradi, data l’imperfezione delle sue operazioni, che essa doveva trovarsi fra il trentacinquesimo e il quarantesimo parallelo.
Per completare le coordinate dell’isola, rimaneva da conoscere la longitudine e questa l’ingegnere avrebbe tentato di determinarla in quello stesso giorno, a mezzodì, cioè al momento in cui il sole sarebbe passato al meridiano.
Fu deciso che quella domenica sarebbe stata impiegata in una passeggiata, o piuttosto in un’esplorazione della parte dell’isola posta fra il nord del lago e il golfo del Pescecane e che, se il tempo lo avesse permesso, tale ricognizione sarebbe stata spinta fino al versante settentrionale del capo MandibolaSud. Si sarebbe fatto colazione fra le dune e non si sarebbe ritornati che la sera.
Alle otto e mezzo del mattino, la piccola schiera procedeva lungo l’orlo del canale. Dall’altra parte, sull’isolotto della Salvezza, numerosi uccelli passeggiavano gravemente. Erano marangoni, della specie degli apterigidi, facilmente riconoscibili dal loro strido sgradevole, che ricorda il raglio dell’asino. Essi richiamarono l’attenzione di Pencroff, solo dal punto di vista commestibile; egli apprese perciò, non senza una certa soddisfazione, che la loro carne, benché nerastra, era molto buona da mangiare.
Si vedevano pure strisciare sulla sabbia grossi anfibi, foche indubbiamente, che sembravano aver scelto per rifugio l’isolotto. Era però impossibile considerare questi animali dal punto di vista alimentare, giacché la loro carne oleosa è detestabile; nondimeno, Cyrus Smith li osservò attentamente, e, senza manifestare la propria idea, annunciò ai compagni che molto presto avrebbero fatto una visita all’isolotto.
La riva percorsa dai coloni era cosparsa di innumerevoli conchiglie, alcune delle quali avrebbero fatto la gioia di un appassionato di malacologia. C’erano, fra le altre, fasianelle, terebratule, trigonie, ecc. Ma una scoperta assai più utile fu fatta da Nab fra le rocce, a circa quattro miglia dai Camini: un vasto banco di ostriche allora emergente per la bassa marea.
«Nab non ha perduto la sua giornata» esclamò Pencroff, osservando il banco d’ostriche che si stendeva al largo.
«È una fortunata scoperta, infatti,» disse il giornalista «e se, come si afferma, l’ostrica produce dalle cinquanta alle sessantamila uova all’anno, ne avremo una riserva inesauribile.»
«Soltanto, credo che l’ostrica non sia molto nutriente» disse Harbert.
«No» rispose Cyrus Smith. «L’ostrica contiene solo pochissima materia azotata, e a un uomo, che si nutrisse esclusivamente di ostriche, non ne occorrerebbero meno di quindici o sedici dozzine al giorno.»
«Bene!» rispose Pencroff. «Noi potremo inghiottirne delle dozzine di dozzine, prima d’aver esaurito quel banco. Se ne prendessimo alcune per la nostra colazione?»
E senza aspettar risposta, ben sapendo in anticipo che la sua idea era approvata, il marinaio, aiutato da Nab, distaccò una certa quantità di quei molluschi. Furono messi in una specie di rete, che Nab aveva confezionata con fibre di ibisco, e che conteneva già le altre vivande per il desinare; poi si proseguì lungo la costa tra le dune e il mare.
Di tanto in tanto, Cyrus Smith consultava l’orologio, allo scopo di prepararsi in tempo per l’osservazione solare, che doveva essere fatta a mezzogiorno in punto.
Tutta la parte dell’isola che i coloni percorrevano quella mattina era aridissima, fino alla punta che chiudeva la baia dell’Unione, e che aveva ricevuto il nome di capo MandibolaSud. Non vi si vedeva che sabbia e conchiglie, mescolate a residui di lava. Alcuni uccelli marini frequentavano quella costa desolata: gabbiani, grandi albatri, e anche anatre selvatiche, che eccitarono giustamente la cupidigia di Pencroff. Egli tentò, si, di abbatterle a frecciate, ma inutilmente, giacché esse non si posavano, e si sarebbe dovuto colpirle al volo.
Il nuovo insuccesso spinse il marinaio a ripetere all’ingegnere:
«Vedete, signor Cyrus, finché non avremo uno o due fucili da caccia, la nostra attrezzatura lascerà sempre a desiderare!»
«Indubbiamente, Pencroff,» rispose il giornalista «ma non dipende che da voi! Procurateci ferro per le canne, acciaio per i percussori, salnitro, carbone e zolfo per la polvere, mercurio e acido azotico per il fulminato, e infine piombo per i proiettili, e Cyrus ci farà dei fucili di prim’ordine.»
«Oh!» rispose l’ingegnere «potremo senza dubbio trovare nell’isola tutte queste sostanze, ma un’arma da fuoco è uno strumento delicato, che necessita di utensili di grande precisione. Insomma, vedremo più tardi.»
«Ah! Perché mai,» esclamò Pencroff «perché mai abbiamo gettato via tutte le armi che avevamo con noi nella navicella, e anche gli utensili e perfino i nostri coltelli da tasca!»
«Ma, se non ce ne fossimo sbarazzati, Pencroff, saremmo noi che il pallone avrebbe sepolto in fondo al mare!» rispose Harbert.
«Anche questo è vero, ragazzo mio!» osservò il marinaio. «Ma,» aggiunse, passando a un’altra idea, «pensate quale sarà stato lo sbalordimento di Jonathan Forster e dei suoi compagni quando, l’indomani mattina, avranno trovato piazza pulita e il pallone scomparso!»
«Sapere quello che hanno potuto pensare, è l’ultima delle mie preoccupazioni!» disse il cronista.
«Sono stato proprio io che ho avuto quell’idea!» disse Pencroff, con aria soddisfatta.
«Una bella idea davvero, Pencroff» rispose Gedeon Spilett ridendo «e che ci ha condotti dove siamo!»
«Preferisco essere qui che nelle mani dei sudisti!» esclamò il marinaio «soprattutto da quando il signor Cyrus ha avuto la bontà di venirci a raggiungere!»
«E io pure, in verità!» replicò il giornalista. «D’altronde, che cosa ci manca? Niente!»
«O piuttosto… tutto!» rispose Pencroff, che scoppiò a ridere, scuotendo le larghe spalle. «Ma un giorno o l’altro troveremo il modo di andarcene!»
«E forse più presto che non l’immaginiate, amici miei» disse allora l’ingegnere «se l’isola di Lincoln è a una distanza media da un arcipelago abitato o da un continente. Fra un’ora e anche meno lo sapremo. Non ho qui la carta del Pacifico, ma la mia memoria ha conservato un ricordo molto esatto della sua parte meridionale. La latitudine che ho ottenuto ieri pone l’isola di Lincoln fra la Nuova Zelanda a ovest, e la costa del Cile a est. Ma fra le due terre la distanza è almeno di seimila miglia. Resta, dunque, da determinare che punto occupa l’isola in così largo spazio di mare e questo dato ce lo fornirà adesso la longitudine, e con discreta approssimazione, spero.»