Il giorno del perdono [Four Ways to Forgiveness - it]
- Автор: Гуин Урсула К. Ле
- Серия: Ecumene #7
- Год: 1997
- Язык: итальянский
- Год: Fanucci
- ISBN: 88-347-0587-4
- Переводчик: Giancarlo Carlotti
- Жанр: Социально-философская фантастика
Электронная книга - «Il giorno del perdono [Four Ways to Forgiveness - it]». Краткое содержание книги:
Lei aveva il dono, così almeno sembrava a Zhiv, del perfetto equilibrio. Stando con lei aveva provato la sensazione, per la prima volta nella vita, di imparare a camminare. Camminare come faceva lei, con la scioltezza e disinvoltura di un animale e tuttavia conscia e vigile, prestando attenzione a tutto ciò che avrebbe rischiato di farle perdere l'equilibrio, e usandolo come un acrobata sulla fune usa la sua lunga pertica… Questa, pensò, è una conoscitrice della vera libertà di spirito, è una donna libera di esprimere tutta la sua umanità, la quintessenza della misura e della grazia.
Era assolutamente felice quand'era con lei, non domandava di meglio che stare assieme a lei. A lungo Tiu rimase guardinga nei suoi confronti, gentile ma distante. Un ragazzo di villaggio, uno che confondeva suo zio con suo padre, ecco che cos'era lui qui, agli occhi dei malevoli e dei timorosi del diverso. Nonostante la loro conoscenza dei diversi stili di vita umani, gli storici non avevano superato l'umana tendenza all'intolleranza. Tiu non aveva pregiudizi, ma cos'aveva lui da offrirle? Lei aveva, ed era, tutto. Perché l'avrebbe dovuto guardare? Se soltanto gli avesse permesso di guardarla, di stare insieme a lei, non avrebbe desiderato altro.
Lei lo aveva guardato, le era piaciuto, lo aveva trovato interessante e un po' inquietante. Aveva notato come lui la desiderava, come aveva bisogno di lei, come l'aveva messa al centro della propria vita senza neanche rendersene conto. Non andava bene. Aveva cercato di essere fredda, di allontanarlo. Lui si era adeguato. Non era stato a supplicare. S'era tenuto lontano.
Ma dopo quindici giorni era tornato da lei e le aveva detto, «Tiu, non posso vivere senza di te». Sapendo che Zhiv diceva la pura verità, lei aveva risposto, «Allora vivi con me per un po'». Le era mancato l'ardore che emanava dalla sua presenza. Tutti gli altri sembravano così tranquilli, così misurati.
I loro incontri amorosi erano piacere immediato, immenso, continuo. Tiu era stupita di se stessa, dell'attrazione folle che provava per Zhiv, della capacità che aveva quell'uomo di mandarla in orbita. Non aveva mai immaginato che cosa significasse adorare qualcuno, men che meno essere adorata. Aveva condotto una vita ordinata, nella quale il controllo era personale e interiore, non sociale ed esterno com'era stato per Zhiv a Stse. Sapeva che cosa voleva essere e che cosa voleva fare. C'era in lei una direzione precisa che avrebbe sempre seguito, come il nord l'ago di una bussola. Il loro primo anno insieme fu una serie continua di cambiamenti e di ribaltamenti del loro rapporto, una sorta di eccitante danza d'amore, imprevedibile, estasiante. Poi lei cominciò poco per volta a resistere al coinvolgimento, all'intensità, all'estasi. Era molto piacevole ma era sbagliato, pensava. La direzione del suo ago magnetico interno la stava portando di nuovo lontano da lui, e lui stava lottando con tutto il suo essere per trattenerla.
Zhiv era appunto impegnato in questa lotta al termine di una lunga giornata di viaggio nel deserto di Asu Asi su Ve, sotto la loro tenda fabbricata a Gethenia, miracolosamente calda. Un vento secco, gelido, fischiava fra le alture di roccia rossa sopra di loro. Erano state levigate dall'incessante soffio del vento fino a una levigatezza smaltata, e solcate da ampie tracce geometriche di una civiltà scomparsa.
Potevano sembrare fratello e sorella, mentre sedevano al chiarore della stufa di Chabe: identico era il loro colorito bruno-rossastro, identici i folti, lucidi capelli neri, e la corporatura snella e solida. La serietà e la calma da uomo di villaggio nella voce e nei gesti di Zhiv facevano da contrappunto all'eloquenza, spigliatezza e vivacità di Tiu.
Ora però Tiu stava parlando lentamente, quasi con sforzo. «Non costringermi a scegliere, Zhiv,» disse. «È da quando ho iniziato i miei studi che desidero andare su Terra. Da prima ancora. Fin da bambina. Tutta la vita. Adesso mi si offre la realizzazione del desiderio e dello scopo che perseguo da sempre. Come puoi chiedermi di rifiutare?»
«Non te l'ho chiesto.»
«Ma vuoi che rimandi la cosa. Se lo facessi, potrei perdere per sempre questa opportunità. O forse no. Ma perché correre il rischio, per un anno? Mi puoi raggiungere tu l'anno prossimo!»
Lui non disse nulla.
«Se t'interessa,» aggiunse lei con voce dura. Era sempre stata fin troppo pronta a rinunciare a ogni pretesa su di lui. Forse non aveva mai creduto fino in fondo al suo amore. Non si considerava tanto amabile, così degna della sua appassionata devozione. Ne era spaventata, si sentiva inadeguata, in una posizione falsa. La sua autostima era limitata all'intelletto. «Mi tratti come se fossi un dio,» gli aveva detto una volta, e non aveva capito quando lui aveva risposto, con gioiosa solennità, «Noi due insieme siamo un dio».
«Mi dispiace,» le stava dicendo adesso. «È un modo diverso di considerare le cose. Superstizione, se vuoi. Non ci posso far nulla, Tiu. Terra si trova a centoquaranta anni-luce di distanza. Se parti, quando sarai arrivata io sarò morto.»
«Non è vero! Avrai vissuto qui ancora per un anno, sarai in viaggio per laggiù, e arriverai un anno dopo di me!»
«Lo so. Queste cose si imparano perfino a Stse,» replicò Zhiv, paziente. «Ma io ho le mie superstizioni. Saremo morti l'uno per l'altro, se parti. Questo dovresti averlo imparato perfino a Kathhad.»
«No. Non è vero. Come puoi chiedermi di rinunciare a questa opportunità per qualcosa che tu stesso riconosci essere una superstizione? Sii onesto, Zhiv!»
Dopo un lungo silenzio, lui chinò il capo.
Lei rimase seduta, esterrefatta dalla sua vittoria. Una vittoria amara.
Si avvicinò a Zhiv, cercando di far coraggio a lui e a se stessa. Era atterrita dal suo umore cupo, dal suo dolore, dalla sua muta rassegnazione al tradimento. Ma non era tradimento! Respinse subito quella parola. Non avrebbe mai potuto tradirlo. Erano innamorati. Si amavano. Lui l'avrebbe seguita dopo uno, al massimo due anni. Erano adulti, non potevano restarsene aggrappati insieme come bambini. Le relazioni tra adulti sono basate sulla libertà reciproca. Si diceva tutto questo mentre si rivolgeva a Zhiv. Lui disse di sì, l'abbracciò, la confortò. Durante la notte, nel silenzio solenne del deserto, il rombo del sangue nelle orecchie, Zhiv giacque insonne e pensò, È morto senza essere nato. Non è mai stato concepito.
Rimasero insieme nel loro piccolo alloggio alla Scuola durante le poche settimane precedenti la partenza di Tiu. Facevano l'amore con cautela, con dolcezza, parlavano di storia, di economia, di etnologia, si tenevano occupati. Tiu si doveva preparare a lavorare con il gruppo con cui sarebbe partita, e studiava il concetto terrestre di gerarchia. Zhiv doveva stendere una relazione sull'energia generata dall'interazione sociale su Werel. Lavorarono sodo. I loro amici organizzarono una grande festa d'addio per Tiu. Il giorno dopo Zhiv l'accompagnò al porto di Ve. Lei lo baciò e l'abbracciò, raccomandandogli di sbrigarsi, di far presto a raggiungerla su Terra. Lui la guardò salire a bordo del razzo che l'avrebbe condotta sull'astronave NAFAL che attendeva in orbita. Tornò nell'appartamento nel Recinto Sud della Scuola. Un amico lo trovò lì tre giorni dopo, seduto alla sua scrivania, in una strana condizione: abulico, lentissimo nel parlare, sempre che fosse disposto ad aprir bocca, incapace di mangiare e di bere. Provenendo egli stesso da un villaggio, l'amico comprese in che stato era e chiamò il guaritore (gli Hainesi non li chiamavano dottori). Constatato che veniva da uno dei villaggi del Sud, il guaritore gli disse, «Havzhiva! Il tuo dio non può morirti dentro quaggiù!»
Dopo un lungo silenzio il giovane rispose piano, con voce che non pareva affatto la sua, «Voglio tornare a casa!»
«Non è possibile in questo momento,» disse il guaritore. «Ma possiamo organizzare un Canto della Permanenza, mentre cerco qualcuno in grado di comunicare col dio.» Prontamente lanciò un appello agli studenti originari dei Popoli del Sud. Risposero in quattro. Stettero tutta la notte seduti con Havzhiva intonando il Canto della Permanenza in due lingue e quattro dialetti, finché Havzhiva si unì a loro in un quinto dialetto, mormorando con voce roca le parole finché non crollò e dormì per trenta ore di seguito.