Il giorno del perdono [Four Ways to Forgiveness - it]
- Автор: Гуин Урсула К. Ле
- Серия: Ecumene #7
- Год: 1997
- Язык: итальянский
- Год: Fanucci
- ISBN: 88-347-0587-4
- Переводчик: Giancarlo Carlotti
- Жанр: Социально-философская фантастика
Электронная книга - «Il giorno del perdono [Four Ways to Forgiveness - it]». Краткое содержание книги:
Le ragazze erano state istruite diversamente. Il popolo di Stse riteneva che il ciclo di fertilità della donna rendesse loro facile imparare quando e come concepire, per cui anche l'insegnamento era facile. I riti di passaggio delle ragazze erano festosi, atti a suscitare orgoglio anziché vergogna, a creare attesa anziché paura. Le donne adulte avevano spiegato loro per anni, con dimostrazioni pratiche, ciò che un uomo desidera, cioè come provocargli un'erezione, come fargli comprendere quel che desidera la donna. Nel corso di queste lezioni preparatorie spesso accadeva che le ragazze chiedessero se potevano far pratica tra di loro, e venivano rimproverate e ammonite. No, che non potevano! Dopo aver mutato stato avrebbero potuto agire a loro piacimento, ma a ognuna di loro sarebbe prima toccato oltrepassare la soglia della "doppia porta".
I riti del passaggio di stato avevano luogo ogni volta che gli officianti a essi preposti avevano a disposizione un numero pari di quindicenni dei due sessi provenienti da un villaggio e dalle campagne circostanti. Spesso un ragazzo o una ragazza dovevano essere presi in prestito da un villaggio vicino sia per pareggiare il numero che per creare gli abbinamenti giusti fra membri di clan diversi. Splendidamente abbigliati e mascherati, in silenzio, i partecipanti danzavano ed erano festeggiati per tutto il giorno sulla piazza e nella casa consacrata alla cerimonia. La sera consumavano in silenzio un pasto rituale e venivano condotti via a coppie da officianti mascherati. Molti di loro continuavano a portare le maschere, occultando timori e pudori in quell'anonimità sacrale.
Poiché gli appartenenti all'Altro Cielo potevano avere rapporti sessuali solo con quelli degli Originari e del Cavo Sepolto, e all'interno del gruppo loro erano i soli di questi clan, Iyan Iyan e Havzhiva sapevano già che sarebbero stati accoppiati. Si erano riconosciuti fin dall'inizio delle danze. Quando furono lasciati soli nella stanza sacra, si tolsero le maschere di colpo. I loro occhi s'incontrarono. Distolsero lo sguardo.
Erano stati tenuti separati per gran parte del tempo durante gli ultimi due anni, e completamente durante gli ultimi mesi. Havzhiva era cresciuto, e ora era alto quasi quanto lei. Fu come un incontro tra sconosciuti. Con solenne serietà si avvicinarono l'uno all'altro, con lo stesso pensiero in mente, «Sbrighiamo presto questa faccenda!» Poi si toccarono, e il dio entrò in loro e divenne loro: il dio di cui loro erano il mezzo, la conoscenza di cui erano il verbo. Fu all'inizio un dio perplesso, impacciato, che si rivelò poi in tutta la sua allegria.
Quando lasciarono la casa sacra, il giorno seguente, si diressero insieme verso l'abitazione di Iyan Iyan. «Havzhiva vivrà qui!» affermò Iyan Iyan, forte della sua prerogativa di donna. Tutta la famiglia di lei gli dette il benvenuto, e nessuno sembrò sorpreso.
Quando lui tornò a prendere i suoi vestiti nella casa della nonna, nessuno palesò sorpresa, tutti si congratularono con lui, una vecchia cugina di Etsahin fece della battute salaci, e suo padre gli disse, «Adesso che sei un uomo di questa casa, verrai qui a cenare».
Così dormiva con Iyan Iyan a casa di lei, vi faceva colazione, cenava a casa sua, teneva da lei gli abiti di tutti i giorni, e a casa propria quelli per le danze, e procedeva nella sua istruzione, che adesso consisteva principalmente nella tessitura di tappeti su grandi telai meccanici, e nello studio della natura del cosmo. Sia lui che Iyan Iyan giocavano nella squadra di calcio degli adulti.
Cominciò a vedere più spesso sua madre, poiché quando Havzhiva ebbe diciassette anni, lei gli chiese se era interessato a istruirsi assieme a lei sulla tradizione del Sole, cioè sui riti e le regole del commercio, su come promuovere scambi paritari fra i coltivatori di Stse e su come contrattare con gli altri villaggi del clan e con la gente di fuori. I riti andavano imparati a memoria, le regole si apprendevano con la pratica. Havzhiva si recava con sua madre al mercato, nelle fattorie più distanti, e nei villaggi della terraferma al di là dello stretto. Era divenuto instancabile nella tessitura, che gli occupava la mente con modelli e forme che non lasciavano spazio ad altri pensieri. I viaggi erano piacevoli, il lavoro interessante, e ammirava l'autorevolezza, l'abilità e la diplomazia di Tovo. Stare ad ascoltare lei o un gruppo di vecchi mercanti e altra gente del Sole contrattare un affare era altamente istruttivo. Lei non lo forzava: nella conduzione delle trattative Havzhiva rivestiva un ruolo marginale. L'apprendistato in un'attività complessa come quella della tradizione del Sole richiedeva anni, e c'erano altri più avanti di lui nel praticantato. Ma lei aveva fatto la sua scelta. «Tu hai il dono della persuasione,» gli disse un pomeriggio mentre tornavano verso casa solcando l'acqua dai baluginii dorati e guardando da lontano il profilo della città di Stse prendere forma nell'incerta luce del tramonto. «Potresti essere tu l'Erede del Sole, se volessi».
Lo voglio? si chiese lui. Non trovò risposta, soltanto un oscuro senso di evanescenza, che non riusciva a comprendere. Il lavoro era di suo gusto, e lo sapeva. Non c'erano percorsi chiusi. Poteva uscire da Stse, recarsi in mezzo a gente diversa, e questo gli piaceva.
«La donna che ha vissuto con tuo padre sta per venire in visita,» disse Tovo.
Havzhiva ci rifletté su. Granito non si era mai sposato. Le donne che erano rimaste incinte di Granito vivevano, e avevano sempre vissuto, a Stse. Non fece domande, un educato silenzio era il modo in uso fra gli adulti di far capire che non si capiva.
«Erano giovani. Non arrivò nessun figlio,» disse sua madre. «Dopodiché lei partì. E divenne una storica.» «Ah!» esclamò Havzhiva, còlto di sorpresa.
Non aveva mai sentito dire di qualcuno che fosse divenuto uno storico. Non gli era mai passato per la mente che qualcuno potesse diventarlo, allo stesso modo che uno non diventa un abitante di Stse. Sei quello che nasci. Nasci quello che sei.
Il suo educato silenzio aveva una forte carica di tensione, cui Tovo non rimase insensibile. Da buona maestra sapeva quando una domanda esige una risposta. E tacque.
Come la loro vela si abbassò e la barca scivolò verso la banchina costruita sulle antiche fondamenta del ponte, Havzhiva chiese, «Quella storica appartiene al Cavo Sepolto o agli Originari?»
«Al Cavo Sepolto,» rispose la madre. «Oh, come mi sento anchilosata! Queste barche sono così dure!» La donna che li aveva trasportati, una traghettatrice del clan dell'Erba, fece tanto d'occhi, ma non proferì parola in difesa della sua graziosa barchetta così flessibile.
«È in arrivo un tuo parente?», chiese Havzhiva a Iyan Iyan, quella sera.
«Oh, sì, si è già annunciata al tempio.» Iyan Iyan intendeva dire che al centro d'informazione di Stse era pervenuto un messaggio che era stato trasmesso all'apparecchio ricevente di casa sua. «Mi ha detto mia madre che un tempo ha abitato nella tua casa. Chi hai incontrato a Etsahin oggi?»
«La solita gente del Sole. È una storica questa tua parente?»
«Sono dei pazzi,» asserì con noncuranza Iyan Iyan, chinandosi nuda a massaggiare la schiena del nudo Havzhiva.
Arrivò la storica, una donnetta piccola e minuta sulla cinquantina, di nome Mezha. Quando Havzhiva la incontrò la prima volta era vestita con abiti di Stse e sedeva a colazione con tutti gli altri. Aveva occhi luminosi ed era briosa ma poco loquace. Niente nella sua persona lasciava trasparire che aveva infranto il patto sociale, fatto cose sconvenienti per una donna, ignorato il suo clan, e che si era mutata in un essere di un'altra specie. Sapeva di lei che era sposata col padre dei suoi figli, che tesseva al telaio e che castrava animali. Ma nessuno cercò di schivarla, anzi, dopo colazione gli anziani la condussero fuori per una cerimonia di benvenuto, quasi fosse ancora una di loro.