La Costa dei Barbari [The Wild Shore - it]
- Автор: Робинсон Ким Стэнли
- Серия: Tre Californie #1
- Год: 1990
- Язык: итальянский
- Год: Interno Giallo
- ISBN: 88-356-0035-9
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «La Costa dei Barbari [The Wild Shore - it]». Краткое содержание книги:
È in questo scenario apocalittico che si svolge la vicenda di Henry Fletcher, un giovane della comunità californiana di San Onofre, che per il suo sostentamento dipende interamente dalla pesca e dai raduni di baratto che si svolgono periodicamente nella valle. Dopo l’arrivo di alcuni viaggiatori di San Diego che hanno osato sfidare la vigilanza dei guardiani giapponesi. Henry viene gradualmente a conoscenza del nuovo mondo e delle sue insidie. La sua guida spirituale è Tom, l’uomo più anziano della valle, sopravvissuto alla catastrofe tristemente nota come II Giorno.
La scoperta di un mondo da cui gli americani vengono ingiustamente esclusi, il contatto con gli “stranieri” che vivono a pochi chilometri di distanza, le testimonianze di chi è riuscito a sfuggire alla prigionia in patria trascinano il giovane in un’avventura che segna la fine dell’adolescenza e la transizione verso la maturità, a cui si accompagna la speranza della redenzione per il popolo americano.
Wentworth esplose nella sua risatina acuta e spontanea. «Bravo! Ha trovato il capolavoro della casa, direi. E Glen, essendo un intrepido avventuriero, è anche un bravissimo narratore.»
«Ma è vero? Un americano ha fatto il giro del mondo ed è tornato qui, solo otto anni fa?»
Esprimendo il concetto in questo modo, capii anch’io come mai Tom fosse rimasto tanto sconvolto… io ero ancora fermo alla tigre nella foresta. Mi alzai dalla sedia per dare un’occhiata al libro. Certo, il titolo era proprio quello, Un americano intorno al mondo: era stampato lì, sulla copertina.
Wentworth sorrideva a Tom. «Glen si è imbarcato per Catalina nel 2030, questo è certo. Ed è ricomparso a San Diego una notte d’autunno del 2039.» Gli occhi a uovo guizzarono; fra i due uomini passò qualcosa che non colsi, perché Tom rise forte. «Il resto è in queste pagine.»
«Non credevo che scrivessero ancora queste cose» disse Tom. «Stupefacente.»
«Sì, vero?»
«Adesso Glen Baum dov’è?»
«L’autunno scorso è partito per il Salton Sea. Prima di andarsene, mi ha comunicato il titolo del suo prossimo libro: A Boston, via terra. Mi aspetto che sia altrettanto interessante di quello che lei ha in mano.» Si alzò. In fondo al corridoio udivo la voce di Jennings, che scherzava con la donna nella stanza del ciclostile. Wentworth ci condusse di nuovo nella biblioteca.
«Ma cosa è successo a lei e alla tigre?» chiesi.
Wentworth si era messo a frugare in una scatola sull’ultimo scaffale di una libreria. «Abbiamo un mucchio di copie di quel libro» disse. «Ne prenda una e se la porti a San Onofre, con gli omaggi della Nuova Editrice Tigre Verde.» Offrì a Tom un libro rilegato in pelle.
«Grazie, grazie davvero» rispose Tom. «Significa molto, per me.»
«Sono sempre lieto di avere nuovi lettori, le assicuro.»
«Farò in modo che tutti i miei allievi lo leggano» disse Tom, sorridendo come se gli avessero appena dato un pezzo d’argento.
«Lo leggeremo volentieri» dissi. «Ma la tigre, quella volta?»
Jennings e Lee entrarono nella stanza. «È ora di pranzo» disse Jennings. Era chiaro che a San Diego c’era l’abitudine di consumare un pasto a metà giornata. «Vi è piaciuto il giro?» Tom e io rispondemmo di sì e gli mostrammo il libro.
«Un’altra cosa» disse Wentworth, frugando in una scatola diversa. «Eccole un libro bianco, nel caso decida di scrivere le sue memorie.» Fece scorrere le pagine di un libro già rilegato, mostrando che erano bianche. «Ce lo restituisca pieno. Penseremo noi a riprodurlo.»
«Oh, non posso accettare» disse Tom. «Ci ha già dato abbastanza.»
«La prego, lo accetti» disse Wentworth, porgendoglielo. «Di questi ne abbiamo a volontà. Non è obbligato a scrivere… ma se decide di farlo, avrà il materiale a disposizione.»
«Be’, grazie» disse Tom. Dopo un attimo d’esitazione, mise i due volumi nella sacca a spalla.
«Possiamo pranzare sul prato?» chiese Jennings, mostrando una grossa pagnotta.
«Devo tornare a fare lezione» disse Wentworth. «Ma approfittate pure del cortile.» Mentre ci accompagnava alla porta, si rivolse a Tom: «Si ricordi quel che le ho detto a proposito delle sue memorie.»
«Non lo dimenticherò. Lei porta avanti un ottimo lavoro, qui.»
«Grazie. Continui a insegnare alla gente a leggere, così non andrà sprecato. Adesso devo andare. Arrivederci, e grazie della visita. Arrivederci.» Tornò nella stanza dove gli allievi continuavano a impastare la pasta per fabbricare la carta.
Dopo il pranzo in cortile, nell’aria soleggiata e odorosa di salsedine, tornammo su per monte Soledad fino alla ferrovia e spingemmo il carrello verso nord, su e giù per le ripide montagne. Percorsi alcuni chilometri, Tom chiese a Lee di frenare. «Ti spiace se vado fino sulla scogliera a dare un’occhiata?»
Jennings non pareva molto convinto.
«Tom» dissi «guarderemo dalla scogliera quando saremo a casa.»
«Non da questa scogliera» replicò Tom. Guardò Jennings: «Voglio mostrarla al ragazzo.»
«Certo» rispose Jennings. «Ho detto a mia moglie che saremmo tornati per cena, ma tanto non sarà pronta prima di sera.»
Così scendemmo di nuovo dal carrello e ci dirigemmo alla costa, attraverso una fitta foresta di pini di Torrey e roveti. Ben presto arrivammo a un affioramento di alti macigni. Inoltrandomi fra di essi, vidi che erano di cemento. Edifici. I muri ancora in piedi, alcuni alti quanto la nostra scogliera, erano circondati da mucchi di detriti di cemento. Blocchi grossi come la mia casa si alzavano fra le felci e i rovi. Jennings continuava a parlare di quel luogo; Tom mi tenne per il braccio e disse ai due di San Diego di andare avanti fino alla scogliera. «Non ha capito niente» commentò in tono acido, quando Jennings fu fuori portata d’orecchio.
Spariti i due, vagai fra le rovine. Una bomba era esplosa nelle vicinanze, pareva; il lato nord di ogni muro ancora in piedi era annerito, tenero e friabile come arenaria. Fra i detriti e le erbacce vidi schegge di vetro, pezzi contorti di metallo, alcuni arrugginiti, altri ancora lucidi, strisce di plastica, la cassa toracica di uno scheletro, tubi di vetro fuso, scatole metalliche, lastre di ardesia… a Rafael sarebbe piaciuto. Ma dopo un certo tempo, provai un senso di oppressione, lo stesso che avevo provato a San Clemente. Queste rovine non erano diverse da quelle: i resti di un tempo ormai trascorso, i segni di un passato gigantesco ridotto ormai a pezzi di pietra sgretolata coperta d’erbacce; un passato così enorme che tutti i nostri sforzi non avrebbero potuto riportare alla vita nemmeno in parte. Rovine come quelle dicevano quanto poco contasse la nostra esistenza: e le odiai. Vidi Tom fra l’eruzione di spuntoni di cemento sul lato nord: vagava senza meta da rovina a rovina, incespicando nei blocchi di pietra e poi fissandoli come se gli fossero saltati all’improvviso tra i piedi. Si tirava la barba come se volesse strapparsela. Inconsapevole della mia presenza, parlava da solo: frasi brevi e violente che terminavano con un forte strattone alla barba. Aveva tutte le rughe del viso piegate verso il basso. Non l’avevo mai visto con un’aria così desolata.
«Che posto era, Tom?»
Pensai che non avrebbe risposto. Guardò dall’altra parte, si tirò la barba. Poi emise un sospiro. «Una scuola. La mia scuola.»
Una volta, un paio d’estati prima, ci eravamo radunati tutti sotto il pino di Torrey nel cortile di Tom: Steve e Kathryn, Gabby e Mando, e Kristen, Del e il piccolo Teddy Nicolin; parlavamo tutti insieme sotto cieli felici, litigavamo per stabilire a chi dopo toccava di leggere Le avventure di Tom Sawyer e tramavamo di solleticare Kristen fino a farla piangere… e il vecchio sedeva con la schiena contro il tronco, e rideva e rideva. «Va bene, fate silenzio, ragazzi, il professore è in riunione.»
Lasciai in pace Tom e mi diressi a ovest, fra i resti appena visibili di una strada, in mezzo agli alberi dove piccoli cumuli di travi marce segnavano la posizione di antichi edifici. Edifici che sembravano davvero costruiti dagli uomini, un tempo, e abitati. Mi sedetti sul limitare di un canyon che scendeva ripidamente al mare. Sapevo già che le scogliere sarebbero state enormi, perché mi trovavo ancora molto al di sopra dell’acqua e il canyon era corto. Il sole si abbassò. Mi asciugai una lacrima e desiderai di essere a casa, o almeno lontano da quel posto.
Tom girava fra gli alberi, a una certa distanza da me, cercandomi. Mi alzai e lo chiamai; lo raggiunsi.
«Andiamo sul margine della scogliera a trovare quei due» disse. Sembrava ancora di malumore; lo seguii senza aprire bocca.
«Qui, da questa parte.» Mi guidò verso l’orlo meridionale del canyon.
Gli alberi lasciarono posto agli arbusti, e questi a erbacce alte fino a mezza gamba. Arrivammo all’orlo della scogliera. Molto più in basso c’era l’oceano, piatto e inargentato. L’orizzonte era davvero lontano, visto da lì: di sicuro, almeno centocinquanta chilometri. Quanta acqua! Un vento sostenuto mi colpì in faccia, mentre guardavo giù dalla scogliera rossiccia e butterata che scendeva e scendeva e scendeva in una serie di gole quasi verticali, fino a una vasta spiaggia disseminata di alghe. Jennings e Lee erano un centinaio di metri più in basso, minuscole sagome sull’orlo del dirupo; gettavano sassi sulla spiaggia, ma colpivano invece la parete a picco. Guardando i sassi cadere capii all’improvviso quel che vedono i gabbiani e mi sentii come se veleggiassi nel cielo, alto sopra il mondo.