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Il battello del delirio [Fevre Dream - it]

Электронная книга - «Il battello del delirio [Fevre Dream - it]». Краткое содержание книги:

Fiume Mississippi, 1857. Il ghiaccio di un gelido inverno ha appena distrutto la flotta commerciale del Capitano Abner Marsh. Privo di assicurazione, il vecchio armatore si ritrova solo, in bancarotta, disperato. Ma ecco che, inaspettatamente, un bizzarro straniero di nome Joshua York si offre di rilevare la metà della sua compagnia di navigazione in rovina, mettendo sul piatto una cifra spropositata. Ma non è tutto. York intende investire il proprio denaro nella costruzione del battello più lussuoso, più bello e soprattutto più veloce che abbia mai solcato le torbide acque del Mississippi, e per di più ne offre il comando al Capitano Marsh. L’unica condizione posta da York è semplice: gli ordini da lui impartiti saranno pochi, ma per quanto strani o assurdi possano sembrare, ogni qual volta verranno emanati, Marsh dovrà assicurarsi che essi vengano eseguiti alla lettera, senza fare domande. E così il nuovo gioiello del fiume, battezzato “Fevre Dream”, inizia il suo viaggio. Tuttavia, man mano che il battello discende il tortuoso corso del Mississippi, Marsh prende a insospettirsi sempre più. Perché il misterioso York si fa vedere soltanto di notte? Come mai lui e i suoi amici si dissetano ogni sera col disgustoso vino nerastro della sua riserva privata? Quando la verità sarà finalmente rivelata, il Capitano dovrà scegliere da che parte stare…
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Il Capitano non riusciva a venirne a capo.

Cominciò ad aprire cassetti e scomparti della scrivania di York. Documenti, carta da lettera con l’immagine stampata del Fevre Dream e intestata col nome della Società, buste, inchiostro, mezza dozzina di penne, carta assorbente, una carta del sistema fluviale con l’indicazione delle marche di riferimento, lucido per gli stivali, ceralacca per sigilli: in poche parole, niente di utile. In un cassetto vi trovò delle lettere e si aggrappò a quelle pieno di speranza. Ma esse non gli dissero nulla. Due erano certificati di credito, il resto semplice corrispondenza d’affari con agenti di Londra, New York, St. Louis ed altre città. Marsh si trovò tra le mani la lettera di un banchiere di St. Louis che poneva la Fevre River Packets all’attenzione di York. «Ritengo che essa sia perfettamente adatta ai vostri scopi, così come voi li descrivete,» aveva scritto l’uomo. «Il suo proprietario è un esperto battelliere, noto per la sua onestà, a quanto si dice estremamente brutto ma altrettanto leale, e di recente ha subito disastrosi rovesci che dovrebbero renderlo ricettivo alla vostra offerta.» La lettera proseguiva, ma non diceva a Marsh nulla che già non sapesse.

Il Capitano rimise a posto le lettere come le aveva trovate, si alzò e si mosse da una parte all’altra della cabina, cercando qualche altra cosa, qualcosa che gli illuminasse la mente. Non trovò nulla; indumenti nei cassetti, la disgustosa bevanda nella rastrelliera, abiti nell’armadio, libri ovunque. Marsh scorse i titoli dei volumi più vicini al letto; uno era un libro di poesie di Shelley, un altro una specie di libro di medicina del quale non capiva una riga. L’alta libreria offriva altri esemplari della stessa sorta; molta narrativa e poesia, una discreta quantità di storia, libri di medicina, di filosofia e scienze naturali, un tomo di alchimia vecchio e impolverato, un intero scaffale di libri in lingue straniere. Pochi libri privi di titolo, rilegati a mano in un cuoio finemente lavorato con pagine in foglia d’oro, colpirono l’attenzione di Marsh; il Capitano ne prese uno sperando di trovare in esso il diario personale che avrebbe risposto ai suoi quesiti. Ma seppure lo fosse stato, Marsh non poté lèggerlo; le parole erano scritte in una grafia grottesca, dai caratteri lunghi e sottili, chiaramente non il segno arioso di York, ma la scrittura striminzita di qualchedun altro.

Marsh compì un ultimo giro d’ispezione nella cabina di York per accertarsi di non aver tralasciato alcunché, ed infine si risolse ad uscire, non significativamente più edotto di quando vi era entrato. Inserì la chiave nella serratura, la girò attentamente, soffiò sulla lampada, uscì e richiuse la porta dietro di lui. Fuori l’aria s’era rinfrescata un poco. Marsh si accorse di esser praticamente fradicio di sudore. Infilò di nuovo la chiave nella tasca della giacca e si accinse ad allontanarsi.

Ma si fermò.

Pochi metri più in là, la vecchia e spettrale Katherine stava ritta a fissarlo con gli occhi carichi di malevolenza. Marsh decise di comportarsi con sfrontata disinvoltura. Sollevò il cappello. «Buona sera, signora,» le disse.

Katherine sorrise lentamente, un viscido rictus che le contorse il muso volpino mutandolo in una maschera di terribile allegrezza. «Buona sera, Capitano,» disse. E Marsh notò che i suoi denti erano gialli, e molto lunghi.

CAPITOLO DECIMO

NEW ORLEANS
Agosto 1857

Dopo la partenza di Adrienne ed Alain, imbarcatisi a bordo del battello Cotton Queen che li avrebbe portati a Baton Rouge e Bayou Sara, Damon Julian decise di fare quattro passi sul lungofiume fino al caffè francese, quel baretto all’aperto ch’egli conosceva. Billy Tipton lo accompagnava, camminando al suo fianco non senza un visibile disagio, e gettando occhiate sospettose a chiunque incontrassero sulla loro via. Al loro seguito procedeva il resto della combriccola di Julian; Kurt e Cynthia avanzavano affiancati, mentre Armand si teneva indietro da solo, furtivo e inquieto, che la sete era già in lui. Michelle era rimasta a casa.

Gli altri erano spariti, dispersi, spediti a monte o a valle del fiume, imbarcati per ordine di Julian chi su quel battello chi su quell’altro, alla ricerca di denaro, salvezza, un posto nuovo ove radunarsi. Damon Julian era finalmente passato all’azione.

Soffice e chiara come burro, la luce della luna avvolgeva il fiume. Le stelle brillavano. Lungo la banchina dozzine di battelli si accalcavano al fianco dei velieri con i loro alti e fieri alberi maestri e le vele ammainate. Scaricatori negri trasferivano cotone, zucchero e farina da un’imbarcazione all’altra. L’aria era umida e fragrante, le strade affollate.

Trovarono un tavolo che li gratificava di una buona visuale sul frenetico andirivieni dei passanti, e ordinarono del caffellatte e le frittelle dolci per cui il bar era rinomato. Billy la Serpe addentò una di queste ed una pioggia di zucchero gli inondò le maniche e il gilet. Imprecò senza moderazione.

Damon Julian rise, e il suo riso fu dolce come il chiaro di luna. «Ah, Billy. Quanto sei buffo.»

Non esisteva cosa al mondo che Billy la Serpe detestasse più del suscitare il riso altrui, tuttavia alzò lo sguardo su Julian ed incontrò i suoi occhi cupi, ed offrì un sorriso forzato. «Sì, signore,» disse, scrollando il capo con aria afflitta.

Julian consumò il suo pasticcino in bocconi attenti e misurati, sicché non vi fu traccia di zucchero ad imbiancare la ricca intensità della nuance grigia del suo abito, né la lucentezza della sua cravatta scarlatta. Quando ebbe finito, prese a sorseggiare il caffellatte mentre lo sguardo scivolava sulla passeggiata lungo il fiume, vagolando oziosamente in mezzo alla sfilata di passanti che pullulavano sulla strada. «Laggiù,» disse concisamente, «la donna sotto il cipresso.» Gli altri volsero lo sguardo in quella direzione. «Non è incantevole?»

Era una dama creola, scortata da due signori dall’aspetto poco rassicurante. Damon Julian la fissava rapito come un giovinetto trafitto dai dardi dell’amore, e il suo viso pallido era sereno, non un ruga ne solcava la liscia superficie, i capelli, una massa di delicati riccioli bruni, gli occhi, immensi e melanconici. Ma pur dal capo opposto del tavolo, Billy percepì la calda brama che ardeva in quegli occhi, e ne fu spaventato.

«È deliziosa,» disse Cynthia.

«Ha i capelli di Valerie,» soggiunse Armand.

Kurt sorrise. «La prenderai, Damon?»

La donna e i due compagni si stavano allontanando da loro, procedendo lungo una cancellata in ferro battuto riccamente decorata. Damon Julian osservò il trio con aria pensosa. «No,» disse infine, e si voltò nuovamente verso il tavolo a sorseggiare il suo caffellatte. «La notte è ancora troppo giovane, le strade troppo affollate, ed io sono stanco. Restiamo qui a sedere.»

Armand parve avvilito e ansioso. Julian gli rivolse un fugace sorrisetto, si protese quindi verso di lui e gli posò una mano sopra una manica, «Prima che giunga l’alba berremo,» disse. «Hai la mia parola.»

«Conosco un posto,» aggiunse Billy la Serpe cospirativamente, «una casa di piacere come Dio comanda, col bar, poltrone di velluto rosso, liquore di prima qualità. Le ragazze sono tutte belle, vedrete. Con un pezzo d’oro da venti dollari se ne può prendere una per l’intera notte. Al mattino, eh, eh, beh…» Ridacchiò. «Ma quando troveranno quel che troveranno, noi saremo già lontani, ed è sicuramente più economico che comprare delle sgualdrine all’asta. Sì, signore, credetemi, è così.»

Gli occhi neri di Damon Julian luccicavano divertiti. «Billy mi giudica uno spilorcio,» disse, rivolgendosi agli altri, «ma cosa mai faremmo senza di lui?» Il suo sguardo tornò a posarsi sulla gente, stavolta annoiato. «Dovrei venire in città più spesso. Quando si è sazi, si finisce col perdere di vista tutti gli altri piaceri.» Sospirò. «La senti, Billy? L’aria ne è satura!»

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