Ci furono altre fustigazioni, ma poche. Nel nostro reggimento Hendrick fu l’unico a essere frustato in seguito a una sentenza della corte marziale, le altre furono tutte punizioni amministrative, come la mia. Per le frustate era necessario percorrere tutto l’iter fino al comandante del reggimento, cosa che un ufficiale di grado inferiore trovava spiacevole, per usare un eufemismo. Quando si raggiungevano le altre istanze, poi, va detto che il maggiore Malloy preferiva di gran lunga espellere uno dei suoi ragazzi, “scartato per cattiva condotta”, piuttosto che far erigere il palo delle fustigazioni. In un certo senso, la punizione amministrativa è una specie di complimento: significa che i tuoi superiori pensano che, per quanto al momento sembri improbabile, esiste la possibilità che tu possieda le caratteristiche necessarie per diventare un soldato e un cittadino.
Io fui il solo a beccarmi la punizione amministrativa massima: nessuno degli altri si prese più di tre frustate. Nessuno arrivò vicino come me a indossare gli abiti civili riuscendo a cavarsela per un pelo. Si tratta di un dubbio privilegio. Io non lo raccomando a nessuno.
Ci fu però un caso assai peggiore del mio, o di quello di Hendrick, un caso sconvolgente. Una volta fu eretta la forca.
Ora, cerchiamo di essere chiari. Quel caso in realtà non aveva niente a che fare con l’Esercito. Il crimine non aveva avuto luogo al campo Arthur Currie, ma l’ufficiale che aveva accettato quel ragazzo nella Fanteria spaziale mobile avrebbe dovuto rivoltarsi nella tuta per il rimorso.
Il ragazzo disertò solo due giorni dopo essere arrivato all’Arthur Currie. Assurdo, certo, ma in quel caso non c’era una sola cosa che non fosse assurda. Perché non aveva dato le dimissioni? La diserzione è una delle infrazioni più gravi, tuttavia l’Esercito non chiede la pena di morte per punirla, a meno che non avvenga in circostanze particolari: di fronte al nemico, per esempio, o quando si trasforma da un modo sbrigativo per dare le dimissioni in un crimine che non può restare impunito.
L’Esercito non fa nessuno sforzo per ritrovare i disertori e riportarli indietro. Sembrerà assurdo, invece è logico. Siamo tutti volontari, siamo nella Fanteria spaziale mobile perché lo vogliamo, siamo orgogliosi di essere fanti spaziali, e il corpo è orgoglioso di noi. Se un uomo non la pensa così dalla punta dei piedi fino alla punta dei capelli, non lo voglio al mio fianco quando l’atmosfera si riscalda e cominciano i guai veri. Se resto ferito, voglio intorno a me uomini pronti a raccogliermi perché loro sono Fanteria spaziale mobile, io sono un Fanteria spaziale mobile, e la mia pelle ha lo stesso valore della loro. Non voglio soldati che tirano a campare e se la squagliano quando i compagni sono nei casini. È molto più sicuro avere un fianco scoperto che trovarsi accanto un soldato che cova in cuor suo la “sindrome del coscritto”. Perciò, se se ne vanno, tanto meglio per tutti. Scomodarsi a cercarli per riportarli al campo è solo una perdita di tempo e denaro.
Naturalmente, molti tornano di loro spontanea volontà, magari dopo anni, nel qual caso l’Esercito, invece di impiccarli, somministra loro cinquanta brave frustate e poi li lascia liberi. Secondo me, per un uomo deve essere logorante sapersi fuggiasco quando tutti gli altri sono cittadini o residenti legali. Alla lunga ci si stanca, anche se la polizia ha altro da fare che cercarli. I malvagi fuggono anche quando nessuno li insegue. La tentazione di costituirsi, prendersi quelle benedette frustate e da quel momento tornare a respirare da uomo libero deve diventare assillante.
Ma quel ragazzo non si presentò. Era scomparso da quattro mesi e penso che i suoi stessi commilitoni non si ricordassero affatto di lui, dato che era rimasto al campo solo due giorni. Era un nome senza volto, un certo N.M. Dillinger che tutte le mattine veniva chiamato e segnato assente: niente di più.
Poi, Dillinger uccise una bambina.
Fu processato e condannato da un tribunale civile. Emerse però che era un soldato non congedato dall’Esercito, quindi l’Esercito andava informato subito. E infatti il nostro generale comandante intervenne immediatamente. Dillinger ci venne restituito, visto che la legge e la giurisdizione militare hanno la precedenza su quelle civili.
Perché il generale se ne fece carico? Perché non lasciò che se la sbrigasse lo sceriffo locale?
Forse per darci un esempio?
Niente affatto. Sono sicurissimo che il nostro generale non pensava affatto che qualcuno dei suoi ragazzi avesse bisogno di un simile esempio per astenersi dall’uccidere bambine. Anzi, oggi sono convinto che se fosse stato possibile ci avrebbe risparmiato volentieri quello spettacolo odioso.
Imparammo sì una lezione, sebbene allora nessuno vi facesse cenno: una di quelle lezioni che richiedono molto tempo per essere apprese, ma che diventano poi una seconda natura. La Fanteria spaziale mobile si prende sempre cura dei suoi uomini, comunque siano.
Dillinger apparteneva a noi, risultava ancora iscritto nei nostri registri. Anche se non lo volevamo, anche se non avremmo mai dovuto averlo tra noi, anche se saremmo stati felici di ripudiarlo, era pur sempre un soldato del nostro reggimento. Non potevamo ignorarlo e lasciare che se ne occupasse uno sceriffo qualunque. Se è necessario, un uomo che sia un vero uomo spara al proprio cane e non dà l’incarico a un estraneo che potrebbe farlo soffrire inutilmente.