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READ-E-BOOK » Научная фантастика » L'anello intorno al sole [Ring Around the Sun - it]
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L'anello intorno al sole [Ring Around the Sun - it]

Электронная книга - «L'anello intorno al sole [Ring Around the Sun - it]». Краткое содержание книги:

Al principio sono modeste bottegucce, sparse qua e là per l’America, che vendono oggetti d’uso comune, lampadine, lamette, accendisigari. La gente passa, legge il cartellino che ne vanta la durata eterna, e sorride. Ma poi, incuriosita, entra. Il prezzo è bassissimo, perché non provare? E a migliaia, a milioni, le lampadine e le lamette eterne cominciano a diffondersi, seguite dalle automobili eterne, dalle case prefabbricate eterne, dagli indumenti eterni... Di colpo, tutto il mondo industriale si trova sull’orlo del collasso, i governi sono presi dal panico, il sistema economico internazionale sta per saltare. Chi sono i misteriosi fabbricanti? Cosa si nasconde dietro questa incredibile operazione commerciale? Un gruppo operativo segreto, formato dai massimi cervelli della politica, della scienza, dell’economia, viene incaricato di scoprire il nemico e combatterlo con qualsiasi mezzo. E questi uomini disperati, con le spalle al muro, hanno l’idea di convocare uno scrittore niente affatto celebre, che vive in campagna, e di fargli una proposta giornalistica niente affatto stravagante. Sembra un po’ poco come contromisura: non c’è libro o inchiesta che possa capovolgere la situazione, a questo punto. A meno che lo scrittore non sia affatto quello che sembra, che il suo mestiere sia soltanto una facciata, che la sua vera identità si nasconda tra le strisce colorate di una vecchia trottola che gira all’infinito, verso l’infinito, dentro l’infinito.
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Non c’era ragione perché dovesse essersi fermato alla casa dei Preston, eppure, in fondo al cuore, sapeva inspiegabilmente di avere sbagliato, rinunciando a fermarsi.

Non c’era ragione di credere che Ann Carter fosse una mutante, eppure era sicuro che lo fosse.

Continuò a correre nel mattino, mentre la nebbia si levava da tutti i piccoli corsi d’acqua che attraversava, e il sole arrossava il cielo a oriente, e finalmente cominciarono a comparire ragazzi e cani, che seguivano le mucche, e il primo traffico, ancora poco intenso, sulla strada.

Si accorse all’improvviso di avere fame e anche un po’ sonno, ma non poteva fermarsi per dormire. Doveva continuare. Quando sarebbe diventato pericoloso ostinarsi a guidare, sarebbe stato costretto a dormire: ma l’avrebbe fatto soltanto allora, e non a lungo.

Ma doveva fermarsi a mangiare, da qualche parte. Nel prossimo centro abitato che avrebbe trovato, se fosse stato abbastanza grande, se avesse avuto un bar o un ristorante aperto, si sarebbe fermato a mangiare. Forse un paio di tazze di caffè sarebbero servite a scacciare la sonnolenza.

27

La città era piuttosto grande, e c’erano ristoranti e caffè, e gente per la strada; gli operai della fabbrica che si muovevano alle sei del mattino per arrivare sul posto di lavorò alle sette.

Vickers scelse un locale che non andava male, che aveva meno degli altri l’aria di essere invaso dagli scarafaggi, e rallentò a passo d’uomo, cercando un posto libero per parcheggiare. Lo trovò, un isolato oltre il ristorante.

Fermò la macchina, scese e chiuse a chiave la portiera. Si fermò sul marciapiedi a respirare l’odore del mattino. Era ancora pulito e fresco: aveva la frescura ingannevole delle mattine d’estate.

Avrebbe fatto colazione, si disse. Avrebbe mangiato con calma, rilassandosi, in modo che un po’ della stanchezza della guida gli uscisse dalle ossa.

Forse avrebbe dovuto cercare di telefonare ancora ad Ann. Forse adesso sarebbe riuscito a trovarla in casa. Si sarebbe sentito più sicuro, se lei fosse stata informata, se si fosse nascosta. Forse, invece di trovarsi con lui nel luogo dove vendevano le case, Ann avrebbe dovuto andare lì a spiegare la situazione, e magari quelli l’avrebbero aiutata. Ma avrebbe impiegato troppo tempo per fare questo, per spiegarlo ad Ann. Doveva dirle qualcosa in fretta, con sicurezza, e lei doveva credergli sulla parola e agire di conseguenza.

Vickers si incamminò, tornò indietro ed entrò nel ristorante. C’erano dei tavolini, ma sembrava che non interessassero a nessuno. Tutti gli avventori erano al banco. C’era ancora qualche sgabello libero, e Vickers prese posto su uno di essi.

Accanto a lui un operaio grande e grosso, dalla camicia sbiadita e dalla tuta gonfia, ingurgitava rumorosamente una zuppa d’avena, con la testa piegata sulla scodella, e si spalava rapidamente i cereali in bocca con il cucchiaio, tuffandolo e sollevandolo, tuffandolo e sollevandolo, come se cercasse di stabilire un flusso continuo di cibo dalla scodella alla bocca. Dall’altra parte, c’era un uomo con i calzoni blu, la camicia bianca, e una linda cravatta nera a fiocco. Aveva gli occhiali e leggeva un giornale: a giudicare dall’aspetto, era un contabile o qualcosa del genere, un uomo abile nel maneggiare colonne di cifre e orgoglioso di quella sua abilità.

Arrivò una cameriera, che lucidò con uno strofinaccio sporco il tratto di banco davanti a Vickers.

«Cosa prende?» chiese, in tono impersonale, pronunciando di fila le sillabe come se fossero state una sola parola.

«Frittelle dolci,» disse Vickers, «e un po’ di prosciutto.»

«Caffè?»

«Caffè,» ripeté Vickers.

Arrivò la colazione, e lui mangiò, dapprima frettolosamente, riempendosi la bocca di grosse forchettate di frittelle sgocciolanti di miele, di generose fette di prosciutto, e poi più lentamente, quando si fu placata un poco la fame.

L’uomo in tuta si alzò e se ne andò. Il suo posto venne preso da una ragazza esile, dalle palpebre cadenti. Una segretaria molto stanca, pensò Vickers, che aveva dormito soltanto un’ora o due, dopo aver passato buona parte della notte a ballare.

Aveva quasi finito, quando udì le grida venire dalla strada, seguite subito da un trapestio di passi affrettati.

La ragazza seduta accanto a lui sollevò le palpebre stanche, si girò sullo sgabello, e guardò dalla vetrata.

«Stanno correndo tutti,» disse. «Chissà cos’è successo?»

Un uomo si fermò davanti alla porta, fece capolino, e gridò agli avventori:

«Ehi, correte! Ne hanno trovata una, di quelle automobili Aeterna!»

Tutti gli avventori balzarono dagli sgabelli, e si precipitarono sulla porta. Vickers li seguì più lentamente, provando un confuso senso di freddo che gli intorpidiva la mente, qualcosa che non aveva niente a che fare con l’aria e l’ingannevole frescura del mattino.

Avevano trovato una delle automobili Aeterna, aveva gridato l’uomo concitato. Ne avevano trovata una. E quale potevano avere trovato, se non quella che lui, Vickers, aveva parcheggiata più avanti, prima di entrare nel bar?

Avevano rovesciato la macchina, e l’avevano spinta in mezzo alla srada, e l’avevano circondata, e gridavano agitando minacciosamente i pugni. Qualcuno le scagliò contro un mattone, o un sasso, Vickers non riuscì a vedere bene, e il rumore dell’oggetto che colpiva il metallo risuonò nell’aria del mattino con la violenza sepolcrale di un colpo di cannone.

Qualcuno raccolse l’oggetto che era stato scagliato, e l’usò per sfondare la porta di un negozio di ferramenta. Qualcun altro infilò il braccio attraverso il vetro rotto, e aprì la porta. Gli uomini si precipitarono dentro, e uscirono quasi subito, armati di spranghe di ferro e asce.

La folla che si era raccolta intorno alla macchina indietreggiò, per lasciare più spazio a quelli che avevano saccheggiato il negozio. Le spranghe di ferro e le asce lampeggiarono, nei raggi bassi e obliqui del sole. Colpirono, colpirono ancora. La strada echeggiava di quel martellare metallico. Il vetro s’infranse, con uno sgretolio, poi venne il clangore delle lamiere.

Il rumore era cupo, definitivo, ed era ancora più impressionante perché non c’erano grida, adesso, solo il martellare continuo degli uomini che demolivano la macchina. C’era qualcosa d’innaturale, in quel silenzio, e gli occhi di tutti coloro che guardavano la scena riflettevano qualcosa che Vickers non aveva mai visto, qualcosa che intimoriva e incuriosiva a un tempo.

Vickers era fermo davanti alla porta del ristorante, e la nausea gli serrava la bocca dello stomaco, il cervello era impietrito da qualcosa che più tardi avrebbe potuto diventare paura, ma che per ora era soltanto sbalordimento, confusione cieca.

Crawford aveva scritto: Non usi quella macchina.

Ed era questo che aveva voluto dire.

Crawford aveva saputo ciò che sarebbe accaduto a tutte le auto Aeterna sorprese per la strada.

Crawford l’aveva saputo, e aveva cercato di avvertirlo.

Amico o nemico?

Vickers tese la mano e l’appoggiò, con il palmo, contro i mattoni ruvidi dell’edificio.

Il contatto dei mattoni, la loro ruvida rozzezza, gli dissero che quanto stava accadendo non era un sogno, che lui si trovava davvero davanti al ristorante dove aveva appena fatto colazione, e vedeva una folla scatenata, resa frenetica dalla furia e dall’odio, che sfasciava la sua automobile con una silenziosa determinazione che era molto più terribille delle grida e delle minacce delle esplosioni di violenza alle quali aveva assistito, a volte, nelle strade e nelle piazze.

Lo sanno, pensò.

La gente finalmente sapeva. Era stato detto a tutti… che esistevano quelli che Crawford aveva chiamati i mutanti.

E tutti odiavano i mutanti.

Evidentemente, coloro che avevano parlato avevano parlato bene. Ma non c’era molto da stupirsi, in fondo.

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