Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)
- Автор: Вазари Джорджо
- Язык: итальянский
- Жанр: Картины, альбомы, иллюстрированные каталоги
Электронная книга - «Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)». Краткое содержание книги:
Essendo poi condotto Liberale dal generale de' monaci di Monte Oliveto a Siena, miniò per quella Relligione molti libri, i quali gli riuscirono in modo ben fatti, che furono cagione che egli ne finì di miniar alcuni rimasi imperfetti, cioè solamente scritti, nella libreria de' Piccolomini. Miniò anco per il Duomo di quella città alcuni libri di canto fermo; e vi sarebbe dimorato più e fatto molte opere che aveva per le mani, ma cacciato dall'invidie e dalle persecuzioni se ne partì per tornare a Verona con ottocento scudi, che egli avea guadagnati, i quali prestò poi ai monaci di Santa Maria in Organo di Monte Oliveto, traendone alcune entrate per vivere giornalmente. Tornato dunque a Verona, diede più che ad altro opera al miniare tutto il rimanente della sua vita.
Dipinse a Bardolino, castello sopra il lago di Garda, una tavola che è nella Pieve; et un'altra per la chiesa di San Tommaso Apostolo; et una similmente nella chiesa di S. Fermo, convento de' frati di San Francesco, alla capella di San Bernardo, il quale Santo dipinse nella tavola, e nella predella fece alcune istorie della sua vita. Fece anco nel medesimo luogo et in altri, molti quadri da spose, de' quali n'è uno in casa di Messer Vincenzio de' Medici in Verona, dentrovi la Nostra Donna et il Figliuolo in collo che sposa Santa Caterina. Dipinse a fresco in Verona una Nostra Donna e San Giuseppo sopra il cantone della casa de' Cartai, per andare dal ponte nuovo a Santa Maria in Organo, la quale opera fu molto lodata. Arebbe voluto Liberale dipignere in Santa Eufemia la capella della famiglia de' Rivi, la quale fu fatta per onorare la memoria di Giovanni Riva, capitano d'uomini d'arme nella giornata del Taro, ma non l'ebbe; perché essendo allogata ad alcuni forestieri, fu detto a lui che per essere già molto vecchio, non lo serviva la vista. Onde scoperta questa capella, nella quale erano infiniti errori, disse Liberale che chi l'aveva allogata aveva avuto peggior vista di lui.
Finalmente essendo Liberale d'anni ottantaquattro o meglio, si lasciava governare dai parenti, e particolarmente da una sua figliuola maritata, la quale lo trattava insieme con gl'altri malissimamente; per che sdegnatosi con esso lei e con gl'altri parenti, e trovandosi sotto la sua custodia Francesco Torbido detto il Moro, allora giovane e suo affezionatissimo e diligente pittore, lo instituì erede della casa e giardino che aveva a San Giovanni in Valle, luogo in quella città amenissimo; e con lui si ridusse, dicendo volere che anzi godesse il suo uno che amasse la virtù, che chi disprezzava il prossimo. Ma non passò molto che si morì nel dì di Santa Chiara l'anno 1536, e fu sepolto in San Giovanni in Valle, d'anni 85. Furono suoi discepoli Giovan Francesco e Giovanni Caroti, Francesco Torbido detto il Moro, e Paulo Cavazzuola, de' quali, perché invero sono bonissimi maestri, si farà menzione a suo luogo.
Giovanfrancesco Caroto nacque in Verona l'anno 1470, e dopo avere apparato i primi principii delle lettere, essendo inclinato alla pittura, levatosi dagli studii della grammatica, si pose a imparare la pittura con Liberale veronese, promettendogli ristorarlo delle sue fatiche. Così giovinetto, dunque, attese Giovanfrancesco con tanto amore e diligenza al disegno, che con esso e col colorito fu nei primi anni di grande aiuto a Liberale. Non molti anni dopo, essendo con gl'anni cresciuto il giudizio, vide in Verona l'opere d'Andrea Mantegna e parendogli, sì come era in effetto, che elle fussero d'altra maniera e migliori che quelle del suo maestro, fece sì col padre che gli fu conceduto, con buona grazia di Liberale, acconciarsi col Mantegna. E così andato a Mantoa e postosi con esso lui, acquistò in poco tempo tanto che Andrea mandava fuori dell'opere di lui per di sua mano. Insomma non andarono molti anni che riuscì valente uomo.
Le prime opere che facesse, uscito che fu di sotto al Mantegna, furono in Verona nella chiesa dello spedale di S. Cosimo all'altare de' tre Magi, cioè i portegli che chiuggono il detto altare, ne' quali fece la Circoncisione di Cristo et il suo fuggire in Egitto, con altre figure. Nella chiesa de' frati Ingesuati, detta San Girolamo, in due angoli d'una capella fece la Madonna e l'Angelo che l'annunzia. Al priore de' frati di San Giorgio lavorò in una tavola piccola un presepio, nel quale si vede che aveva assai migliorata la maniera, perché le teste de' pastori e di tutte l'altre figure hanno così bella e dolce aria, che questa opera gli fu molto e meritamente lodata. E se non fusse che il gesso di quest'opera, per essere stato male stemperato, si scrosta e la pittura si va consumando, questa sola sarebbe cagione di mantenerlo vivo sempre nella memoria de' suoi cittadini. Essendogli poi allogato dagl'uomini che governavano la Compagnia dell'Agnol Raffaello una loro capella nella chiesa di Santa Eufemia, vi fece dentro a fresco due storie dell'Agnolo Raffaello, e nella tavola a olio tre Agnoli grandi, Raffaello in mezzo e Gabriello e Michele dagli lati, e tutti con buon disegno e ben coloriti, ma nondimeno le gambe di detti Angeli gli furono riprese come troppo sottili e poco morbide; a che egli, con piacevole grazia rispondendo, diceva che poi che si fanno gl'Angeli con l'ale e con i corpi quasi celesti et aerei, sì come fussero uccegli, che ben si può far loro le gambe sottili e secche, acciò possano volare et andare in alto con più agevolezza. Dipinse nella chiesa di San Giorgio all'altare, dove è un Cristo che porta la croce, San Rocco e San Bastiano, con alcune storie nella predella di figure piccole e bellissime. Alla Compagnia della Madonna, in San Bernardino, dipinse nella predella dell'altar di detta Compagnia la natività della Madonna e gl'innocenti, con varie attitudini negl'ucisori e ne' gruppi de' putti difesi vivamente dalle lor madri; la quale opera è tenuta in venerazione e coperta, perché meglio si conservi. E questa fu cagione che gl'uomini della Fraternita di Santo Stefano nel Duomo antico di Verona, gli facesseno fare al loro altare, in tre quadri di figure simili, tre storiette della Nostra Donna, cioè lo sposalizio, la Natività di Cristo e la storia de' Magi.
Dopo quest'opere, parendogli essersi acquistato assai credito in Verona, disegnava Giovanfrancesco di partirsi e cercare altri paesi, ma gli furono in modo addosso gl'amici e parenti, che gli fecero pigliar per donna una giovane nobile e figliuola di Messer Braliassarti Grandoni, la quale, poi che si ebbe menata l'anno 1505 et avutone indi a non molto un figliuolo, ella si morì sopra parto. E così rimaso libero si partì Giovanfrancesco di Verona, et andossene a Milano, dove il signor Antonmaria Visconte, tiratoselo in casa, gli fece molte opere, per ornamento delle sue case, lavorare. Intanto essendo portata da un fiamingo in Milano una testa d'un giovane ritratta di naturale e dipinta a olio, la quale era da ognuno in quella città ammirata, nel vederla Giovanfrancesco se ne rise, dicendo: "A me basta l'animo di farne una migliore". Di che facendosi beffe il fiamingo, si venne dopo molte parole a questo: che Giovanfrancesco facesse la pruova, e perdendo, perdesse il quadro fatto e 25 scudi, e vincendo, guadagnasse la testa del fiamingo e similmente 25 scudi. Messosi dunque Giovanfrancesco a lavorare con tutto il suo sapere, ritrasse un gentiluomo vecchio e raso con un sparviere in mano, ma ancora che molto somigliasse, fu giudicata migliore la testa del fiamingo. Ma Giovanfrancesco non fece buona elezzione, nel fare il suo ritratto, d'una testa che gli potesse fare onore, perché se pigliava un giovane bello e l'avesse bene immitato, come fece il vecchio, se non avesse passata la pittura dell'avversario, l'arebbe almanco paragonata. Ma non per questo fu se non lodata la testa di Giovanfrancesco, al quale il fiamingo fece cortesia, perché contentandosi della testa sola del vecchio raso, non volle altrimenti (come nobile e gentile) i venticinque ducati. Questo quadro venne poi col tempo nelle mani di madonna Isabella da Este, Marchesana di Mantoa, che lo pagò benissimo al fiamingo e lo pose per cosa singolare nel suo studio, nel quale aveva infinite cose di marmo, di conio, di pittura e di getto bellissime.