Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)
- Автор: Вазари Джорджо
- Язык: итальянский
- Жанр: Картины, альбомы, иллюстрированные каталоги
Электронная книга - «Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)». Краткое содержание книги:
Dipinse il medesimo una tavola d'un S. Sebastiano, che poi fu messa alla Madonna delle Grazie fuor di Mantoa; et in questa pose ogni estrema diligenza e vi ritrasse molte cose dal naturale. Dicesi che andando il Marchese a vedere lavorare Francesco mentre faceva quest'opera (come spesso era usato di fare), che gli disse: "Francesco, se' si vuole in fare questo Santo pigliare l'essempio da un bel corpo". A che rispondendo Francesco: "Io vo immitando un fachino, di bella persona, il qual lego a mio modo per fare l'opera naturale". Soggiunse il Marchese: "Le membra di questo tuo Santo non somigliano il vero, perché non mostrano essere tirate per forza, né quel timore che si deve imaginare in un uomo legato e saettato; ma dove tu voglia mi dà il cuore di mostrarti quello che tu dei fare, per compimento di questa figura". "Anzi ve ne prego, signore", disse Francesco, et egli: "Come tu abbi qui il tuo fachino legato, fammi chiamare, et io ti mostrerò quello che tu dei fare". Quando dunque ebbe il seguente giorno legato Francesco il fachino in quella maniera che lo volle, fece chiamare segretamente il Marchese, non però sapendo quello che avesse in animo di fare. Il Marchese dunque uscito d'una stanza, tutto infuriato con una balestra carica corse alla volta del fachino, gridando ad alta voce: "Traditore, tu se' morto, io t'ho pur colto dove io voleva", et altre simili parole; le quali udendo il cattivello fachino, e tenendosi morto, nel volere rompere le funi con le quali era legato, nell'aggravarsi sopra quelle e tutto essendo sbigottito, rappresentò veramente uno che avesse ad essere saettato, mostrando nel viso il timore e l'orrore della morte, nelle membra stiracchiate e storte per cercar di fuggire il pericolo. Ciò fatto, disse il Marchese a Francesco: "Eccolo acconcio come ha da stare, il rimanente farai per te medesimo". Il che tutto avendo questo pittore considerato, fece la sua figura di quella miglior perfezzione che si può imaginare. Dipinse Francesco, oltre molte altre cose, nel palazzo di Gonzaga la creazione de' primi signori di Mantoa, e le giostre che furono fatte in sulla piazza di S. Piero, la quale ha quivi in prospettiva. Avendo il Gran Turco per un suo uomo mandato a presentare al Marchese un bellissimo cane, un arco et un turcasso, il Marchese fece ritrarre nel detto palazzo di Gonzaga il cane, il Turco che l'aveva condotto e l'altre cose. E ciò fatto, volendo vedere se il cane dipinto veramente somigliava, fece condurre uno de' suoi cani di corte nimicissimo al cane turco, là dove era il dipinto, sopra un basamento finto di pietra; quivi dunque giunto il vivo, tosto che vide il dipinto, non altrimenti che se vivo stato fusse, e quello stesso che odiava la morte, si lanciò con tanto impeto, sforzando chi lo teneva, per adentarlo, che percosso il capo nel muro tutto se lo ruppe.
Si racconta ancora da persone che furono presenti, che avendo Benedetto Baroni nipote di Francesco un quadretto di sua mano, poco maggiore di due palmi, nel quale è dipinta una Madonna a olio dal petto in su quasi quanto il naturale et il canto a basso il Puttino, dalla spalla in su, che con un braccio steso in alto sta in atto di carezzare la madre, si racconta, dico, che quando era l'imperatore padrone di Verona, essendo in quella città don Alonso di Castiglia, et Alarcone famosissimo capitano per sua maestà e per lo re catolico, che questi signori, essendo in casa del conte Lodovico da Sesso Veronese, dissero avere gran disiderio di veder questo quadro: per che, mandato per esso, si stavano una sera contemplandolo a buon lume et amirando l'artificio dell'opera, quando la signora Caterina, moglie del Conte, andò dove erano que' signori con uno de' suoi figliuoli, il quale aveva in mano uno di quegli uccelli verdi, che a Verona si chiamano terranzi, perché fanno il nido in terra, e si avezzano al pugno come gli sparvieri. Avenne adunque, stando ella cogl'altri a contemplare il quadro, che quell'uccello, veduto il pugno et il braccio disteso del bambino dipinto, volò per saltarvi sopra, ma non si essendo potuto attaccare alla tavola dipinta, e per ciò caduto in terra, tornò due volte per posarsi in sul pugno del detto bambino dipinto, non altrimenti che se fusse stato un di que' putti vivi, che se lo tenevano sempre in pugno. Di che stupefatti que' signori, vollono pagar quel quadro a Benedetto gran prezzo, perché lo desse loro; ma non fu possibile per niuna guisa cavarglielo di mano. Non molto dopo, essendo i medesimi dietro a farglielo rubar un dì di San Biagio in San Nazzaro a una festa, perché ne fu fatto avertito il padrone, non riuscì loro il disegno.
Dipinse Francesco in San Polo di Verona una tavola a guazzo, che è molto bella, et un'altra in San Bernardino, alla capella de' Bandi, bellissima. In Mantoa lavorò per Verona in una tavola che è alla capella dove è sepolto San Biagio, nella chiesa di San Nazzaro de' monaci neri, due bellissimi nudi, et una Madonna in aria col Figliuolo in braccio, et alcuni Angeli, che sono maravigliose figure. Fu Francesco di santa vita e nimico d'ogni vizio, intanto che non volle mai non che altro dipignere opere lascive, ancor che dal Marchese ne fusse molte volte pregato. E simili a lui furono in bontà i fratelli, come si dirà a suo luogo. Finalmente Francesco, essendo vecchio e patendo d'orina, con licenza del Marchese e per consiglio di medici andò con la moglie e con servitori a pigliar l'acqua de' bagni di Caldero sul veronese; là dove, avendo un giorno presa l'acqua, si lasciò vincere dal sonno e dormì alquanto, avendolo in ciò per compassione compiaciuto la moglie; onde sopravenutagli mediante detto dormire, che è pestifero a chi piglia quell'acqua, una gran febre, finì il corso della vita a due dì di luglio 1519. Il che essendo significato al Marchese, ordinò subito, per un corriere, che il corpo di Francesco fusse portato a Mantoa; e così fu fatto, quasi contra la volontà de' veronesi, dove fu onoratissimamente sotterrato in Mantoa, nella sepoltura della Compagnia segreta in San Francesco. Visse Francesco anni 64; et un suo ritratto, che ha Messer Fermo, fu fatto quando era d'anni cinquanta. Furono fatti in sua lode molti componimenti, e pianto da chiunque lo conobbe come virtuoso e santo uomo che fu. Ebbe per moglie madonna Francesca Gioachini veronese, ma non ebbe figliuoli.