Gli antimercanti dello spazio [The Merchants' War - it]
- Автор: Пол Фредерик
- Серия: Mercanti dello spazio #2
- Год: 1985
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Delio Zinoni
- Жанр: Научная фантастика
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— Prodotti — sussurrò il Vecchio, e i suoi occhi scintillavano.
Era la parola magica; l’avevo conquistato. Il suo seguito se ne accorse prima di me, naturalmente, e la stanza si riempì di congratulazioni e di progetti. Un dipartimento interamente nuovo all’interno degli Intangibili. Prima un’indagine preliminare di due settimane, tanto per essere sicuri che non ci fossero ostacoli, e per individuare le zone di maggior profitto. Il progetto doveva passare al Comitato di Pianificazione, ma poi… — Quanto entrerà in azione, Tenny — disse il Vecchio con un gran sorriso, — sarà tutto tuo! — E poi fece il gesto rituale che generazioni di dirigenti pubblicitari hanno fatto per mostrare la loro ammirazione incondizionata: si tolse il cappello e lo mise sul tavolo.
Fu un momento di gloria. Mi sentivo scoppiare il cuore. E non vedevo l’ora che se ne uscissero dall’ufficio, perché quel progetto geniale avrebbe beneficato ben poco il suo inventore. Denaro, sì. Promozioni e prestigio, sì. Ma la sostituzione non poteva curare le compulsione limbale… mio Dio, come volevo una Mokie!
Riuscivo anche a vedere la mia signora di ottone, una volta ogni tanto, anche se non molto spesso. Si fece vedere nel mio ufficio, in risposta alla nota che le avevo fatto avere sul mio nuovo progetto, e si guardò intorno con aria distratta mentre io mi scusavo per essere andato dal Vecchio invece di aspettare… ehm, dopo. — Nessun problema, Tenn — disse allegramente, ma come se pensasse ad altro. — Non interferirà con i nostri… ehm, piani. Se possiamo vederci? Ma certo… prestissimo… ci sentiamo… ciao! — Non fu proprio prestissimo. Non venne a trovarmi, né mi invitò ad andare da lei, e quando cercai di chiamarla per telefono, o era fuori, o aveva troppa fretta per parlarmi. Be’, non c’era niente di strano. Adesso che sapevo quali erano i suoi obiettivi, potevo capire che non avesse tempo per tutto, nella sua vita.
Ma volevo ancora vederla, e quando ricevetti una chiamata a sorpresa, nel mio ufficio, poco prima della chiusura, corsi subito da lei, scavalcai la Terza Segretaria, superai in fretta e furia la Seconda Segretaria e mi venne permesso di chiamare Mitzi dalla scrivania della Prima Segretaria. — Ho appena parlato al telefono con Honolulu — dissi. — Tua madre. Ho un messaggio da parte sua.
Silenzio all’altro capo del filo. Poi: — Puoi aspettarmi per un’ora, Tenny? Poi andiamo a berci qualcosa al bar dei Dirigenti.
Be’, non fu un’ora: furono quasi due, ma non mi importò di aspettare. Anche se ero sulla buona strada per diventare un pezzo grosso, il mio status ufficiale non era ancora così elevato da permettermi privilegi dirigenziali. Era già una soddisfazione essere stato ammesso, grazie all’invito di Mitzi, e poter sedere con il mio Drambuie, contemplando la città nebbiosa e nuvolosa, con tutta la sua meravigliosa ricchezza e le sue promesse, in compagnia dei miei pari… be’, quasi pari. Non mi snobbarono neppure. Anzi, quando finalmente Mitzi apparve e si guardò attorno per cercarmi, ebbi delle difficoltà a districarmi e a trovare un tavolo tranquillo per due.
Lei era accigliata (era sempre accigliata negli ultimi tempi e sembrava nervosa. Aspettò che ordinassi il suo drink preferito: Mimosa, con champagne quasi autentico e succo d’arancia ricostituito, poi mi chiese: — Allora, cos’è questa cosa di mia madre?
— Mi ha chiamato, Mitzi. Mi ha detto che ha cercato di parlare con te fin da quando sei tornata, ma senza fortuna.
— Ma le ho parlato!
— Sì, una volta. Il giorno dopo essere atterrata. Per tre minuti, ha detto…
— Ero occupata!
— …e da allora non l’hai più richiamata.
C’erano almeno mezza dozzina di solchi sulla fronte ad avvertirmi, e la sua voce era gelida. — Tarb, parliamoci chiaro. Sono maggiorenne. I miei rapporti con mia madre non sono faccende che ti riguardano. È una vecchia impicciona, ed è per metà a causa sua che me ne sono andata su Venere, e se non voglio parlarle, nessuno mi obbliga a farlo. Chiaro? — I liquori arrivarono, e lei afferrò il suo. Prima di portarlo alle labbra aggiunse: — La chiamerò la prossima settimana — e trangugiò metà Mimosa.
— Non è male — ammise.
— Io lo so far meglio — osservai. Pensando: Maledizione, è meglio che me ne vada in fretta da quell’appartamento in condominio: non posso pretendere che Mitzi mi offra il suo ogni volta. E fu come se avessi parlato ad alta voce. Si appoggiò allo schienale, guardandomi pensierosamente. La maggior parte dei solchi erano spariti dalla sua fronte, a parte quei due che adesso parevano semi-permanenti, ma il suo sguardo era più indagatore di quanto mi piacesse.
— Tenny — disse, — c’è qualcosa in te che mi attrae moltissimo…
— Grazie, Mitzi.
— La tua stupidità, credo — continuò senza badare a quello che avevo detto. — Sì. È questo. Stupido e indifeso. Mi ricordi un topolino smarrito.
Provai a dire: — Solo un topolino? Non un gattino, almeno?
— I gattini crescono e diventano gatti. I gatti sono predatori. Credo che la cosa che mi piace di più di te è che hai perso le unghie da qualche parte. — Non mi stava guardando. Teneva gli occhi sulle luci nebbiose della città. Avrei dato un braccio per sapere quali frasi si stavano formando nella sua mente in quel momento, quelle che lei aveva bloccato prima che le uscissero dalle labbra. Sospirò. — Ne vorrei un altro — disse, ritornando nel mondo in cui c’ero anch’io.
Chiamai il cameriere, e gli mormorai qualcosa all’orecchio, mentre lei scambiava sorrisi e cenni della testa con dirigenti vari. — Mi dispiace di essermi intromesso nella questione di tua madre — dissi.
Lei alzò le spalle con aria assente. — Ho detto che la chiamerò. Non parliamone più. — Il suo viso si schiarì. — Come va il tuo lavoro? Ho sentito che il tuo nuovo progetto ha ottime prospettive.
Mi strinsi modestamente nelle spalle. — Ci vorrà ancora un po’ prima che possiamo dire se vale qualcosa.
— Sarà un successo, Tenn. Fino ad allora rimarrai nel ramo Religione?
Dissi: — Be’, sì, ormai me la cavo bene con quella. Credo che comincerò a seguire qualche altro corso, per accelerare la mia laurea.
Lei annuì, come se fosse d’accordo, ma disse: — Hai mai pensato di passare alla Politica?
Questo mi sorprese. — Politica?
Lei disse pensierosamente: — Non posso irti molto, per ora, ma potrebbe essere utile se cominciassi a metterci il naso.
Sentii un brivido corrermi lungo la schiena. Stava parlando del dopo! — Perché no, Mitzi? Trasferirò la Religione al mio Numero Due domani stesso! E adesso… abbiamo la serata davanti a noi…
Lei scosse la testa. — Tu ce l’hai, Tenny. Io ho qualcos’altro da fare. — Vide la delusione sulla mia faccia. Sembrò dispiaciuta anche lei. Osservò il cameriere che portava la seconda ordinazione, poi disse: — Tenny, lo sai che ho un sacco di cose per la testa in questo momento…
— Capisco perfettamente, Mitzi!
— Credi davvero? — Ancora quell’espressione pensierosa. — Comunque, capisci che sono occupata. Però non so se capisci cosa sento per te.
— Del bene, spero!
— Del bene e del male, Tenny — disse lei tristemente. — Del bene e del male. Se avessi un po’ di buon senso…
Ma non mi disse cosa avrebbe fatto se avesse avuto un po’ di buon senso, e dal momento che sospettavo quello che poteva essere, lasciai la frase in sospeso. — Alla tua salute — disse, esaminando la nuova Mimosa come se fosse una medicina, prima di berla.