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Gli antimercanti dello spazio [The Merchants' War - it]

Электронная книга - «Gli antimercanti dello spazio [The Merchants' War - it]». Краткое содержание книги:

Sono passati trent’anni da quando Frederik Pohl inventò quei Mercanti dello spazio che Kingsiey Amis nelle sue Mappe dell’inferno mise al disopra dello stesso 1984 di Orwell. Fu allora che dagli uffici di Madison Avenue le grandi compagnie pubblicitarie assunsero il controllo della Terra, ma fecero lo sbaglio di mandare un’astronave sul pianeta Venere. Oggi Venere è il rifugio dei refrattari e dei ribelli, il simbolo dell’anti-pubblicità, la bandiera dei nemici della produzione e del consumo. I rapporti tra i due pianeti si fanno ogni giorno più difficili. La situazione insomma è così tesa, che Frederik Pohl ha sentito la necessità di scrivere un nuovo romanzo sullo scottante argomento. E l’ha scritto.
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Quello comunque era il corso migliore che seguissi. La scrittura creativa è davvero… be’, creativa. All’inizio la professoressa ci disse che soltanto ai nostri tempi l’argomento veniva insegnato in maniera ragionevole. Ai vecchi tempi, gli studenti si limitavano ad inventare delle cose da soli, e poi gli insegnanti dovevano cercare di distinguere quello che c’era di buono o di cattivo, e come le idee venivano espresse. Eppure, ci disse, avevano l’esempio dei corsi d’arte. Gli aspiranti da secoli venivano messi a copiare le opere di Cézanne o Rembrandt o Warhol, per poter imparare le tecniche, mentre gli aspiranti scrittori erano spinti solo a inventare le loro proprie chiacchiere. Gli elaboratori verbali avevano cambiato tutto, e il primo compito che ci venne assegnato fu di riscrivere il Sogno di una notte di mezza estate in inglese moderno. Io presi il massimo.

Bene, da quel momento fui il cocco della professoressa, e lei mi lasciava fare molti lavori extracurriculari. C’era una buona probabilità, mi aveva detto, che passassi l’esame con il voto più alto mai ottenuto; e cose del genere non possono che fare bene quando si tratta di arrivare alla laurea. Così misi mano a dei progetti piuttosto ambiziosi. Il più difficile, credo, fu quello di riscrivere tutto quanto Alla ricerca del tempo perduto nello stile di Ernest Hemingway, ambientandolo nella Germania ai tempi di Hitler, e sotto forma di commedia in un atto.

Una cosa del genere era ben al di là delle capacità degli apparecchi che avevo nel mio piccolo condominio part-time, per non parlare del fatto che i miei compagni di stanza mi avrebbero disturbato, così presi l’abitudine di restare dopo il lavoro, di tanto in tanto, per usare i grossi elaboratori dell’Agenzia. Avevo disposto la lunghezza delle frasi a non più di sei parole, ridotto l’introspezione al cinque per cento, introdotto il programma dialogo teatrale, e stavo per cominciare, quando mi accorsi che non avevo più Mokie. Il distributore automatico aveva solo marche della nostra Agenzia, naturalmente. Le avevo già provate, ma non riuscivano a soddisfare il mio bisogno. Mi sembrava di aver visto una lattina di Mokie nel cestino dell’ufficio di Haseldyne, una volta. Immagino che fosse solo immaginazione, comunque mi diressi da quella parte.

C’era qualcuno nell’ufficio. Sentivo delle voci. Le luci erano accese; gli elaboratori di dati erano senza le copertine e stavano stampando dei programmi finanziari. Sarei tornato indietro in silenzio alla mia consolle, se non fosse stato che una delle voci era quella di Mitzi.

La curiosità fu la mia rovina.

Mi fermai per guardare i programmi che uscivano dalla macchina. All’inizio pensai che fossero le proiezioni di un piano di investimento, perché riguardavano tutti azioni e percentuali di quote azionarie in circolazione. Però mi sembrava di vedere una logica. Mi alzai, decidendo di tagliare la corda.

E feci l’errore di non volermi far vedere, uscendo attraverso gli uffici bui dalla parte opposta. Erano stati chiusi a chiave. Nulla mi impedì di entrare, ma era stata predisposta la trappola antiladri. Sentii un sibilo terribile, come quello dei tubi di Hilsch a Port Kathy, e una schiuma bianca mi avvolse. Ero stato annebbiato. Non vedevo più niente. La schiuma mi permetteva di respirare, ma non di vedere. Mi aggirai un momento per la stanza, andando a sbattere contro tavoli e sedie.

Poi mi arresi e rimasi lì ad aspettare. E mentre aspettavo, pensai.

Nel tempo che impiegarono per arrivare avevo preparato il mio discorso.

Erano Mitzi e Haseldyne, che nell’avvicinarsi spruzzavano la schiuma con un dispersore chimico… Lo sentivo dal sibilo. — Tenn! — gridò Mitzi. — Cosa diavolo ci fai qui?

Non risposi. Non direttamente almeno. Mi pulii la faccia e le spalle dai resti di schiuma, e le sorrisi.

— Vi ho scoperti — dissi.

Quelle parole ebbero un effetto curioso su di loro. Naturalmente erano sorpresi di vedermi lì. Mitzi teneva lo spray dispersore come se fosse un’arma, e Haseldyne stringeva in mano un pesante distributore di nastro, come se intendesse usarlo per darlo in testa a qualcuno… cosa abbastanza naturale, suppongo, dal momento che avevo fatto scattare l’allarme. Ma tutti e due divennero completamente inespressivi. Era come se le loro facce fossero diventate senza vita, e rimasero così per parecchi secondi.

Poi Mitzi disse: — Non capisco cosa vuoi dire, Tennison.

Ridacchiai. — È perfettamente ovvio. Ho visto i programmi. State progettando di prendere il controllo, vero?

Ancora nessuna espressione. — Voglio dire — chiarii, — voi due, e forse anche Dambois, vorreste prendere il controllo dell’Agenzia con i vostri investimenti. È giusto?

Lentamente, glacialmente, l’espressione tornò sul viso di Mitzi e di Haseldyne. — Che mi venga un accidente — tuonò Haseldyne. — Ci ha preso con le mani nel sacco, Mitzi.

Lei inghiottì, poi sorrise. Non era un buon sorriso… c’era troppa tensione nei muscoli della mascella, e le labbra erano troppo strette. — Sembra proprio di sì — disse. — Bene, Tenn, cosa intendi fare adesso?

Era un sacco di temo che non mi sentivo così bene. Perfino Haseldyne mi sembrava adesso un grassone innocuo e amichevole, non un mostro furioso.

Più amabilmente che potei, dissi: — Niente che non vogliate anche voi, Mitzi. Sono vostro amico. Tutto quello che desidero, è un po’ di amicizia da parte vostra.

Haseldyne guardò Mitzi. Mitzi guardò Haseldyne. Poi entrambi si voltarono a guardare me. — Suppongo — disse Haseldyne, scegliendo con cura le parole, — che quello che dobbiamo fare adesso e discutere di quanto volete che vi siamo amici, Tarb.

— Con piacere — dissi. — Ma per prima cosa… non avete una Mokie?

4

Il giorno seguente, all’Agenzia, la temperatura era salita di parecchi gradi. Nel pomeriggio si era fatta tropicale, perché Mitzi Ku mi aveva preso sotto la sua protezione. Cosa rendesse Mitzi Ku d’improvviso una potenza tanto grande, nessuno lo sapeva con esattezza, ma le chiacchiere in giro non lasciavano dubbi in proposito. Non se ne parlò più di rimettermi a fare il galoppino.

Perfino Val Dambois mi trovò degno del suo amore. — Tenny, ragazzo mio — mi salutò, dopo aver fatto tutta la strada fino al mio cubicolo agli Intangibili, — perché te ne stai in un buco come questo? Perché non l’hai detto? — Non l’avevo detto perché non avevo potuto superare la sua Terza Segretaria, era la risposta, ma era inutile dirgli quello che già sapeva. Potevo mettere una pietra sul passato… Per il momento almeno. Perdono per tutti, nessun rancore, un vero spirito timorato dalle vendite: questo era Tennison Tarb in quei giorni. Sorrisi a Dambois, e lasciai che mi mettesse un braccio sulle spalle, mentre mi riconduceva nel Regno Esecutivo. Ci sarebbe stato un giorno, lo sapevo, in cui la sua gola sarebbe stata esposta alle mie zanne… fino ad allora potevo perdonare e dimenticare.

Senza neppure dirmi una parola in proposito, mi misero in ufficio un distributore di Mokie. Niente di ufficiale: apparve semplicemente dal nulla, quel pomeriggio.

Però questo mi diede da pensare. Ingurgitare Mokie era senza dubbio innocuo (diavolo, io ne ero la prova!), ma si adattava all’immagine che dovevo offrire al mondo. Era una cosa molto da consumatore, e per di più, consumatore di una marca di un’altra Agenzia. Ci pensai su lungo la strada verso casa, nella macchina della compagnia. Quando diedi la mancia al pedalatore, il pensiero si cristallizzò, perché vidi l’espressione di risentimento nei suoi occhi, prima che la nascondesse, toccandosi il cappello. Tre giorni prima, dividevamo lo stesso peditandem. Potevo comprendere il suo risentimento. E l’implicazione era che, se fossi ricaduto in basso, lui e gli altri squali erano lì ad aspettarmi.

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