Gli antimercanti dello spazio [The Merchants' War - it]
- Автор: Пол Фредерик
- Серия: Mercanti dello spazio #2
- Год: 1985
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Delio Zinoni
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Gli antimercanti dello spazio [The Merchants' War - it]». Краткое содержание книги:
Guardai l’orologio mentre uscivano. L’intera faccenda era durata poco più di quattro ore, e Dixmeister non la finiva di adularmi. — Uno splendido lavoro, capo! Sarms ci sarebbe restato una settimana a pensarci. E adesso — strizzò un occhio, — se non sono impertinente, conosco un posto dove servono vera carne, e qualunque distillato possiate nominare. Cose ne direste di un buon vecchio Martini…
— Il pranzo — lo interruppi, — sarà un panino nel mio ufficio, e altrettanto per te. Perché voglio questa sala piena di nuovo in novanta minuti!
Bene, così fu, o quasi, e trovammo altri settantun possibili candidati. Ma quando ordinai la stessa cosa per la mattina seguente, la Selezione Centrale poté mandarmene solo centocinquanta circa. Stavamo prosciugando le loro riserve più in fretta di quanto riuscissero a rimpiazzarle. Così uscii e gironzolai per la strada, da un distributore di Mokie-Koke a un altro, studiando facce, modi di camminare, gesti. Ascoltai conversazioni, ogni tanto cominciai una discussione, per vedere come reagiva il candidato. Poi tornavo a casa, o in ufficio, e guardavo i notiziari Omni-V, cercando del talento nella vittima di un incidente o in una madre piangente perché il figlio era stato derubato per strada… o anche qualcuno che aveva appena fatto una rapina, perché trovai uno dei migliori candidati al Congresso per il New Jersey fra i fermati dalla polizia dopo un tentativo di furto con scasso. Tenni Dixmeister sotto pressione perché non si lasciasse sfuggire di mano i particolari. Mi preparò un nastro con i candidati dell’Agenzia alla seconda nomina, e io visionai tutte le scene per scovare qualche tratto interessante, o qualche modo di fare di cui dovevano liberarsi, se volevano essere ripresentati da noi.
Uno mi diede da fare. Era il Presidente degli Stati Uniti, un vecchietto dall’aria simpatica con delle specie di bargigli che gli andavano dalla punta del mento al collo, e una faccia da mummia che aveva accompagnato la vita di tre quarti degli elettori. Aveva recitato la parte del papà nel remake porno per l’infanzia di Caro Papà… sapete, quello che mette sempre i piedi sugli escrementi dei cani e che scorreggia ogni volta che si china per raccogliere il fazzoletto. Era apparso sui notiziari mentre conversava con l’Alto Primo Segretario della Repubblica Liberista del Sudan. Una sequenza di venti secondi, ma il Sudanese era riuscito ad accendere due sigarette Verily, bere una tazza di Caffeissimo e rovesciarne metà sul suo nuovo vestito Starrzelius, in un accesso di tosse, mentre diceva: Oh, zi, zinor presidende, molde molde grazie per averci zalvado! — Ebbi un groppo alla gola pensando a quel piccolo selvaggio e a tutta la sua gente benedetta finalmente dal libero mercato… ma provai anche qualcos’altro. Non era il Sudanese. Era il Presidente. Non si era spostato abbastanza in fretta, e metà Caffeissimo gli era finito sulla giacchetta da cerimonia… E mi venne l’idea.
— Dixmeister! — sbraitai, e tre secondi dopo lui era sulla porta, in attesa di ordini. — Quel babbeo del monociclo. Come va?
— È caduto cinque volte questa mattina — disse Dixmeister cupamente. — Non so se ci riuscirà mai. Se volete continuare con lui…
— Certo che voglio!
Lui inghiottì. — Nessun problema, signor Tarb. È tutto sotto controllo. Prendiamo un paio di monociclisti e gli montiamo la sua faccia in…
— Dieci minuti — ordinai, e ci riuscii. Entro nove minuti e trenta secondi era di nuovo nel mio ufficio a dirmi che gli spezzoni erano pronti. — Vediamo — ordinai, e lui tutto orgoglioso mi fece vedere quello che aveva scelto.
Erano tutti buoni, dovetti ammettere. Quattro corse. In ognuna il vincitore era abbastanza simile nell’aspetto al nostro babbeo, e ogni volta c’era un primo piano del vincitore, sorridente e ansimante, a cui potevamo sostituire il nostro, nello spot per la sua elezione. Ma ce n’era una che era meglio delle altre, perché era proprio quella che cercavo.
— Vedi? — chiesi. Naturalmente no. Agitai un dito. — L’incidente — dissi con aria paterna. In uno degli spezzoni il quarto monociclista sulla dirittura finale aveva deviato disperatamente per evitare il terzo. A qualche metro dal traguardo era finito a terra, a gambe levate. La telecamera aveva zoomato su di lui per un rapido primo piano della sua faccia, scornata e umiliata, prima di tornare sul vincitore.
E lui continuava a non capire niente. — Lo metteremo in corsa per le primarie presidenziali — annunciai.
Questo lo fece restare senza fiato. — Ma non ha… non è… non è possibile…
— È quello che faremo — ripetei — e c’è un’altra cosa. Hai notato il ciclista caduto? Non ti ricorda qualcuno?
Lui fece tornare indietro il nastro, bloccò l’immagine, guardò. — No — disse perplesso. — Non mi pare. A meno che… — trattenne il fiato. — Il Presidente? — Annuii. — Ma… ma è nostro. Non possiamo sconfiggere un nostro uomo…
— Quello che non possiamo, Dixmeister — scattai, — è permettere che il nostro uomo perda… chiunque sia. Ho detto «le primarie». Se il Presidente le vince, bene, avrà un’altra occasione. Ma se il monociclista lo supera, perché no? E useremo questo nastro! Monta la faccia del Presidente su quello che è caduto… è sufficiente un solo un flash, abbastanza per suggerire che è caduto sul traguardo… poi pensiamo allo spot del ragazzo.
Dixmeister mi fissò incredulo per un momento. Poi il concetto cominciò a farsi strada nella sua mente, e l’espressione divenne di adorazione. — Subliminalmente. — sussurrò, — è un capolavoro, signor Tarb.
Sì, lo era. Chi poteva fermarmi, ormai?
Eppure non ero felice.
Venerdì cominciai a sentirmi molto giù. Quando Mitzi mi passò accanto nel corridoio mi guardò stupefatta. — Sei dimagrito, Tenny! Cerca di dormire. Mangia qualcosa di decente… — Ma poi Haseldyne le diede uno strattone, e lei si infilò nell’ascensore, guardandomi preoccupata.
Era vero che ero dimagrito. E non dormivo molto. Mi accorgevo che diventavo sempre più irritabile, e perfino Nelson Rockwell pareva non aver più tanta voglia di parlare con me.
Avrei dovuto sentirmi felice. Il fatto che non lo fossi mi stupiva molto, perché mai nella mia vita avevo avuto di fronte un futuro così roseo. Mitzi e Haseldyne si stavano preparando a fare la loro mossa. Ad ogni ora io stavo dimostrando di essere l’uomo giusto da prendere con loro nell’operazione. Feci uno sforzo perimmaginarmi al cinquantacinquesimo piano, con una finestra nel mio ufficio d’angolo,e magari una doccia… E alla fine, fecero il colpo. Lo fecero proprio quel venerdì, a un quarto alle quattro del pomeriggio. Ero, andato in una specie di clinica per il recupero delle psiconeurosi, alla ricerca di un candidato per la corte d’appello, e quando tornai alla Torre, mi accorsi che era successo qualcosa. Tutti sussurravano, tutti avevano una faccia esterrefatta. Mentre salivo, sentii dietro di me il nome «Mitzi Ku». Smontando dalla scala mobile, aspettai la giovane assistente che aveva parlato e le sorrisi. — Mitzi è il nuovo capo qui, giusto?