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Gli antimercanti dello spazio [The Merchants' War - it]

Электронная книга - «Gli antimercanti dello spazio [The Merchants' War - it]». Краткое содержание книги:

Sono passati trent’anni da quando Frederik Pohl inventò quei Mercanti dello spazio che Kingsiey Amis nelle sue Mappe dell’inferno mise al disopra dello stesso 1984 di Orwell. Fu allora che dagli uffici di Madison Avenue le grandi compagnie pubblicitarie assunsero il controllo della Terra, ma fecero lo sbaglio di mandare un’astronave sul pianeta Venere. Oggi Venere è il rifugio dei refrattari e dei ribelli, il simbolo dell’anti-pubblicità, la bandiera dei nemici della produzione e del consumo. I rapporti tra i due pianeti si fanno ogni giorno più difficili. La situazione insomma è così tesa, che Frederik Pohl ha sentito la necessità di scrivere un nuovo romanzo sullo scottante argomento. E l’ha scritto.
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E il salone era pieno: tutti i novecento posti, eccetto la prima fila. Quella era per me… per me e per la mia segretaria, il mio truccatore, il mio regista. Percorsi il passaggio centrale senza guardarmi né a destra né a sinistra, feci segno al mio entourage di sedersi e saltai sul palcoscenico. Immediatamente Dixmeister arrivò di corsa e si mise di fronte alla platea. — Silenzio! — gridò. — Silenzio, per il signor Tarb!

Rimasi fermo a guardarli, aspettando di percepire i loro sentimenti. In effetti, erano già abbastanza in silenzio, perché loro sapevano dove si trovavano. Quella era la sala dove il Vecchio convocava i suoi dirigenti esecutivi, dove venivano presentati i prodotti più importanti, e i nuovi clienti sollecitavano i nostri servizi. Ognuno dei novecento sedili aveva il suo schienale, bracciolo, cuscino e presa per il microfono: i dirigenti dell’Agenzia viaggiavano in prima classe. E i novecento mandati dalla Selezione Centrale erano quasi tutti consumatori d’origine.

Perciò nella sala regnava un silenzio reverenziale, e quando percepii i loro sentimenti, seppi come dovevo rivolgermi a loro. Allargai le braccia, indicando il grane auditorio. — Vi piace quello che vedete? — chiesi. — Volete cose del genere per la vostra vita? È facile! Fate solo in modo di piacermi! Ognuno di voi verrà chiamato su questo palcoscenico e avrà dieci secondi per presentarsi. Dieci secondi! Non è molto vero? Ma sono tutti i secondi di uno spot-flash, e se non siete capaci i farlo qui, in questo auditorio, non potrete servire alla T.G.&S. Cosa farete con i vostri dieci secondi? Questo sta a voi. Potete cantare. Raccontare una storiella. Dire qual è il vostro colore preferito. Chiedermi il voto… Qualsiasi cosa! Quello che dite non ha importanza: l’importante è che mi spingiate a interessarmi a voi, e ad aiutarvi a farvi eleggere… Fate in modo di piacermi!

Feci un cenno con la testa a Dixmeister. Mentre il truccatore mi aiutava a scendere, Dixmeister balzò su e abbaiò: — Prima fila! A partire da sinistra! Voi là in fondo… sul palcoscenico!

Dixmeister saltò giù e si sedette al mio fianco, dividendo ansiosamente le sue occhiate fra la mia faccia e l’attore davanti a noi. L’attore era un tipo grande e grosso, capelli arruffati, occhi brillanti sotto le sopracciglia folte. Una faccia simpatica, tutto sommato. E aveva anche pensato bene a quello che doveva dire. — Io ho fiducia in voi tutti! — gridò — E voi potete avere fiducia in Marty O’Loyre, perché Marty O’Loyre vi ama. Aiutate Marty O’Loyre con il vostro voto il giorno delle elezioni!

Dixmeister schiacciò il pulsante del cronometro e sul monitor apparve il tempo: 10.00 secondi. Dixmeister annuì. — Ottimo tempismo e tre ripetizioni del nome. — Studiò la mia faccia, cercando di saltare dalla parte giusta nel momento giusto. — Un buon candidato al posto di sceriffo? — suggerì. — Solido, forte, comunicativo…

— Guarda come gli tremano le mani — dissi gentilmente. — Niente da fare. Il prossimo!

Una bionda alta e atletica, con i muscoli di chi passa lunghe ore a giocare al polo da tavola. — Troppo snob. Il prossimo.

Una negra anziana, con labbra grosse perennemente increspate. — Può andare come giudice testamentario, ma fatele tagliare i capelli. Il prossimo.

Due fratelli gemelli, con identiche voglie a forma di cuore sull’occhio destro — È una combinazione eccezionale, Dixmeister — gli feci la lezioncina. — Abbiamo due spot per consiglieri comunali? Bene. Il prossimo.

Pallida, esile, uno sguardo perso nel vuoto, non più di ventitré anni. — So cosa vuol dire esser infelici — disse… quasi singhiozzò. — Se mi aiutate, farò del mio meglio per aiutarvi…

— Troppo sdolcinata? — chiede Dixmeister.

— Non c’è nulla di troppo sdolcinato per il Congresso, Dixmeister. Prendi il nome. Il prossimo.

La rivelazione del gruppo fu un giovane imberbe, dai lineamenti spigolosi, che disse le sue battute con voce soffocata, mentre gli occhi dardeggiavano all’intorno pieni di paura. Sa il cielo come fosse riuscito a superare la Selezione Centrale, perché di sicuro non era un professionista, e la sua «presentazione» fu un resoconto balbettante di una gita da ragazzo al Prospect Park. E anche ben oltre il tempo. Dixmeister lo interruppe a metà di una frase, e mi guardò, con le sopracciglia sollevate in sprezzante divertimento. Mentre alzava la mano per mandar via il ragazzo lo fermai, perché qualcosa si stava facendo strada nella mia mente. — Aspetta un momento. — cercai di ricatturare il pensiero fuggevole. — Ecco… sì. Adesso ricordo. Le gare di monociclo, ieri… Uno dei vincitori aveva la stessa espressione di ansiosa stupidità. L’espressione dello sportivo. — In effetti, signor Tarb — disse il ragazzo dal palcoscenico — non sono molto sportivo io. Lavoro all’ufficio spedizioni della Starrzelius.

— Adesso sei un corridore di monociclo — gli dissi. — Vai al Guardaroba a farti dare i vestiti, e il signor Dixmeister ti troverà un allenatore. Dixmeister, prendi nota: «I miei amici pensavano che non fossi adatto per il monociclo, ma io non credo. Forse sono ostinato. Disposto a pagare il prezzo di un duro lavoro, sul monociclo o nella carica di …» vediamo…

— Deputato, signor Tarb? — azzardò Dixmeister, trattenendo il fiato.

Generosamente dissi: — Giusto, deputato. Forse. — In effetti quel disgraziato era troppo buono per il Congresso; pensavo a qualcosa di più, forse Vice-presidente. Ma potevo sistemare i particolari dopo, e nel frattempo non mi costava niente far sentire bene Dixmeister per un minuto. — Ah, un’altra cosa — aggiunsi, — chiama la Federazione Monociclistica e fagli vincere un paio di gare.

— Ma signor Tarb — disse Dixmeister con un tremito nella voce, — non so se saranno disposti a…

— Diglielo, Dixmeister. Digli che razza di propaganda rappresenta una cosa del genere per il monociclo. Convincili. Capito? Bene. Il prossimo.

E il prossimo. E il prossimo. Per novecento volte. Ma avevamo bisogno di moltissimi candidati. Anche se c’erano quasi una dozzina di Agenzie con forti dipartimenti politici, non mancava lavoro per tutti. Sessantun legislature di stato. Novecento città grandi e piccole. Tremila contee. E il governo federale. Mettete tutto insieme, e mediamente c’era un quarto di milione di cariche elettive in concorso ogni anno. (Naturalmente solo una piccola frazione di queste erano abbastanza importanti — voglio dire, abbastanza costose — da meritare il tempo della T.G.&S.) Circa metà delle volte potevamo riciclare quelli già in carica, ma dovevamo comunque trovare ogni anno cinque o diecimila personaggi freschi da istruire, vestire, truccare, provare, dirigere… e forse eleggere. Di solito venivano eletti. Non aveva particolare importanza chi vinceva un’elezione, ma la T.G.&S. aveva una reputazione da proteggere. Perciò ci battevamo per i nostri candidati come se vincere o perdere facesse una vera differenza.

Prima di arrivare alla fine dei novecento, il thermos del «caffè» sul bracciolo della mia poltroncina era stato riempito due volte di Mokie, e il mio stomaco cominciava a rumoreggiare per i primi stimoli della fame. Salii ancora una volta sul palcoscenico, facendo segno ai superstiti. — Venite avanti — ordinai. Obbedirono prontamente; sapevano che per loro era un grosso colpo. Rinforzai questa consapevolezza: — Parliamo di soldi — dissi, e cadde un silenzio di tomba nella sala. — Un congressista è pagato quanto un redattore pubblicitario di nuova nomina. Un consigliere comunale prende poco meno. — Si sentì un rumore: non un rantolo, ma una sospensione del respiro, come se ognuno di loro contemplasse mentalmente il tipo di paga capace di innalzarli in un solo colpo oltre la classe dei consumatori. — E questo è solo il salario. È solo l’inizio. La parte più sostanziosa è costituita dagli onorari, le consulenze, gli incarichi — (non c’era bisogno che dicessi le bustarelle) — che si accompagnano alla posizione. E possono essere davvero sostanziose. Quanto? Be’, io conosco un paio di senatori che ogni anno guadagnano quanto un direttore generale. — Un brivido percorse la folla, e questa volta si sentirono veri rantoli. — Non vi chiederò se volete una cosa del genere, perché non credo che ci siano pazzi qui dentro. Vi dirò come arrivarci. Tre cose. Non impicciatevi di ciò che non vi riguarda. Lavorate sodo. Fate quello che vi viene detto. Quindi, se sarete fortunati… — li lasciai in sospeso un momento, prima di sorridere. — Per il momento tornatevene a casa. Ripresentatevi alle nove di domani mattina per ulteriori istruzioni.

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