Gli antimercanti dello spazio [The Merchants' War - it]
- Автор: Пол Фредерик
- Серия: Mercanti dello spazio #2
- Год: 1985
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Delio Zinoni
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Gli antimercanti dello spazio [The Merchants' War - it]». Краткое содержание книги:
Lei non sorrise. Mi guardò solo con aria strana. — Il nuovo capo sì. Qui no — e se ne andò.
Tremando, raggiunsi l’ufficio di Val Dambois. — Val, vecchio mio — chiesi — cosa è successo? C’è stato un cambio della guardia?
Lui mi gelò con un’occhiata. — Le mani — disse. — Tirale via dalla mia scrivania. Macchi la lucidatura.
Sì, c’era proprio stato un grosso cambiamento! — Ti prego, Val, dimmi cos’è successo!
Lui disse aspramente: — È stata la tua amichetta Mitzi, e quello scimmione di Haseldyne. Ma non è stato un cambio della guardia. Hanno preso per il naso tutti. È stata la vecchia manovra di Ichan. Hanno spaventato a morte il Vecchio facendogli credere che volessero prendere il controllo; hanno spinto gli azionisti a comprare da loro a dieci volte il valore che possedevano; hanno preso i soldi e hanno comprato un’altra Agenzia!
E io non avevo sospettato niente.
Mi diressi verso la porta, senza sapere neppure quello che stavo facendo, finché alle mie spalle Dambois pronunciò le parole magiche:
— Ancora una cosa. Sei licenziato.
Questo mi fece voltare di scatto. Spalancai la bocca. — Non puoi farlo! — Lui sogghignò. — Non è possibile. Il mio progetto sui Consumisti Anonimi…
Lui alzò le spalle. — È in buone mani. Le mie.
— Ma… Ma… — Poi ricordai, e mi gettai sull’unica mia speranza come un naufrago sul salvagente. — Ho un’anzianità! Sono di prima classe… ho un’anzianità… Non puoi licenziarmi!
Lui mi guardò irritato, poi strinse le labbra. — Hmmm — disse e si succhiò i denti. Compose sulla tastiera il mio codice personale e lo studiò un momento.
Poi la sua espressione si illuminò. — Ma Tarb — disse calorosamente, — tu sei un patriota! Non lo sapevo che fossi nella Riserva. No, non posso licenziarti, ma quello che posso fare è mandarti in servizio per un anno o due… C’è una specie di mobilitazione in corso…
Sentii una sensazione di vuoto nello stomaco. — È assurdo! Ho ancora la mia anzianità, lo sai. Quando questa emergenza sarà terminata…
Lui alzò le spalle. — Io penso sempre al lato bello delle cose — disse. — Dopo tutto potresti non tornare più.
Tarb in disgrazia
1
Lo so che non avrei dovuto firmare quei documenti di arruolamento nella Riserva, all’università. Ma chi poteva pensare che li avrebbero presi sul serio? Quando uno ha dieci anni entra nel Giovani Scrittori di Slogan. A quindici, nella Piccola Lega del Libero Mercato. All’università, è la volta della Riserva. Lo fanno tutti. Vale per due corsi al semestre, e uno non deve fare Letteratura Inglese. Tutti quelli furbi lo fanno.
Ma per qualcuno che era finito in disgrazia, come me, non era poi una cosa tanto furba.
Se non avessi perso la testa, avrei potuto cercare un sistema per cavarmela… magari andare da Mitzi e implorare un lavoro… magari trovare un medico che mi dichiarasse inabile. Magari il suicidio. Quello che feci, andò molto vicino alla Possibilità N° 3. Mi presi una sbronza di Mokie mescolandola con Vodd-Quor, e mi svegliai su un trasporto truppe. Non ricordavo assolutamente di essermi presentato a rapporto, e quasi niente delle ultime quarantott’ore. Buio totale.
E un mal di testa totale. Non ebbi la possibilità di apprezzare le sordide miserie dei viaggi militari, perché ero troppo assorbito dalle miserie interne della mia testa. Riuscivo appena ad aprire gli occhi senza provare fitte mortali di dolore, quando mi scaricarono insieme ad altri cinquecento a Camp Rubicam, Nord Dakota, per due settimane di corso d’aggiornamento ufficiali. Consisteva in gran parte nel sentirsi dire che stavamo compiendo uno dei doveri più sacri nei confronti della società, e in esercitazioni a ranghi serrati. Poi ci fecero impacchettare le tastiere e i dischi dei computer, ce li caricammo sulle spalle e ci imbarcammo per l’esercitazione sul campo.
Esercitazione sul campo. Mi venivano i brividi solo a pensarci.
Il primo trasporto truppe era stato un inferno. Questo era quasi identico, eccetto che durò molte ore di più e dovetti affrontarlo da sobrio. Niente cibo. Niente cesso. Niente spazio per uscire dal bozzolo dove uno avrebbe dovuto «riposarsi». Niente da bere a parte l’acqua… e quest’ultima era la cosa più simile alla pura acqua di mare a cui si potesse arrivare senza violare la legge. Ma la cosa peggiore era che non sapevo quanto sarebbe durato. Alcuni dicevano che saremmo andati fino a Hyperion, per dare ai minatori di gas una lezione. L’avrei pensato anch’io, non fosse stato per il fatto che il trasporto aveva solo ali e jet. Niente razzi. Quindi niente viaggi spaziali; perciò doveva essere da qualche parte sulla Terra.
Ma dove? Le voci che si spandevano nell’aria fetida, da cuccetta a cuccetta, erano l’Australia… no, il Cile… neanche per sogno; avevano sentito dire all’ingegnere di volo che era l’Islanda.
Finimmo nel Deserto del Gobi.
Uscimmo dall’aereo con i nostri zaini e le nostre vesciche piene da scoppiare, e ci allineammo per essere contati. La prima cosa che notammo, fu che faceva caldo. La seconda che era secco. Non voglio dire il normale secco che c’è m certe giornate d’estate. Voglio dire secco. Il vento soffiava dappertutto una fine polvere bianca. Ci s’infilava fra le dita. Se uno teneva la bocca chiusa, si infilava anche fra i denti, e muovendo la mascella la si sentiva scricchiolare. Ci misero un’ora a contarci, poi ci fecero salire su un convoglio formato da dieci rimorchi e una motrice, che ci trasportò su quelle strade bianche e polverose fino agli alloggi.
Il posto è noto tecnicamente come Regione Autonoma di Xinjiang Uygur, ma tutti la chiamavano la Riserva. Era lì che vivevano alcuni degli ultimi gruppi di aborigeni non civilizzati. Uygur, Hui, Kazak: quelli che non avevano mai fatto la transizione alla società di mercato, quando il resto della Cina si era unito. Attorno a loro fiorisce la civiltà: RussCorp a nord; Indiastry a sud, e CinaHan alle loro porte. E loro se ne stanno lì, come se niente fosse! Mentre avanzavamo, tossendo e soffocando, vedevamo gli uomini seduti in cerchio, sulle strade laterali, che non alzavano neppure gli occhi a guardarci. Lo squallore era sconvolgente. Le case di fango gli crollavano addosso, e nel cortile c’era una pila di mattoni di fango, che si seccavano al sole, pronti per costruire una nuova casa quando quella vecchia fosse crollata del tutto. Davanti avevano una vecchia antenna arrugginita, per captare la TV via satellite, che di sicuro non era più in grado di ricevere immagini decenti… E c’erano sempre i bambini, a centinaia, che ridevano e ci facevano segni. Che ragione avevano di essere tanto felici? Non per le loro case, senz’altro. Di sicuro non dopo che arrivammo noi e gli requisimmo le migliori… quello che doveva essere stato un motel per turisti (ve l’immaginate qualcuno che andava in un posto del genere volontariamente?), con veri condizionatori d’aria alle finestre e una vera fontana nel cortile. Naturalmente la fontana era chiusa. E anche i condizionatori d’aria. E così pure l’energia elettrica. Così mangiammo (se si può chiamarlo mangiare: bistecche di soia e frappa di latte sintetico) alla luce delle candele! Agli ufficiali promisero una sistemazione migliore la mattina dopo, quando i comandanti ci avessero smistato, ma per il momento, se non ci dispiaceva…
Che ci dispiacesse o no, non faceva nessuna differenza, perché non c’era altro posto dove poter andare, se non nelle stanze del motel. Non sarebbero state neanche tanto male, se la fureria avesse messo dei materassi sui letti per dormirci sopra. Così distendemmo la maggior quantità possibile di vestiti, e cercammo di prender sonno, nel caldo e nella polvere, mentre tutti quanti intorno tossivano, e da fuori arrivavano rumori strani. Il peggiore era una specie di ululato meccanico: «Aaaah», e qualche volta «Aaaah-ee!». Mi addormentai chiedendomi quale macchinario primitivo facessero funzionare per tutta la notte. Chiedendomi cosa ci facessi lì. Chiedendomi se sarei mai tornato alla Torre, per non parlare del cinquantacinquesimo piano. Chiedendomi soprattutto che probabilità avessi di trovarmi un paio di Mokie, la mattina dopo, dal momento che la confezione da dodici che mi ero messo nello zaino era quasi finita.