Gli antimercanti dello spazio [The Merchants' War - it]
- Автор: Пол Фредерик
- Серия: Mercanti dello spazio #2
- Год: 1985
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Delio Zinoni
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Gli antimercanti dello spazio [The Merchants' War - it]». Краткое содержание книги:
Così appena entrato battei sul serbatoio del sonno. — Rockwell — gridai. — Sveglia! Voglio chiederti una cosa!
Non era un cattivo ragazzo„ il vecchio Nelson Rockwell. Aveva ancora sei ore di sonno prima che venisse il mio turno, e tutti i diritti del mondo di mangiarmi vivo per averlo tirato fuori. Ma quando sentì quello che volevo, fu la gentilezza m persona. Un po’ sorpreso, forse. — Vuoi smettere di bere, Tenny? — ripeté, ancora mezzo addormentato. — Be’, certo è una buona idea. Non devi rovinare la tua grande occasione. Ma onestamente non capisco cosa c’entro io.
— Ecco cosa, Nels: non mi avevi detto che una volta eri nei Consumisti Anonimi?
— Sì, certo. Anni fa. Però ne sono uscito, perché non ne avevo più bisogno, quando mi sono rimesso in sesto e ho cominciato con le collezioni… ah! — disse, illuminandosi. — Ho capito! Vuoi che ti dica com’è, per decidere se provare anche tu.
— Quello che voglio, Nels, è andare ai Consumisti Anonimi. E voglio che tu mi ci porti.
Lui guardò con desiderio il letto caldo e invitante. — Accidenti, Tenny. È aperto a tutti. Non occorre che ti ci porti io.
Scossi la testa. — Mi sentirei meglio se andassi con qualcuno — confessai. — Per favore. E presto. So che domani sera c’è una riunione…
Lui si mise a ridere. Quando ebbe finito di ridere, mi batté sul braccio. — Hai un sacco di cose da imparare, Tenny. C’è una riunione ogni sera. È così che funziona. E adesso se vuoi darmi le calze…
Nels Rockwell era fatto così. Mentre si stava vestendo, pensai a come potevo restituirgli il favore. Avrei dovuto lasciare quel buco in condominio, naturalmente. Perché non pagare due o tre mesi in anticipo, e lasciarlo a lui per quel tempo, in maniera che potesse scegliersi il momento migliore per dormire? Sapevo che doveva fare il turno di notte proprio per questo; così avrebbe potuto premere un altro turno, magari guadagnare qualcosa in più…
Ma mi trattenni. Non faceva bene a un consumatore, mi dissi, fargli venire delle idee più grandi di lui. Se la cavava benissimo così. Potevo fargli più male a interferire.
Così tenni la bocca chiusa, ma in fondo al cuore gli ero davvero grato.
I Consumisti Anonimi si rivelarono una cattiva idea. Me ne accorsi nel giro di due minuti. Il posto dove Rockwell mi aveva portato era una chiesa.
Non che ci sia niente di male, in sé. Anzi, era abbastanza interessante: non ero mai stato dentro una chiesa, prima. Inoltre, potevo considerarla una specie di ricerca per il mio lavoro agli Intangibili, il che significava che potevo farmi rimborsare il taxi (anche se Rockwell avrebbe voluto prendere il pedibus).
Ma la gente! Non erano solo consumatori. Erano la feccia dei consumatori: vecchietti rinsecchiti con tic facciali; ragazze grassocce e accigliate, con quel tipo di pelle che viene a mangiare soia solida; e poca anche di quella. C’erano due giovani sposi che parlavano nervosamente fra di loro, a bassa voce, con un bambino in mezzo che urlava freneticamente senza che nessuno li badasse. C’era un uomo con la faccia da furetto, fermo vicino alla porta, come se non riuscisse a decidersi se andarsene o rimanere… be’, anche per me era lo stesso. Quella gente erano dei perdenti. Un consumatore bene addestrato è una cosa. Ma quelli esageravano. Erano stati allevati e istruiti a fare quello che il mondo chiedeva da loro: comprare le cose che noi delle Agenzie avevamo da vendere. Ma che facce ebeti, stordite! Ciò che faceva il buon consumatore era la noia. La lettura era scoraggiatale case non erano una gioia a stare… cos’altro potevano fare delle proprie vite, se non consumare? Ma quella gente aveva fatto una parodia di questa nobile (be’, abbastanza nobile) missione. Erano ossessionati. Quasi uscii a cercare una Mokie, per togliermi di dosso i brividi che mi davano, ma visto che ero venuto fin lì, decisi di rimanere per la riunione.
Quello fu il mio secondo errore, perché il seguito fu disgustoso. Per prima cosa, dissero una preghiera. Poi cominciarono a cantare alcuni inni. Rockwell mi diede una gomitata, facendomi segno di unirmi, mentre gracchiava con quanto fiato aveva in gola, ma io non ebbi neppure il coraggio di guardarlo in faccia.
Poi fu ancora peggio. Uno dopo l’altro, quei poveri disgraziati si alzarono e cominciarono a singhiozzare le loro squallide storie. Quella si era rovinata la vita a forza di masticare Nic-O-Chew, quaranta pacchetti al giorno, finché le erano caduti i denti, ed era stata licenziata perché non poteva più fare il suo lavoro… che era quello di telefonista. Quell’altro era diventato maniaco di deodoranti e dei rinfresca-alito, e aveva cancellato a tal punto ogni traccia di esalazioni corporee che adesso aveva la pelle screpolata e le mucose secche. La coppia col bambino frignante… erano mokomani come me! Li guardai esterrefatto. Come avevano fatto a lasciarsi cadere così in basso? Sicuro, anch’io avevo un problema con le Mokie. Ma il solo fatto di essere lì significava che stavo facendo qualcosa per quel problema. In nessun modo mi sarei lasciato ridurre a dei rottami come loro due. — Forza Tenny — mormorò Rockwell, dandomi una gomitata. — Non vuoi testimoniare?
Non so cosa gli dissi, eccetto che era compresa la parola «arrivederci». Scivolai fino alla porta; avevo bisogno di aria. Mentre ero fermo sull’entrata, respirando a pieni polmoni, l’uomo con la faccia da furetto mi raggiunse. — Diavolo — disse sogghignando furtivamente, — ho sentito quello che diceva il vostro amico. Vorrei averlo io il vostro problema, invece del mio.
A nessuno piace sentirsi dire che la propria croce è meno pesante di quella di uno sconosciuto. Non fui cortese. Dissi: — Il mio problema è brutto abbastanza per me, grazie. — Per qualche ragione, mi sentivo la mente confusa in quel momento. Provavo contemporaneamente mezza dozzina di desideri e di avversioni separate… il bisogno disperato di una Mokie, il disprezzo per quei fantocci di Consumisti Anonimi, un fastidio acuto per Faccia-di-Furetto, il desiderio ardente di Mitzi Ku che mi prendeva di tanto in tanto… e sotto tutto questo, qualcos’altro che non riuscivo a identificare. Un ricordo? Un’ispirazione? Una decisione? C’era qualcosa che mi sfuggiva. Aveva a che fare con quello che stava succedendo dentro… no, qualcosa che era successo prima, qualcosa che aveva detto Rockwell?
Faccia-di-Furetto, mi resi conto all’improvviso, mi stava sibilando nell’orecchio. — Cosa? — sbraitai.
— Ho detto — ripeté lui, nascondendosi la bocca con la mano e guardandosi intorno, — che conosco uno che ha quello che vi serve: pillole anti-Mokie. Tre al giorno, una ogni pasto, e non avrete più bisogno della Mokie.
— Mio Dio — gridai, — mi state offrendo una droga? Io non sono un consumatore. Lavoro in un’Agenzia, io! Se vedo un poliziotto, vi faccio mettere dentro… — E in effetti mi guardai in giro alla ricerca di un’uniforme della Brinks o della Wackerhut; ma come al solito, non c’è mai un poliziotto quando ne hai bisogno, e in ogni modo quando tornai a guardare, Faccia-di-Furetto era sparito.
E così pure la mia idea, qualsiasi fosse stata.
I reni umani non sono fatti per sopportare quaranta Mokie-Koke al giorno. Ci furono dei momenti, nelle ventiquattr’ore seguenti, in cui mi chiesi se dopo tutto Faccia-di-Furetto non avesse avuto una buona idea. Alcune caute indagini alla clinica dell’Agenzia (oh, com’erano gentili con me adesso!) solidificarono le nozioni vaghe che avevo in testa. Le pillole furono una brutta notizia. Funzionavano, ma dopo un po’, forse sei mesi, forse meno, forse più, il sistema nervoso cedeva e alla fine c’era il collasso. Questo non lo volevo. È vero, avevo perso peso, e la mia faccia, allo specchio, quando mi depilavo, mostrava nuovi segni di tensione ogni mattina; ma funzionavo ancora discretamente.