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La casa che uccide [Smart House - it]

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La casa che uccide [Smart House - it]
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«Allora non dovrebbero esserci obiezioni alla mia proposta di simulare nuovamente il gioco, giusto per vedere se qualcuno nota qualcosa di diverso rispetto ai ricordi precedenti.»

Bruce spinse indietro la sedia. «D’accordo. Spostiamoci in soggiorno a bere il caffè e ad ascoltare le regole del gioco, proprio come la volta scorsa. Laura, hai intenzione di tirarti indietro?»

Laura gli lanciò un’occhiata sprezzante. «Dico sul serio, se quel computer viene riacceso me ne vado.»

«Non useremo il programma del gioco» la rassicurò Charlie. «La mia proposta è che sia io a svolgere la funzione del computer. Ci trasferiamo in soggiorno? Vi dirò cosa ho in mente mentre beviamo il caffè.»

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Il servizio da caffè era sulla credenza e questa volta ognuno si servì da solo. Charlie aspettò che si fossero seduti tutti poi disse: «Ho chiesto a Mrs Ramos di procurarmi queste matite e questi taccuini.» Su un tavolino c’erano una pila di blocchetti gialli e un portapenne di peltro pieno di matite. Charlie li prese, e mentre cominciava a distribuirli domandò affabilmente: «A proposito, di chi è stata l’idea di cancellare il gioco dalla memoria del computer?» Nessuno rispose. «Proverò a porre la domanda in un altro modo» disse. «È accaduto prima che arrivassero i poliziotti, durante o dopo?»

«Dopo» rispose Alexander. «Erano già andati via.»

«Capisco. Quindi, mentre erano qui, vi siete semplicemente limitati a non dire una parola riguardo al gioco e al tabulato dei movimenti registrati.» Terminò di distribuire i taccuini e sprofondò in una poltrona scura come la notte. Era così soffice, così comoda, quasi sensuale, tanto che dovette resistere all’istinto di accarezzarne il bracciolo. «Dove vi trovavate quando fu presa la decisione di cancellare tutto ciò che aveva a che fare col gioco?»

«Nella biblioteca» rispose Alexander. «Dicevano che avrebbero mandato qualcuno da Portland, un investigatore speciale, e che dovevamo restare tutti qui finché non ci avesse interrogato. Abbiamo indetto una riunione, ma non sapevamo quale fosse la nostra posizione legale, cioè quella della società.»

Charlie annuì con aria comprensiva. «Immagino. Quindi vi siete seduti al grande tavolo per le riunioni, da dove Mrs Ramos ha preso i taccuini, credo, e qualcuno ha detto: "Sbarazziamoci di ogni prova che riguardi il gioco". È andata così?»

«Lo sa che non è andata così!» gridò Laura Westerman con una voce stridula. «Nessuno ha mai pensato di cancellare delle prove di qualcosa che non fosse semplice stupidità. Io dissi che saremmo finiti su tutte le prime pagine dei settimanali scandalistici del paese. Saremmo stati ridicolizzati.»

«Credo che lei avesse ragione» ne convenne Charlie, e aspettò che qualcuno riprendesse il racconto.

Jake si strinse nelle spalle. «Forse sono stato io a suggerirlo, non lo ricordo, ma ricordo che all’improvviso ne parlavamo tutti. Mi ricordo anche che la polizia aveva preso il dischetto con i nostri movimenti dal programma di sicurezza di Smart House, un programma completamente diverso da quello del gioco. Noi però eravamo convinti che i nostri movimenti fossero stati registrati su quel dischetto, perlomeno è quello che pensavo io» aggiunse in modo perentorio. «Durante la riunione in cui si è discusso di lei, abbiamo deciso di fornirle uno stampato dei dati prelevati dalla polizia.» Guardò Milton con aria interrogativa e Milton annuì.

«Ce l’ho infatti» ammise Charlie. «Ma se Gary aveva una unità di controllo manuale mi domando quanto quello stampato possa essere accurato. A ogni modo, tornando alla simulazione del gioco, vorrei che cercaste di ricordare qualsiasi vostro movimento che abbia attinenza col gioco. Quando avete saputo qual era la vostra vittima, quando avete preso l’arma, quale arma avete scelto, quando e se l’avete usata.»

«A cominciare da che momento?» domandò Harry. «Io, per esempio, non sono in grado di fornirle un resoconto minuzioso di tutti i miei movimenti nell’arco delle ventiquattr’ore. Chi potrebbe farlo?»

«Per adesso mi interessano solo quelli più significativi» rispose Charlie tranquillizzandolo. «La vittima, il testimone, l’arma, l’ora. Sarete sorpresi nel constatare quante cose vi torneranno alla mente se davvero darete inizio a questo processo.»

«Che differenza fa?» insistette Harry. «Anche questo non ha alcun senso!»

Charlie lo guardò con un’espressione calma. «Qualcuno stava giocando per una posta molto alta. Qualcuno ha trovato i computer portatili e li ha usati. Lei sa chi è, Harry? Uno di voi lo sa sicuramente e altri sanno più di quello che lei crede. Se qui c’è un assassino, uno di voi o più di uno ha visto abbastanza da poter indicare di chi si tratta.»

«Mio Dio!» gemette Beth. «Durante il gioco ci siamo comportati come dei paranoici, ma questo… questo è mostruoso!»

«L’omicidio è qualcosa di mostruoso» ribatté Charlie, e passò in rassegna i loro volti osservandoli freddamente. Maddie era pallida come un cencio, le mani le tremavano troppo per riuscire a reggere una matita, del caffè o qualsiasi altra cosa. Alle parole di Charlie Laura aveva stretto il braccio del marito, ma Harry l’aveva allontanata con una scrollata e ora si fissava le scarpe con uno sguardo arcigno e lontano. Jake osservava attentamente Charlie e la sua espressione era distaccata e indecifrabile. Alexander rigirava la matita tra le dita, ne mordicchiava la gomma e ritornava a farla roteare. Solo Milton Sweetwater aveva un’aria rassegnata. Fu lui a rompere il silenzio.

«Charlie, quali sono i suoi sospetti? Cosa sa?» domandò.

«So che fin dall’inizio del gioco c’è qualcosa che non quadra nella lista dei movimenti. Se non aveste occultato delle prove alla polizia se ne sarebbero accorti anche loro. Venerdì sera Gary vi ha radunati tutti qui, vi ha descritto brevemente le regole del gioco ed è uscito dalla stanza. Il tabulato mostra che è salito in ascensore ed è andato in camera, dove sembrerebbe essere rimasto tutta la sera dal momento che non è più stata registrata alcuna uscita. In realtà però ho verificato che più tardi si trovava al primo piano, tutto preso dal gioco e dal tentativo di uccidere Bruce.» Charlie rise in maniera stridula. «Una magia. Sul tabulato risulta che quella sera è rientrato in camera una seconda volta.» Charlie li guardò nuovamente. Erano tutti immobili. «A meno che abbiate dei cloni segreti di cui non vi siete ancora dati la pena di informarmi, il sistema non ha registrato tutti i suoi movimenti, oppure è riuscito a mettere a segno un numero acrobatico praticamente impossibile. La polizia non ha chiesto di vedere l’intero tabulato?»

Alexander scosse la testa. La matita si spezzò all’improvviso tra le sue dita con un crac quasi assordante. Il ragazzo si schiarì la voce. «Non ho mai visto il tabulato completo. A nessuno è venuto in mente di risalire fino a venerdì, a cosa sarebbe servito? La polizia ha chiesto di avere il tabulato dei movimenti a partire da sabato dopo cena fino al momento del loro arrivo. Nessuno ha chiesto dei movimenti avvenuti prima di allora, perché avrebbero dovuto farlo?»

«Esattamente» rispose con ironia Charlie.

Harry balzò in piedi, scagliò per terra il blocco per gli appunti e guardò Jake con un’espressione furente. «È tutta una stramaledetta bugia! Quella registrazione non significa un accidente di niente! La prova che non c’era nessuno in ascensore con Rich, che Gary era solo nella Jacuzzi! Non significa niente! È tutta una stramaledetta bugia! Guardate cosa è successo a non dire niente su quel dannato gioco!»

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