La vendetta di Orion [Vengeance of Orion - it]
- Автор: Бова Бен
- Серия: Orion (it) #2
- Год: 1989
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Anna Maria Cossiga
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «La vendetta di Orion [Vengeance of Orion - it]». Краткое содержание книги:
— Resteremo in attesa di una risposta per l’alba di domani — disse Ettore. — Se la nostra offerta non viene accettata, forzeremo l’accampamento acheo. Anche se non avremo successo, è solo una questione di giorni perché l’esercito Hatti ci raggiunga.
— Abbiamo avuto messaggi con segnali di fumo — si vantò Alessandro. — Il loro esercito sarà in vista delle nostre mura entro tre giorni.
Guardai di nuovo Ettore. Lui annuì e io gli credetti.
— Ci sono stati abbastanza morti — disse Ettore. — È tempo di fare la pace. Agamennone può tornare a Micene con onore. Gli facciamo un’offerta generosa.
— Ma Elena resta con me! — aggiunse Alessandro.
Io dovetti sorridere a quelle parole. Non potevo davvero biasimarlo perché voleva tenerla.
Ettore mi diede una guardia d’onore di quattro uomini che mi scortarono fuori dalle porte Scee da cui ero entrato la notte prima. Ora, vedevo bene le massicce mura di Troia. Riuscivo quasi a credere che qualche dio avesse aiutato a costruirle. Blocchi enormi di pietra erano incuneati e fatti combaciare fino a un’altezza di più di nove metri, con alte torri quadrate che le sormontavano sulle porte e gli angoli principali. Le mura si inclinavano verso l’alto, così che risultavano più grosse al livello del terreno.
Dal momento che la città sorgeva sul promontorio a picco che guardava la pianura di Ilio, l’esercito attaccante avrebbe dovuto percorrere una salita prima di raggiungere le mura.
Tornai al campo Acheo e trovai Polete che mi aspettava sulla porta di fortuna.
— Che notizie porti? — chiese curioso. Mi accorsi che la sua voce, sebbene debole e stridente, non aveva il tono gracchiante e ansimante che affliggeva Priamo.
— Niente di buono — risposi. — Ci sarà battaglia domani.
Le spalle magre di Polete crollarono sotto la tunica consumata. — Pazzi. Maledetti pazzi.
Io sapevo che le cose erano diverse, ma non lo rivelai. Ci sarebbe stata battaglia, il giorno dopo, perché io non avrei fatto sapere alle due parti che ognuna di esse era pronta alla pace.
Andai direttamente da Ulisse, con Polete che mi saltellava vicino, le gambe ossute che facevano doppio lavoro per adeguarsi al mio passo. Soldati e nobili mi fissarono, leggendo nel mio viso cupo le notizie che portavo da Troia. Anche le donne mi guardarono, poi volsero il capo sapendo che il giorno successivo avrebbe portato sangue, massacro e terrore. Molte di loro erano native di quella terra, e speravano di essere liberate dalla schiavitù dai soldati troiani. Ma sapevano, pensai, che nella frenesia e nella sete di sangue della battaglia le loro possibilità di essere violentate e uccise erano molto più di quelle di essere riscattate e restituite alle loro famiglie.
L’alloggio di Ulisse era sul ponte della sua nave. Mi ricevette da solo, congedando aiutanti e servi per ascoltare il mio rapporto. Era nudo e bagnato dopo la sua nuotata mattutina, e si stava asciugando con forza con un ruvido asciugamano. Seduto su uno sgabello a tre zampe, si appoggiò con la schiena all’unico albero della nave. Le vele ammuffite che erano servite da tenda quando pioveva erano di nuovo piegate adesso che il sole splendeva, ma il viso barbuto del re di Itaca era scuro e simile a un presagio di sventura come una nuvola di tempesta, mentre gli dicevo che Priamo e i suoi figli avevano rifiutato i termini di pace degli Achei.
— Non hanno fatto nessuna controfferta? — chiese quando ebbi terminato il mio rapporto.
Senza esitare, mentii. — Nessuna. Alessandro ha detto che non consegnerà Elena, a nessuna condizione.
— Nient’altro?
— Lui e il principe Ettore mi hanno detto che un esercito Hatti sta marciando in loro aiuto.
Gli occhi di Ulisse si spalancarono. — Cosa? A che distanza sono da qui?
— A qualche giorno di marcia, a quanto ha detto Alessandro.
Si tirò la barba, con una reale costernazione sul viso. — Questo non può essere — mormorò. — Non può essere!
Io aspettai in silenzio, e guardai le barche allineate sulla spiaggia. Ognuna aveva l’albero rizzato, come se l’equipaggio si stesse preparando a salpare. Gli alberi non erano armati, il giorno prima.
Infine Ulisse saltò in piedi. — Vieni con me — disse con un tono di urgenza. — Agamennone deve saperlo.
12
— Gli Hatti stanno venendo qui? Per aiutare Priamo? — gracchiò Agamennone con la sua alta voce stridente. — Impossibile! Non può essere vero!
Il Sommo Re sembrava sgomento. Sedeva a capo del Consiglio, la spalla sinistra fasciata con strisce di stoffa macchiate di sangue e di un qualche cataplasma oleoso.
Era grosso di spalle e di corpo, costruito come una tozza torretta, tondo e massiccio dal collo ai fianchi. Indossava una cotta di maglia dorata sulla tunica, e sopra una corazza di pelle splendente, con fibre e ornamenti d’argento. Una spada ingioiellata gli pendeva dal fianco. Persino le gambe erano chiuse in schinieri di bronzo elaboratamente decorato, con fibbie d’argento. I sandali avevano nappe d’oro sui cinturini.
Nel complesso, Agamennone sembrava vestito più per una battaglia che non per un consiglio con i suoi luogotenenti e i re e i principi delle varie tribù achee.
Ma, conoscendo gli Achei e la loro tendenza alla discussione, forse sperava di intimorirli con la sua tenuta pomposa. O forse pensava sul serio di andare in battaglia.
Trentadue uomini sedevano in circolo intorno al piccolo focolare della baracca di Agamennone, i comandanti dei contingenti achei. Ogni regno alleato di Agamennone e di suo fratello Menelao era lì, sebbene i Mirmidoni fossero rappresentati da Patroclo anziché da Achille. Io sedevo dietro ad Ulisse, che si trovava due seggi più giù sulla destra del Sommo Re, così ebbi l’opportunità di studiare Agamennone da vicino.
C’era molta poca nobiltà nei lineamenti del Sommo Re. Come il suo corpo, il viso era largo e pesante, con un grosso naso tronco, la fronte bassa e gli occhi incassati che sembravano guardare il mondo con sospetto e risentimento. I capelli e la barba stavano appena cominciando a diventare grigi, ma erano ben pettinati e brillavano di un olio così profumato che mi faceva pizzicare le narici persino da dove ero seduto.
Teneva uno scettro di bronzo nella mano sinistra; quella destra era abbandonata mollemente in grembo. Una delle regole di equilibrio e ordine nelle riunioni del Consiglio stabiliva, a quanto pareva, che solo chi teneva lo scettro fosse autorizzato a parlare.
— Ho la promessa giurata dello stesso Hattusilis, Sommo Re dell’Hatti, che non interferirà nella nostra guerra contro Troia — disse Agamennone con tono petulante. — Scritta! — aggiunse.
— Ho visto l’accordo — confermò suo fratello Menelao.
Alcuni dei re e dei principi annuirono, ma il grande, rude Aiace, che sedeva a metà del circolo, parlò.
— Molti di noi non hanno mai visto il documento mandato dal Sommo Re Hatti.
Agamennone sospirò, quasi in modo femmineo, e si voltò verso un servo in piedi dietro la sua sedia. Immediatamente, questi andò in un angolo della stanza, dove un tavolo e varie casse erano stati raggruppati insieme a formare qualcosa di simile a un ufficio.
La baracca del Sommo Re era più grande di quella di Achille, ma non altrettanto lussuosa. Le pareti di tronchi erano nude, anche se il letto era coperto di ricchi drappi. Durante tutta la sfuriata, Agamennone non usò mai il palco; restò seduto allo stesso livello di tutti gli altri. Il bottino di dozzine di città era sparso tutt’intorno: armature, spade coperte di pietre preziose, lunghe lance con punte di bronzo luccicante, tripodi di ferro e di bronzo, casse che dovevano aver contenuto oro e gioielli. Il Sommo Re aveva fatto uscire le donne e gli schiavi. Non c’era nessuno, tranne il Consiglio, gli scriba e qualche servitore.