Il silenzio degli innocenti
- Автор: Thomas Harris
- Год: 1991
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: R. Rambelli
- Жанр: Маньяки
Электронная книга - «Il silenzio degli innocenti». Краткое содержание книги:
«È un hobby molto diffuso? A parte quelli che studiano professionalmente gli insetti, c'è molta gente che lo fa?»
«No, sono principalmente entomologi che cercano di ottenere esemplari perfetti... e qualche collezionista. Anche nell'industria delle seta allevano lepidotteri simili alle falene, ma non sono certo di questa specie.»
«Gli entomologi devono avere pubblicazioni periodiche, riviste professionali, e fornitori che gli vendono l'equipaggiamento» disse Clarice.
«Sicuro. E quasi tutte le pubblicazioni arrivano qui.»
«Le preparerò un pacco» disse Roden. «Qui ci sono un paio di persone abbonate privatamente a bollettini specializzati... li tengono sottochiave e si fanno pagare un quarto di dollaro da chi li vuole consultare. Domattina li scoverò.»
«Li farò mandare a prendere, grazie, signor Roden.»
Pilcher fece le fotocopie delle notizie su Erebus odora e gliele consegnò insieme all'insetto. «L'accompagno» disse.
Attesero l'ascensore. «Molti amano le farfalle e detestano le falene» disse Pilcher. «Ma le falene sono molto più... affascinanti.»
«Sono devastatrici.»
«Alcune lo sono, molte lo sono, ma vivono in modi diversissimi. Proprio come noi.» Pilcher rimase in silenzio per un piano. «C'è una falena, anzi più di una, che vive di lacrime» disse poi. «Non mangiano e non bevono altro.»
«Lacrime? E di chi?»
«Lacrime di grossi mammiferi terrestri, più o meno delle nostre dimensioni. La vecchia definizione di falena era "tutto ciò che gradualmente e silenziosamente divora, consuma o distrugge qualunque altra cosa"... E lei lo fa a tempo pieno? Dare la caccia a Buffalo Bill, voglio dire.»
«Faccio tutto quello che posso.»
Pilcher si lustrò i denti: la sua lingua si mosse dietro le labbra come un gatto sotto le coperte. «Non va mai a farsi un cheeseburger e una birra in qualche posticino divertente?»
«È da un po' di tempo che non ci vado.»
«Ci verrebbe con me, adesso? Non è lontano.»
«No, ma sarò io a invitarla quando questa storia sarà conclusa... e potrà venire anche il signor Roden, naturalmente.»
«Non c'è niente di naturale in tutto questo» disse Pilcher. E poi, quando furono alla porta: «Spero che concluderà presto il caso, agente Starling.»
Clarice corse a raggiungere la macchina che l'aspettava.
Ardelia Mapp le aveva lasciato sul letto la posta e mezza tavoletta di cioccolata Mounds. E adesso dormiva.
Clarice portò la macchina per scrivere portatile in lavanderia, la posò sul ripiano e infilò nel rullo i fogli e la carta carbone. Aveva organizzato mentalmente gli appunti su Erebus odora mentre tornava a Quantico, e li batté a macchina rapidamente.
Poi mangiò la cioccolata e scrisse un promemoria per Crawford suggerendo di controllare le liste degli abbonati delle pubblicazioni di entomologia, comparandole per mezzo del computer con i dossier dei criminali noti all'FBI e con i dossier nelle città più vicine alle località dei sequestri, nonché con i dossier dei colpevoli di reati sessuali e di reati gravi di Metro Dade, San Antonio e Houston, le aree dove le falene erano più numerose.
C'era anche un'altra questione, e Clarice dovette sollevarla per la seconda volta: "Chiediamo al dottor Lecter perché ha pensato che l'assassino avrebbe cominciato a scotennare le vittime".
Consegnò il tutto all'agente del turno di notte e si buttò sul letto con un senso di sollievo. Le voci della giornata sussurravano ancora intorno a lei, più sommesse del respiro di Ardelia Mapp dall'altra parte della stanza. Nell'oscurità fremente vedeva la faccia saggia della falena. Quegli occhi brillanti avevano visto Buffalo Bill.
E dai postumi della sbronza cosmica ispirata dallo Smithsonian, emersero l'ultimo pensiero e la sua conclusione per la giornata: In questo strano mondo, in questa metà del mondo che ora è buia, devo dare la caccia a una cosa che vive di lacrime.
15
A East Memphis, Tennessee, era tarda sera. Catherine Baker Martin e il suo ragazzo guardavano un film alla televisione nell'appartamento di lui e tiravano qualche boccata da una pipa caricata con l'hashish. Le interruzioni pubblicitarie diventavano sempre più lunghe e frequenti.
«Mi è venuta fame. Vuoi un po' di popcorn?» chiese Catherine.
«Vado a prenderlo io. Dammi le tue chiavi.»
«Rimani pure. Tanto, devo andare a vedere se ha telefonato mia madre.»
Catherine si alzò dal divano. Era una giovane donna alta, con l'ossatura solida, bene in carne, quasi pesante, con un bel viso e una gran massa di capelli lucenti. Mise le scarpe che erano finite sotto il tavolino e uscì.
La sera di febbraio era più rigida che fredda. Una nebbia leggera che saliva dal Mississippi aleggiava quasi ad altezza d'uomo sul grande parcheggio. Sopra di sé, Catherine scorgeva la luna morente, pallida e sottile come un amo di osso. Guardare in alto le dava un po' di vertigini. Si avviò attraverso il parcheggio, dirigendosi con passo sicuro verso la porta del suo appartamento, a un centinaio di metri di distanza.
Un furgoncino marrone era fermo vicino a casa sua, tra alcuni camper e barche sui carrelli per il rimorchio. Lo notò perché somigliava ai camioncini del servizio recapiti a domicilio che spesso le portavano i regali di sua
madre.
Mentre passava accanto al furgoncino, una lampada si accese nella nebbia. Era una lampada a stelo con tanto di paralume, e stava sull'asfalto dietro il veicolo. Sotto la lampada c'era una poltrona di cinz a fiorami rossi, e grandi fiori parevano sbocciare nella nebbia. I due oggetti sembravano messi in mostra come in un negozio d'arredamento.
Catherine Baker Martin batté un paio di volte le palpebre e continuò a camminare. Pensò che fosse qualcosa di surreale e l'attribuì all'effetto del-l'hashish. Ma no, era lucida. C'era qualcuno che traslocava: arrivava o andava via. Arrivava o andava via. C'era sempre qualcuno che andava o veniva, nelle Stonehinge Villas. Nel suo appartamento una tenda si mosse leggermente e Catherine vide il gatto che s'inarcava e si strusciava contro il vetro.
Aveva già in mano la chiave. Prima di usarla si voltò. Un uomo scese dalla parte posteriore del furgoncino. Nella luce della lampada vide che aveva una mano ingessata e il braccio al collo. Entrò e chiuse a chiave la porta.
Catherine Baker Martin sbirciò dalla tenda e vide che l'uomo stava cercando di issare la poltrona sul veicolo. La strinse con la mano illesa e tentò di sollevarla con il ginocchio. La poltrona cadde e si rovesciò. L'uomo la raddrizzò, si leccò l'indice e strofinò il punto dove il cinz s'era sporcato.
Catherine uscì.
«L'aiuto io.» Aveva il tono giusto... premuroso e gentile.
«Davvero mi farebbe questo piacere? Grazie.» La voce era strana, forzata. Non aveva l'accento locale.
La lampada gli illuminava il viso dal basso e gli alterava i lineamenti, ma Catherine poteva vedere chiaramente il resto della figura. L'uomo indossava un paio di calzoni kaki ben stirati e una specie di camicia di camoscio, sbottonata sul torace lentigginoso. Il mento e le guance erano glabri, lisci come quelli di una donna, e gli occhi erano soltanto punti scintillanti al di sopra degli zigomi, nelle ombre della lampada.
Anche l'uomo la guardava; e Catherine era sensibile a queste cose. Spesso gli uomini restavano sorpresi nel vederla così imponente quando si avvicinava; e alcuni lo nascondevano meglio di altri.
«Bene» disse lui.
Aveva un odore sgradevole, e Catherine notò con un senso di disgusto che la camicia di camoscio aveva ancora qualche pelo... peli arricciati sulle spalle e sotto le braccia.