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Il mago di Earthsea [A Wizard of Earthsea - it]

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Il mago di Earthsea [A Wizard of Earthsea - it]
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—  Dov’è finita l’avidità degli uomini? Ai vecchi tempi, nel nord, gli uomini amavano le gemme luccicanti. Io so cosa vuoi, mago. Anch’io posso offrirti la salvezza, perché so cosa può salvarti. Io conosco la sola cosa che può salvarti. C’è un orrore che ti segue. Ti dirò il suo nome.

Ged si sentì balzare il cuore nel petto e strinse forte il bastone, restando immobile come il drago. Lottò per un istante contro l’improvvisa e sconvolgente speranza.

Non era venuto a trattare per la propria vita. Poteva avere sul drago una vittoria, e una soltanto. Accantonò la speranza e fece ciò che doveva.

—  Non è questo che chiedo, Yevaud.

Quando pronunciò il nome del drago fu come se tenesse l’essere enorme per un guinzaglio esilissimo, stringendolo alla gola. Sentiva l’antica malignità ed esperienza degli uomini nello sguardo posato su di lui; vedeva gli artigli d’acciaio, ognuno dei quali era lungo come l’avambraccio di un uomo, e la pelle dura come la pietra, e il fuoco che covava nella gola del drago; eppure il guinzaglio si stringeva, si stringeva.

Ged parlò di nuovo: — Yevaud! Giura per il tuo nome che tu e i tuoi figli non verrete mai nell’arcipelago!

Le fiamme eruppero all’improvviso fulgide e rumorose dalle fauci del drago, che disse: — Lo giuro per il mio nome!

Poi sull’isola scese il silenzio, e Yevaud abbassò l’enorme testa.

Quando la rialzò e guardò, il mago se n’era andato e la vela dell’imbarcazione era un puntolino bianco sulle onde, verso occidente, diretto alle ricche isole ingemmate dei mari interni. In preda alla rabbia, il vecchio drago di Pendor s’innalzò, schiantando la torre con le contorsioni del suo corpo e sbattendo le ali che erano ampie quanto la città in rovina. Ma il suo giuramento lo tratteneva: e non volò, né allora né mai, verso l’arcipelago.

BRACCATO

Appena Pandor sparì oltre l’orlo del mare dietro di lui, Ged, guardando verso oriente, si sentì tornare nel cuore la paura dell’ombra, e gli fu difficile passare dal nitido pericolo dei draghi a quell’orrore informe e irrimediabile. Lasciò cadere il vento magico e veleggiò col vento del mondo, perché adesso non aveva desiderio di affrettarsi. Non aveva neppure un’idea chiara di ciò che doveva fare. Doveva fuggire, come aveva detto il drago: ma dove? A Roke, pensò, poiché là almeno era protetto e poteva chiedere consiglio ai saggi.

Prima, però, doveva ritornare a Torning Bassa e riferire agli isolani. Quando giunse notizia del suo ritorno, cinque giorni dopo la partenza, i maggiorenti e metà della popolazione della municipalità vennero, remando e correndo, a raccogliersi intorno a lui, a guardarlo sbalorditi e ad ascoltare. Ged fece il suo racconto e un uomo chiese: — Ma chi ha visto questo prodigio, draghi uccisi e draghi domati? E se…

—  Taci! — disse bruscamente il capo, perché sapeva, come sapevano quasi tutti, che un mago può avere modi sottili di dire la verità e può tenere la verità per sé: ma se dice una cosa, è veramente così. Perché questo è il suo potere. Perciò si stupirono, e poi cominciarono a sentire che non avevano più motivo di temere, e si rallegrarono. Si strinsero intorno al loro giovane mago e gli chiesero di ripetere il suo racconto. Arrivarono altri isolani e chiesero di udirlo anche loro. Prima del cader della notte, non fu più necessario che Ged lo ripetesse. Potevano farlo gli altri per lui, e anche meglio. Già i cantori del villaggio l’avevano adattato a una vecchia melodia, e intonavano il Canto dello Sparviero. I falò ardevano non solo sull’isola di Torning Bassa ma nelle municipalità al sud e all’est. I pescatori gridavano la notizia da barca a barca, da isola a isola: il male è scongiurato, i draghi non verranno mai da Pendor!

Quella notte, quell’unica notte, fu felice per Ged. Nessuna ombra poteva avvicinarsi a lui nel fulgore di quei fuochi di ringraziamento che ardevano su ogni collina e su ogni spiaggia, tra i cerchi di danzatori ridenti che lo circondavano cantando le sue lodi e agitando le torce nella ventosa notte d’autunno così che le scintille volavano fitte e lucenti e brevi nel vento.

Il giorno seguente s’incontrò con Pechvarry, che disse: — Non sapevo che tu fossi tanto potente, mio signore. — C’era paura nelle sue parole perché aveva osato trattare Ged come un amico, ma c’era anche un rimprovero. Ged non aveva salvato il suo figlioletto, sebbene avesse ucciso i draghi. Ged provò allora, rinnovata, l’inquietudine impaziente che l’aveva spinto a Pendor e che adesso l’allontanava da Torning Bassa. Il giorno seguente, anche se gli isolani sarebbero stati felici di tenerlo con loro per tutto il resto della sua vita, per lodarlo e vantarsi di lui, lasciò la casa sulla collina, senza altro bagaglio che i suoi libri, il suo bastone, e l’otak appollaiato sulla spalla.

Salì su una barca con due giovani pescatori di Torning Bassa, che volevano l’onore di essere i suoi rematori. Dovunque passassero, tra le imbarcazioni che affollavano i canali orientali delle Novanta Isole, sotto le finestre e i balconi delle case affacciate sull’acqua, davanti ai moli di Nesh, ai pascoli piovosi di Dromgan, alle maleodoranti capanne di Geath dove si produce l’olio, erano stati preceduti dalla fama della sua impresa. Tutti fischiettavano il Canto dello Sparviero al suo passaggio, e facevano a gara nell’invitarlo a passare la notte con loro perché raccontasse la storia del drago. Quando finalmente giunse a Serd, il comandante della nave cui chiese un passaggio fino a Roke s’inchinò e disse: — È un privilegio per me, nobile mago, e un onore per la mia nave!

Così Ged voltò le spalle alle Novanta Isole; ma mentre la nave si allontanava dal porto interno di Serd e alzava la vela, da oriente un vento fortissimo si levò per contrastarla. Era strano, perché il cielo invernale era sereno e quel mattino il tempo sembrava buono. C’erano soltanto trenta miglia da Serd a Roke, e proseguirono: e quando il vento rinforzò, continuarono a proseguire. La piccola nave, come quasi tutti i mercantili del mare Interno, aveva l’alta vela che si può girare per prendere il vento, e il suo comandante era un marinaio esperto, fiero della propria abilità. E così, bordeggiando ora a nord e ora a sud, avanzarono verso oriente. Il vento portò nubi e pioggia, e spirava così forte e capriccioso da mettere in pericolo la nave. — Nobile Sparviero — disse il capitano al giovane, che teneva accanto a sé al posto d’onore a poppa, sebbene fosse possibile conservare ben poca dignità sotto quel vento e quella pioggia che infradiciavano i loro mantelli, — nobile Sparviero, potresti dire una parola a questo vento?

—  Siamo vicini a Roke?

—  Abbiamo superato metà percorso. Ma nell’ultima ora non siamo andati più avanti, signore.

Ged parlò al vento. Il vento spirò meno forte, e per un po’ procedettero abbastanza bene. Poi, all’improvviso, grandi raffiche sibilanti vennero dal sud e li respinsero di nuovo verso occidente. Le nubi si squarciarono e ribollirono nel cielo, e il comandante della nave urlò rabbioso: — Questo maledetto vento spira contemporaneamente da tutte le parti! Solo un vento magico potrà portarcene fuori, signore.

Ged s’incupì; ma la nave e i suoi uomini erano in pericolo per lui, perciò suscitò nella vela il vento magico. Subito la nave cominciò a fendere le onde verso est, e il comandante si rianimò. Ma a poco a poco, sebbene Ged mantenesse l’incantesimo, il vento magico si attenuò, s’indebolì, fino a quando la nave parve arrestarsi sulle onde per un minuto, con la vela afflosciata, in quel tumulto di bufera e di pioggia. Poi, con uno scroscio tonante, il boma ruotò violentemente, e la nave virò e balzò verso nord come un gatto impaurito.

Ged si aggrappò a un sostegno, perché la nave era inclinata sul fianco, e urlò: — Torna a Serd, comandante!

Il comandante imprecò e gridò che non l’avrebbe fatto. — Ho a bordo un mago, e io sono il miglior marinaio della corporazione, e questa è la nave più maneggevole che abbia mai comandato… Tornare indietro?

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