Il mago di Earthsea [A Wizard of Earthsea - it]
- Автор: Гуин Урсула К. Ле
- Серия: Earthsea (it) #1
- Год: 1979
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0469-4
- Переводчик: Roberta Rambelli
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «Il mago di Earthsea [A Wizard of Earthsea - it]». Краткое содержание книги:
Incominciò un triste periodo. Quando sognava l’ombra o anche solo vi pensava, provava sempre quella fredda paura: la ragione e il potere defluivano da lui, lasciandolo intontito e smarrito. S’infuriava per la propria vigliaccheria, ma era inutile. Cercò qualche protezione, ma non c’era: la cosa non era di carne, non era viva e non era spirito, non aveva nome, non aveva altro essere che quello datole da lui stesso: un potere terribile al di fuori delle leggi del mondo illuminato dal sole. Sapeva soltanto che era attratta verso di lui e che avrebbe cercato di compiere il proprio volere per suo mezzo, essendo una sua creatura. Ma non sapeva in quale forma poteva venire, poiché non aveva ancora una sua forma, né come sarebbe venuta né quando.
Eresse tutte le barriere magiche che conosceva intorno alla sua casa e intorno all’isola su cui viveva. Quei muri d’incantesimo dovevano venire sempre rinnovati, e ben presto si accorse che se avesse speso tutta la sua forza in quelle difese non sarebbe stato più utile agli isolani. Cos’avrebbe potuto fare, preso fra due nemici, se fosse giunto un drago da Pendor?
Sognò ancora: ma questa volta, nel sogno, l’ombra era in casa, accanto alla porta, e cercava di afferrarlo nell’oscurità, e bisbigliava parole che lui non comprendeva. Si svegliò atterrito, e fece fiammeggiare nell’aria la luce incantata, rischiarando ogni angolo della casetta fino a quando non vide più ombre. Poi aggiunse legna sulle braci del focolare, e si sedette nella luce del fuoco ad ascoltare il vento dell’autunno che frusciava sul tetto di paglia e gemeva tra i grandi alberi spogli; e rifletté a lungo. Un’antica collera s’era destata nel suo cuore. Non avrebbe sopportato quell’attesa impotente, standosene prigioniero su un’isoletta a mormorare inutili incantesimi di chiusura e di protezione. Eppure non poteva fuggire dalla trappola: avrebbe tradito la fiducia degli isolani e li avrebbe abbandonati indifesi al drago. C’era una sola cosa da fare.
Il mattino seguente scese tra i pescatori all’ancoraggio principale di Torning Bassa; cercò il capo degli isolani e gli disse: — Devo andarmene. Sono in pericolo, e metto in pericolo anche voi. Devo andare. Perciò ti chiedo il permesso di recarmi a finire i draghi di Pendor, in modo da svolgere la mia missione presso di voi per poter partire liberamente. Se fallirò, fallirei comunque quando venissero qui, ed è meglio saperlo prima che dopo.
L’isolano lo guardò a bocca aperta. — Nobile Sparviero — disse, — là ci sono nove draghi!
— Otto sono ancora giovani, dicono.
— Ma il vecchio…
— Te l’ho detto, devo andarmene da qui. Ti chiedo il permesso di liberarvi prima del pericolo dei draghi, se mi sarà possibile.
— Come vuoi tu, signore — disse cupamente il capo isolano. Tutti coloro che ascoltavano pensavano che il loro giovane mago fosse pazzo o temerario, e scuri in volto lo videro partire, prevedendo di non avere mai più sue notizie. Alcuni insinuarono che intendeva semplicemente ritornare al mare Interno passando per Hosk, lasciandoli nei guai; altri, tra cui Pechvarry, sostennero che era impazzito e che cercava la morte.
Da quattro generazioni, tutte le navi regolavano la rotta in modo da tenersi lontane dalle spiagge dell’isola di Pendor. Nessun mago era mai andato là a combattere il drago, perché l’isola non era su una rotta di traffico e i suoi signori erano stati pirati, razziatori di schiavi e guerrafondai, odiati da tutti gli abitanti delle parti sudoccidentali di Earthsea. Perciò nessuno aveva cercato di vendicare il signore di Pendor dopo che il drago era comparso all’improvviso da occidente, piombando su di lui e sui suoi uomini che banchettavano nella torre, soffocandoli con le fiamme che gli uscivano dalla bocca e cacciando in mare tutta l’urlante popolazione della città. Invendicata, Pendor era stata lasciata al drago, con tutte le sue ossa e le sue torri e i gioielli rubati a principi morti da molto tempo sulle coste di Peln e di Hosk.
Ged sapeva benissimo tutto questo, e anche di più, perché da quando era giunto a Torning Bassa aveva pensato e ripensato a tutto ciò che aveva imparato sul conto dei draghi. Mentre guidava la piccola imbarcazione verso occidente — senza remare e senza usare le arti marinaresche che gli aveva insegnato Pechvarry, ma navigando con il vento magico nella vela e con un incantesimo posto sulla prua e nella chiglia perché non deviassero — attendeva di vedere l’isola morta levarsi dall’orlo del mare. Voleva procedere velocemente e perciò usava il vento magico, perché temeva ciò che stava dietro di lui più di quanto gli stava davanti. Ma col passare delle ore la sua impazienza colorata di paura si trasmutò in una specie di gioia rabbiosa. Finalmente cercava il pericolo di sua volontà; e più gli si avvicinava, più si sentiva sicuro che, almeno questa volta, in quell’ora che forse precedeva la sua morte, era libero. L’ombra non osava seguirlo nelle fauci di un drago. Le onde correvano crestate di bianco sul mare grigio, e le nubi grige volavano sopra di lui spinte dal vento del nord. Si diresse rapidamente a ovest, con la vela gonfiata dal vento magico, e giunse in vista delle rocce di Pendor, delle silenziose vie della città, delle torri sventrate e cadenti.
All’entrata del porto, una baia a mezzaluna poco profonda, lasciò cadere il vento incantato e fermò la barca, che si arrestò dondolando sulle onde. Poi chiamò il drago: — Usurpatore di Pendor, vieni a difendere il tuo tesoro!
La sua voce non giunse lontana, nel frastuono dei frangenti che battevano sulla spiaggia cinerea; ma i draghi hanno l’udito fine. Poco dopo, uno salì svolazzando da una rovina scoperchiata della città, come un immenso pipistrello nero, con le ali sottili e il dorso crestato, e volteggiando nel vento del nord venne verso Ged. Il cuore di Ged si gonfiò alla vista dell’essere che per la sua gente era un mito, e lui rise e gridò: — Va’ a dire al Vecchio di venire, verme del vento!
Perché quello era uno dei giovani draghi, messi al mondo lì anni addietro da un drago femmina venuto dallo stretto Occidentale, che aveva deposto la sua covata di grandi uova coriacee (come dicono che facciano i draghi femmina) in qualche stanza soleggiata e sventrata della torre ed era volato via di nuovo, lasciando il Vecchio Drago di Pendor a vegliare sui piccoli usciti dal guscio come lucertole terribili.
Il giovane drago non replicò. Non era molto grosso, forse era lungo come una nave a quaranta remi, ed era sottile come un verme nonostante l’ampiezza delle nere ali membranose. Non aveva ancora raggiunto le dimensioni di un drago adulto, e non ne aveva né la voce né l’astuzia. Si avventò verso Ged sulla piccola barca ondeggiante, aprendo le lunghe fauci dentate mentre scendeva in picchiata dall’aria come una freccia: perciò a Ged bastò legargli le ali e le membra con un secco incantesimo per farlo piombare in mare come una pietra. E il grigio mare si chiuse su di lui.
Due draghi simili al primo si levarono dalla base della torre più alta. Come il primo, si avventarono contro Ged: lui li catturò entrambi, li scagliò in mare e li affogò; e non aveva ancora alzato il suo bastone di mago.
Poi, dopo un po’, dall’isola ne vennero altri tre. Uno era molto più grosso, e lanciava spire di fuoco dalle fauci. Due si avventarono al volo verso di lui, sbattendo rumorosamente le ali, ma quello grande volteggiò e gli venne alle spalle, rapidissimo, per bruciare lui e la barca con l’alito di fuoco. Nessun incantesimo legante poteva prenderli tutti e tre, poiché due venivano da nord e uno da sud. Nell’istante in cui se ne accorse, Ged operò un incantesimo di metamorfosi, e tra un respiro e l’altro s’innalzò in volo dall’imbarcazione, in forma di drago.
Spiegando le immense ali e protendendo gli artigli, incontrò i due lanciati a capofitto, carbonizzandoli col fuoco, e poi si voltò verso il terzo, che era più grande di lui, e ugualmente armato di fiamme. Nel vento, sopra le grige onde, volteggiarono, sbatterono le mascelle, si tuffarono, risalirono, fino a quando il fumo ondeggiò intorno a loro, illuminato di rosso dal bagliore delle bocche ardenti. All’improvviso Ged volò verso l’alto, e l’avversario lo inseguì. A metà volo Ged-drago sollevò le ali, si arrestò, e scese in picchiata come un falco, con gli artigli protesi verso il basso, colpendo l’altro e urtandolo al collo e al fianco. Le nere ali sbatterono freneticamente e il nero sangue di drago piovve in gocce dense nel mare. Il drago di Pendor si liberò e s’involò a bassa quota, incerto, verso l’isola, dove si nascose strisciando in un pozzo o in una caverna tra le macerie della città.