Il mago di Earthsea [A Wizard of Earthsea - it]
- Автор: Гуин Урсула К. Ле
- Серия: Earthsea (it) #1
- Год: 1979
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0469-4
- Переводчик: Roberta Rambelli
- Жанр: Фэнтези
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— Quella terra ha una fama piuttosto tenebrosa — disse, guardando sempre l’uomo in grigio e cercando di giudicarlo. Aveva qualcosa che faceva pensare a un incantatore, addirittura a un mago: eppure, sebbene gli parlasse arditamente, aveva una strana aria depressa, quasi fosse un malato o un prigioniero o uno schiavo.
— Tu vieni da Roke — replicò quello. — I maghi di Roke attribuiscono una fama tenebrosa a tutte le magie che non sono le loro.
— Che uomo sei?
— Un viaggiatore, un agente commerciale di Osskiclass="underline" sono qui per affari — disse l’uomo in grigio. Poiché Ged non gli chiese altro, gli augurò la buonanotte e proseguì per la stretta viuzza a gradini che portava lontano dai moli.
Ged si voltò, indeciso se tener conto o no di quel segno, e guardò a nord. Il chiarore rosso stava svanendo rapidamente dalle colline e dal ventoso mare. Venne il grigio crepuscolo, e subito dopo la notte.
Ged, con improvvisa decisione, si diresse lungo la banchina, verso un pescatore che stava ripiegando le reti, e gli chiese: — Sai se in porto c’è una nave diretta a nord… a Semel o alle Enlades?
— Quella lunga nave laggiù è di Osskiclass="underline" forse si fermerà alle Enlades.
Sempre in fretta, Ged proseguì verso la nave indicata dal pescatore, una lunga nave di sessanta remi, sottile come un serpente, con l’alta prora ricurva e scolpita e intarsiata con dischi di guscio di loto, i portelli delle cubie dei remi dipinti di rosso, e la runa Sifl tracciata in nero su ciascuno. Aveva l’aria cupa ma sembrava veloce, ed era in perfetto ordine, con l’equipaggio a bordo. Ged cercò il comandante e gli chiese di portarlo a Osskil.
— Puoi pagare?
— Ho qualche abilità con i venti.
— So farlo anch’io. Non hai niente da darmi? Denaro?
A Torning Bassa i maggiorenti avevano pagato Ged come potevano, con i pezzi d’avorio usati dai mercanti nell’arcipelago: lui aveva accettato solo dieci pezzi, sebbene gli isolani volessero dargliene di più. Li offrì all’osskiliano, ma quello scosse il capo. — Noi non usiamo questi gingilli. Se non hai niente per pagare, io non ho posto per te a bordo.
— Hai bisogno di braccia? Io ho remato su una galea.
— Sì, ci mancano due uomini. Cercati il banco — disse il comandante, e non badò più a lui.
E così, dopo aver riposto il bastone e il sacco di libri sotto il banco dei rematori, Ged divenne, per dieci freddi giorni d’inverno, rematore di quella nave nordica. Lasciarono Orrimy allo spuntar dell’alba, e quel giorno Ged pensò che non ce l’avrebbe fatta. Il suo braccio sinistro era menomato dalle vecchie ferite alla spalla, e tutto il remare nei canali intorno a Torning Bassa non l’aveva preparato all’implacabile ritmo del lungo remo della galea, scandito dal rullo del tamburo. Ogni turno ai remi durava due o tre ore, e poi altri uomini davano il cambio; ma il tempo del riposo sembrava sufficiente solo a far sì che i muscoli di Ged s’irrigidissero, e poi doveva tornare ai remi. E il secondo giorno fu anche peggio; ma poi si abituò, e se la cavò discretamente.
Tra gli uomini dell’equipaggio non c’era il cameratismo che Ged aveva trovato a bordo dell’Ombra la prima volta che si era recato a Roke. I marinai delle navi di Andrad e di Gont sono soci e lavorano insieme per il profitto comune, mentre i mercanti di Osskil usano schiavi e servi oppure ingaggiano rematori, pagandoli con piccole monete d’oro. L’oro è molto importante, a Osskil. Ma non è fonte di buona amicizia su quell’isola, come non lo è fra i draghi, che a loro volta lo tengono in gran conto. Poiché la metà dell’equipaggio era composta da servi costretti a lavorare, gli ufficiali della nave si comportavano da schiavisti. Non frustavano mai un rematore che lavorava per la paga o per il passaggio, ma non è possibile che ci sia molta amicizia in un equipaggio dove alcuni vengono frustati e altri no. I compagni di Ged parlavano poco tra loro, e con lui parlavano ancor meno. Erano quasi tutti di Osskil e non usavano la lingua hardese dell’arcipelago ma un loro dialetto, ed erano uomini cupi, pallidi, con neri baffi spioventi e capelli lisci. Kelub, il rosso: così chiamavano Ged. Sebbene sapessero che era un mago, non gli mostravano il minimo riguardo ma piuttosto una specie di guardingo disprezzo. E lui non aveva voglia di cercare di farseli amici. Anche lì, sul banco, preso dal poderoso ritmo delle remate, in mezzo ad altri rematori di una nave che correva sui grigi mari vuoti, si sentiva esposto, indifeso. Quando entravano in porti sconosciuti, al cader della notte, e lui si avviluppava nel mantello per dormire, sebbene fosse stanchissimo sognava, si svegliava e riprendeva a sognare: sogni terribili, che al risveglio non riusciva a ricordare benché sembrassero aleggiare intorno alla nave e agli uomini della nave; e perciò diffidava di tutti.
Gli osskiliani liberi portavano tutti un lungo coltello al fianco; e un giorno, mentre gli uomini del suo turno consumavano il pasto del meriggio, uno domandò a Ged: — Sei uno schiavo o un violatore di giuramenti, Kelub?
— Né l’uno né l’altro.
— Perché non porti il coltello, allora? Hai paura di batterti? — chiese beffardo l’uomo, che si chiamava Skiorh.
— No.
— È il tuo cagnolino, a battersi per te?
— Otak — disse un altro che stava ascoltando. — Non è un cane, è un otak. — E disse qualcosa in osskiliano che indusse Skiorh a voltarsi dall’altra parte con una smorfia. Mentre si girava, Ged scorse un mutamento nel suo volto, uno sfocarsi dei lineamenti, come se per un attimo qualcosa l’avesse mutato usandolo per guardare Ged in tralice con i suoi occhi. Tuttavia dopo un momento Ged lo vide in faccia, e gli parve il solito: perciò si disse che ciò che aveva visto era la sua paura, il suo terrore riflesso negli occhi dell’altro. Ma quella notte, mentre erano in porto a Esen, sognò, e sognò Skiorh. Dopo quella notte cercò di evitare quell’uomo, e sembrava che anche Skiorh si tenesse lontano da lui. E non si parlarono più.
Le montagne innevate di Havnor scomparvero dietro di loro, a sud, confuse tra le nebbie del primo inverno. Superarono l’imboccatura del mare di Éa, dove tanto tempo prima era annegata Elfarran, e poi passarono oltre le Enlades. Rimasero per due giorni in porto a Berila, la Città d’Avorio, bianca sulla sua baia, nella parte occidentale della mitica Enlad. In tutti i porti in cui giungevano, gli uomini dell’equipaggio venivano tenuti a bordo della nave e non potevano mettere piede a terra. Poi, mentre si levava il sole rosseggiante, si avventurarono nel mare di Osskil, nei venti di nord-est che spirano indisturbati dalla desolazione senza isole dello stretto Settentrionale. Portarono il loro carico attraverso quel mare agitato, e il secondo giorno dopo la partenza da Berila entrarono in porto a Neshum, la città commerciale della parte orientale di Osskil.
Ged vide una costa bassa sferzata dal vento piovoso, una città grigia accovacciata dietro i lunghi frangiflutti che formavano il porto, e dietro la città colline spoglie sotto un cielo gravido di neve. Si erano spinti lontano dal sole del mare Interno.
I facchini della corporazione marittima di Neshum vennero a bordo per scaricare le merci (oro, argento, gioielli, sete finissime e arazzi meridionali, le cose preziose tesaurizzate dai signori di Osskil), e gli uomini liberi dell’equipaggio furono congedati. Ged ne fermò uno per chiedere indicazioni: fino a quel momento la diffidenza che provava per tutti loro l’aveva trattenuto dal dire dov’era diretto, ma adesso, appiedato e solo in una terra sconosciuta, doveva ben informarsi. L’uomo proseguì spazientito, dicendo che non lo sapeva; ma Skiorh, che aveva udito, disse: — La corte del Terrenon? Nelle brughiere di Keksment. Vado anch’io da quelle parti. Skiorh non era il compagno che Ged avrebbe scelto, ma poiché lui non conosceva né la lingua né la strada non poteva far altro. E non aveva molta importanza, pensò: non era stato lui a scegliere di venire lì. Era stato sospinto, e adesso veniva sospinto ancora. Si tirò il cappuccio sulla testa, prese il bastone e il sacco, e seguì l’osskiliano attraverso le vie della città e più oltre, tra le colline coperte di neve. Il piccolo otak non volle restargli sulla spalla e si nascose nella tasca della tunica di pelle di pecora, sotto il mantello, com’era sua abitudine quando faceva freddo. Le colline si stendevano a perdita d’occhio fra brughiere ondulate e squallide. Camminavano in silenzio, e il silenzio dell’inverno gravava su tutta quella terra.