hiolk han merth han!
Gridò quel distico a voce alta, e le capre accorsero a lui. Arrivarono prontamente, tutte insieme, in silenzio. Lo guardarono con le scure pupille longitudinali dei gialli occhi.
Duny rise e gridò ancora il distico rimato che gli dava potere sulle capre. Quelle vennero ancora più vicine, affollandosi e spingendosi intorno a lui. All’improvviso ebbe paura delle loro robuste corna nervate e dei loro occhi strani e del loro strano silenzio. Cercò di liberarsi e di scappar via. Le capre corsero insieme a lui, tenendolo al centro, e così finalmente piombarono nel villaggio: tutte le capre procedevano ammucchiate insieme, come se qualcuno avesse tirato una corda intorno a loro, e il bambino, là nel mezzo, piangeva e gridava. Gli abitanti uscirono dalle case, imprecando contro le capre e ridendo del ragazzino. Tra gli altri venne anche la zia, che non rise. Disse una parola alle capre e quelle, liberate dall’incantesimo, cominciarono a belare e a brucare e a vagare qua e là.
— Vieni con me — disse la zia a Duny.
Lo condusse nella capanna, dove viveva sola. Di solito non lasciava mai entrare i bambini, e i bambini avevano paura di quel luogo. Era una capanna bassa e buia, priva di finestre, fragrante delle erbe che stavano appese a seccare alla trave del tetto: menta e aglio selvatico e timo, e millefoglie e ruta e paramal, agrifoglio reale, tanaceto e alloro. La zia si sedette a gambe incrociate accanto al focolare, e guardando in tralice il bambino attraverso le ciocche tutte aggrovigliate dei neri capelli gli chiese cos’aveva detto alle capre e se sapeva cos’era quel distico. Quando scoprì che non sapeva nulla eppure aveva incantato le capre che l’avevano seguito, pensò che doveva avere in sé i germi del potere.
Come figlio di sua sorella non era stato niente per lei, ma adesso lo guardava con occhi nuovi. Lo elogiò e gli disse che avrebbe potuto insegnargli distici che gli sarebbero piaciuti di più, come la parola che costringe una chiocciola ad affacciarsi dal guscio o il nome che fa discendere un falco dal cielo.
— Sì, insegnami quel nome! — disse lui, che aveva superato la paura causata dalle capre e si gonfiava d’orgoglio per le lodi ricevute.
La strega gli disse: — Non dovrai mai dire quella parola agli altri bambini, se te la insegno.
— Prometto.
Lei sorrise di quell’ignoranza. — Molto bene. Ma legherò la tua promessa. La tua lingua tacerà fino a quando io deciderò di scioglierla, e anche allora, pur potendo parlare, non riuscirai a pronunciare la parola che t’insegnerò, se un’altra persona potrà udirla. Dobbiamo salvaguardare i segreti della nostra arte.
— Bene — disse il bambino, perché non aveva nessuna voglia di rivelare il segreto ai suoi compagni di gioco: era contento di sapere e fare cose che gli altri non sapevano e non potevano fare.
Restò seduto in silenzio mentre la zia si legava all’indietro i capelli scarmigliati e annodava la cintura della veste e tornava a sedersi a gambe incrociate, gettando manciate di foglie nel focolare, così che il fumo si sparse e saturò l’oscurità della capanna. Poi lei cominciò a cantare. Talvolta la voce cambiava, diventava più bassa o più alta, come se un’altra voce cantasse per suo mezzo, e il canto continuò e continuò fino a quando il bambino non seppe più se era desto o addormentato: e intanto il vecchio cane nero della strega, che non abbaiava mai, gli stava seduto accanto con gli occhi arrossati dal fuoco. Poi la strega parlò a Duny in una lingua che lui non comprese, e gli fece ripetere certe rime e certe parole fino a quando l’incantesimo scese su di lui e lo lasciò ammutolito.
— Parla! — disse la strega, per mettere alla prova il sortilegio.
Il bambino non poteva parlare, ma rise.
Allora sua zia si spaventò un po’ della sua forza, perché quello era uno degli incantesimi più forti che sapeva intessere: aveva tentato non solo di acquisire il dominio sulle sue parole e sul suo silenzio, ma anche di vincolarlo nel contempo al proprio servizio nell’arte della magia. Eppure, sebbene il sortilegio lo legasse, lui aveva riso. La donna non disse nulla. Gettò acqua pura sul fuoco fino a quando il fumo si disperse, e fece bere acqua al bambino, e quando l’aria fu limpida e lui poté di nuovo parlare gli insegnò il vero nome del falco, al quale il falco doveva accorrere.