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Il mago di Earthsea [A Wizard of Earthsea - it]

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Il mago di Earthsea [A Wizard of Earthsea - it]
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Nell’autunno inoltrato, il figlio del fabbricante di barche si ammalò. La madre mandò a chiamare la strega dell’isola di Tesk, che era abile nel guarire, e tutto parve andar bene per un giorno o due. Poi, nel cuore di una notte tempestosa, Pechvarry venne a bussare alla porta di Ged, implorandolo di salvare il bambino. Ged scese di corsa alla barca con lui, e insieme remarono in tutta fretta nel buio e nella pioggia fino alla casa dell’artigiano. Là, Ged vide il bambino sul pagliericcio, e la madre accovacciata in silenzio accanto a lui, e la strega che faceva una fumigazione di radici di corly e cantava il Canto di Nagian: era il miglior incantesimo risanatore che conoscesse. Ma bisbigliò a Ged: — Nobile mago, temo che questa febbre sia la febbre rossa e che il piccino ne morirà stanotte.

Quando Ged s’inginocchiò e posò le mani sul bambino, pensò la stessa cosa, e si ritrasse per un momento. Durante gli ultimi mesi della sua lunga malattia il maestro erborista gli aveva insegnato molte cose dell’arte dei guaritori, e la prima e l’ultima lezione era questa: guarisci la ferita e cura la malattia, ma lascia andare lo spirito morente.

La madre vide il suo gesto e comprese, e gridò disperata. Pechvarry si piegò su di lei dicendo: — Il nobile Sparviero lo salverà, moglie. Non piangere. Ora c’è lui. Ci riuscirà.

Udendo il grido della madre e vedendo la fiducia che Pechvarry riponeva in lui, Ged comprese che non poteva deluderli. Diffidava del proprio giudizio, e pensava che forse il piccolo poteva salvarsi se si fosse riusciti ad abbassare la febbre. Disse: — Farò del mio meglio, Pechvarry.

Cominciò a bagnare il bambino con la fredda acqua piovana appena caduta che gli altri gli portavano, e prese a recitare uno degli incantesimi per arrestare la febbre. Il sortilegio non fece presa, e all’improvviso Ged pensò che il piccino gli stava morendo tra le braccia.

Chiamando a raccolta tutto il suo potere, senza pensare a se stesso, mandò il suo spirito all’inseguimento dello spirito del bimbo, per ricondurlo indietro. Chiamò il nome del piccolo: — Ioeth! — Quando ebbe l’impressione di ricevere una fievole risposta col suo udito interiore, insistette, chiamando ancora. Poi vide il bambino che correva svelto, lontano, molto più avanti, scendendo le pendici buie di un’immensa collina. Non c’erano suoni. Le stelle sopra la collina non erano quelle che i suoi occhi avevano conosciuto. Eppure conosceva per nome le costellazioni: il Covone, la Porta, l’Uomo che si volta, l’Albero. Erano le stelle che non tramontano, che non impallidiscono allo spuntar del giorno. Aveva seguito troppo lontano il bambino morente.

Si ritrovò solo sul pendio buio. Era difficile tornare indietro, molto difficile.

Si voltò, lentamente. Lentamente tese in avanti un piede per risalire il pendio, poi l’altro. Andò, passo passo, e ogni passo era uno sforzo di volontà, era sempre più faticoso del precedente.

Le stelle non si muovevano. Non c’era vento, su quel terreno arido e scosceso. In tutto l’immenso regno della tenebra lui solo si muoveva, salendo lentamente. Giunse in cima alla collina e vide il basso muro di pietre. Ma oltre il muro, di fronte a lui, c’era un’ombra.

L’ombra non aveva la forma di un uomo o di una bestia. Era amorfa, quasi invisibile, ma gli parlava sottovoce, sebbene non ci fossero parole nel suo mormorio, e si protendeva verso di lui. Stava dalla parte dei vivi, e lui stava dalla parte dei morti.

Doveva scendere la collina per addentrarsi nelle terre deserte e nelle buie città dei morti, oppure doveva scavalcare il muro per tornare alla vita, dove l’attendeva la cosa informe e maligna?

Aveva in mano il bastone, e lo levò alto. A quel movimento, la forza riaffluì in lui. Quando si accinse a scavalcare il basso muro di pietre per balzare contro l’ombra, il bastone sfolgorò all’improvviso, bianchissimo, una luce abbacinante in quel luogo buio. Balzò, si sentì cadere, e non vide altro.

Ora, ciò che videro Pechvarry e sua moglie e la strega fu questo: il giovane mago s’era interrotto a metà dell’incantesimo, e per un poco aveva tenuto stretto a sé il piccino, restando immobile. Poi aveva deposto delicatamente Ioeth sul pagliericcio e si era alzato, restando in silenzio col bastone in mano. All’improvviso levò alto il bastone, che sfolgorò di una luce bianca come se il mago tenesse in pugno il fulmine, e tutti gli oggetti nella capanna spiccarono stranamente vividi in quel fuoco momentaneo. Quando i loro occhi non furono più abbagliati, videro il giovane raggomitolato sul pavimento di terra battuta, accanto al pagliericcio dove giaceva morto il bimbo.

Pechvarry credette che anche il mago fosse morto. Sua moglie piangeva, e lui era completamente sconvolto. Ma la strega aveva una certa conoscenza della magia e delle vie che un vero mago può percorrere, e comprese che Ged, sebbene giacesse freddo ed esanime, non doveva essere trattato come un morto ma come un uomo malato o in trance. Ged fu portato a casa e venne lasciata con lui una vecchia, perché vedesse se dormiva per destarsi o dormiva per sempre.

Il piccolo otak era nascosto fra le travi del tetto, come faceva sempre quando entrava qualche estraneo. Rimase là mentre la pioggia batteva sulle pareti e il fuoco si smorzava e la notte — passando lentamente — lasciava la vecchia intenta a sonnecchiare accanto al focolare. Poi l’otak scese cautamente e si avvicinò a Ged che giaceva rigido e immobile sul letto. Cominciò a leccargli le mani e i polsi, a lungo, pazientemente, con la linguetta secca e bruna come una foglia. Accovacciandoglisi accanto alla testa gli leccò la tempia, la guancia sfregiata, e, delicatamente, gli occhi chiusi. E adagio adagio, sotto quel tocco lieve, Ged si svegliò. Si svegliò senza sapere dov’era stato e dov’era, e cos’era la fioca luce grigia nell’aria intorno a lui, che era la luce dell’alba ritornata al mondo. Poi l’otak si acciambellò come al solito accanto alla sua spalla e si addormentò.

Più tardi, quando Ged ripensò a quella notte, comprese che se nessuno l’avesse toccato mentre giaceva perduto nel mondo degli spiriti, se nessuno l’avesse richiamato in un modo o nell’altro, forse sarebbe stato perduto davvero. Era solo la saggezza istintiva della bestia che lambisce il compagno sofferente per confortarlo, eppure in quella saggezza Ged vide qualcosa di affine al suo potere, qualcosa che era profondo quanto la magia. Da quel momento si convinse che saggio è l’uomo che non si isola mai dalle altre creature viventi, sappiano parlare o no, e negli anni seguenti si sforzò a lungo di scoprire ciò che si può imparare in silenzio dagli occhi degli animali, dal volo degli uccelli, dai grandi gesti lenti degli alberi.

Aveva compiuto indenne, per la prima volta, il passaggio e il ritorno che solo un mago può compiere a occhi aperti e che neppure il più grande dei maghi può realizzare senza rischio. Ma era tornato alla paura e all’angoscia. L’angoscia era per il suo amico Pechvarry, la paura era per se stesso. Ora sapeva perché l’arcimago aveva temuto di mandarlo lontano, sapeva cos’aveva oscurato e obnubilato la visione del suo futuro. Perché era la tenebra stessa ciò che l’aveva atteso, la cosa senza nome, l’essere che non apparteneva al mondo, l’ombra che lui aveva scatenato o creato. In spirito, al muro di confine tra la morte e la vita, l’aveva atteso per quei lunghi anni. L’aveva trovato là, finalmente. Adesso si sarebbe messa sulle sue tracce, cercando di avvicinarsi a lui, di prendere per sé la sua forza, di risucchiare la sua vita e di ammantarsi della sua carne.

Poco dopo sognò la cosa, come un orso senza testa né muso. Gli parve che si aggirasse a tentoni intorno alle pareti della casa, cercando la porta. Non aveva più fatto un simile sogno dopo essere stato guarito dalle ferite infertegli dall’ombra. Quando si svegliò era debolissimo e intirizzito, e le cicatrici sul volto e sulla spalla dolevano e tiravano.

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