Lo scarabeo nel formicaio
- Автор: Стругацкий Аркадий Натанович, Стругацкий Борис Натанович
- Год: 1988
- Язык: итальянский
- Год: Editori Riuniti
- Переводчик: Claudia Scandura
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Lo scarabeo nel formicaio». Краткое содержание книги:
Guardo giù, ma non vedo niente. Però mi accorgo all’improvviso di non avere più l’asfalto sotto le suole, ma qualcosa di morbido, elastico, scivoloso, proprio come un folto tappeto bagnato. Mi accoccolo.
— Puoi accendere il tuo proiettore, — ringhia Ščekn.
Ma ormai anche senza proiettore vedo che qui l’asfalto è ovunque ricoperto da una crosta piuttosto spessa e disgustosa, una specie di massa umida pressata, abbondantemente ricoperta di muffa multicolore. Tiro fuori il coltello, sollevo uno strato di questa crosta, dalla massa ammuffita si stacca qualcosa a metà fra un cencio e un frammento di cinturino, ma sotto questo cinturino di un verde opaco fa capolino qualcosa di rotondo (un bottone? una fibbia?), e lentamente si raddrizzano delle specie di molle o di fili di ferro…
— Sono venuti tutti qui… — dice Ščekn in uno strano tono.
Mi rialzo e proseguo, camminando su quello strato morbido e scivoloso. Mi sforzo di tenere a freno l’immaginazione, ma ora non mi riesce. Sono venuti tutti qui, per questa strada, hanno abbandonato le loro inutili macchine e i furgoni, centinaia di migliaia, milioni di persone si sono rovesciate dal viale in questa piazza, aggirando l’autoblindo con le sue mitragliatrici minacciose e inutili, lasciando cadere quel poco che cercavano di portarsi dietro.
Camminavano a stento, a volte cadevano e allora non riuscivano più a rialzarsi, e tutto quello che cadeva veniva calpestato e ricalpestato da milioni di piedi. E chissà perché, mi sembrava che tutto questo dovesse essere accaduto di notte, che questa poltiglia umana dovesse essere illuminata da una fioca luce di morte, e dovesse esserci silenzio, come in sogno…
— Una buca… — dice Ščekn.
Accendo il proiettore. Non c’è nessuna buca. Per quanto il raggio arrivi a illuminare, la piazza è liscia e piatta, costellata dagli innumerevoli fuocherelli opachi della muffa luminescente, e due passi più avanti nereggia un grande rettangolo, all’incirca venti per quaranta, di nudo asfalto. Sembra proprio ritagliato accuratamente in quello scintillante tappeto ammuffito.
— Gradini! — urla disperato Ščekn. — Con dei buchi! È profondo! Non vedo…
Mi sento i brividi per la schiena: non avevo mai sentito parlare Ščekn con una voce così strana. Senza guardare, abbasso la mano e le mie dita si posano sulla grande testa, e sento il tremito nervoso dell’orecchio triangolare. L’impavido Ščekn ha paura. L’impavido Ščekn si stringe alla mia gamba, proprio come i suoi antenati si sono stretti alla gamba dei loro padroni, sentendo al di là della soglia della caverna l’ignoto e il pericolo…
— Non ha fondo… — dice disperato. — Non riesco a capire. C’è sempre il fondo. Sono andati tutti là, ma non c’è il fondo, e nessuno è tornato… Dobbiamo andare là?
Mi accoccolo e lo abbraccio al collo.
— Non vedo nessuna fossa, — dico nella lingua dei Testoni. — Vedo solo un rettangolo liscio di asfalto.
Ščekn respira affannosamente. Tutti i muscoli sono tesi, e si stringe sempre di più a me.
— Non puoi vedere, — dice. — Non puoi. Ci sono quattro scale con i gradini consumati. Luccicano per l’usura. Sono sempre più profonde. E non hanno fine. Non voglio andar là. Non me lo ordinare.
— Amico mio, — gli dico, — cosa ti succede? Come potrei darti degli ordini?
— Non me lo chiedere, — dice. — Non mi chiamare. Non mi invitare.
— Ora ce ne andremo via di qui, — dico.
— Sì. E in fretta!
Dètto il rapporto. Vanderchuze aveva già collegato il mio canale allo Stato Maggiore, e quando ho finito, la spedizione al completo sa già tutto. Comincia un gran baccano. Si fanno ipotesi, si propongono misure. C’è trambusto. Ščekn poco a poco ritorna in sé: strabuzza l’occhio giallo e nello stesso tempo si lecca. Alla fine si intromette Komov. Il baccano cessa. Ci viene ordinato di continuare la ricognizione e noi ubbidiamo.
Aggiriamo il terribile rettangolo, attraversiamo la piazza, sorpassiamo la seconda autoblindo, che chiude il viale dalla parte opposta, e ancora una volta ci troviamo fra due colonne di macchine. Ščekn riprende a correre baldanzosamente in avanti, è di nuovo energico, litigioso e arrogante. Ridacchio fra me e me e penso che, al suo posto, indubbiamente adesso mi tormenterei per l’imbarazzo di quell’attacco di panico, quasi di terrore infantile, che non era riuscito a trattenere là, nella piazza. E invece Ščekn non si tormenta affatto. Sì, è vero, ha avuto paura e non è riuscito a dominarsi, ma non vede in questo niente di vergognoso o imbarazzante. Ora ragiona a voce alta:
— Se ne sono andati tutti sotto terra. Se lì ci fosse un fondo, allora ti assicurerei che ora vivono tutti sotto terra, in profondità, dove non li sente nessuno. Ma lì non c’è un fondo! Non capisco dove possano essere. Non capisco perché non ci sia fondo.
— Cerca di spiegarlo, — gli dico. — È importante.
Ma Ščekn non può spiegarlo.
— È molto strano, — continua. — I pianeti sono rotondi, ragiona, — e pure questo pianeta è rotondo, l’ho visto io, ma in quella piazza non è rotondo per niente. Sembra un piatto. E nel piatto c’è un buco. E questo buco porta da un vuoto, dove ci troviamo noi, dritto in un altro vuoto, dove noi non siamo.
— Ma perché io non l’ho visto questo buco?
— Perché è chiuso. Tu non puoi. L’hanno chiuso perché quelli come te non lo vedessero, e quelli come me lo vedessero…
Poi avverte all’improvviso che c’è di nuovo pericolo. Un pericolo piccolo, comune. Prima non c’era, e ora c’è.
Qualche minuto dopo, dalla facciata della casa sulla destra si stacca e frana a terra il balcone del terzo piano. Chiedo in fretta a Ščekn se il pericolo non sia diminuito, e lui, senza pensarci su, mi risponde che è diminuito ma non di molto. Voglio chiedergli da che parte ora ci minacci, ma in quel preciso momento mi colpisce un’aria densa, mi fischia nelle orecchie, a Ščekn si drizza il pelo.
Sul viale pare che si scateni un piccolo uragano. È caldissimo e puzza di ferro. Ancora un paio di balconi e di cornicioni franano su entrambi i lati della strada. Da una lunga casa tozza si stacca il tetto, e la casa, vecchia, piena di buchi, fatiscente, si attorciglia lentamente su se stessa e cade in pezzi, invade la strada e sparisce in una nuvola di polvere giallo marcio,
— Che sta succedendo lì da voi? — si informa Vanderchuze.
— C’è uno spiffero… — rispondo fra i denti.
Un nuovo colpo di vento mi costringe a correre avanti, contro la mia volontà. Mi sento umiliato.
— Abalkin! Ščekn! — tuona Komov. — Tenetevi nel mezzo! Il più lontano possibile dai muri. Faccio ripulire la piazza, c’è pericolo di crolli…
E per la terza volta un breve uragano caldo soffia lungo il viale, proprio nel momento in cui Ščekn cerca di girarsi col naso al vento. Lo stacca da terra e facendolo slittare. Lo trascina lungo la strada con l’umiliante compagnia di uno sbalordito ratto.
— Finito? — chiede arrabbiato, quando l’uragano si acquieta. Non cerca nemmeno di rialzarsi in piedi.
— Finito, — dice Komov. — Potete proseguire la perlustrazione,
— Molte grazie, — risponde Ščekn, velenoso come un serpente.
Nell’etere qualcuno ridacchia, ma cerca di trattenersi. Mi pare sia Vanderchuze.
— Mi scuso, — dice Komov. — Ma dovevo spazzar via la nebbia.
Per tutta risposta Ščekn se ne esce con l’improperio più lungo e significativo che ci sia nella lingua dei Testoni, si rialza, si scrolla furiosamente e all’improvviso resta fermo in una posizione molto scomoda.
— Lev, — dice, — non c’è più pericolo. Assolutamente. È stato spazzato via.
— Almeno questo, — rispondo io.
Informazione da Espada. Descrizione molto pittoresca del Futurorecchio capo. Me lo vedo davanti: incredibilmente sporco, puzzolente, coperto di tigna, un vecchiaccio a cui daresti almeno duecento anni e che afferma di averne ventuno. Parla con voce arrochita, tossisce, scatarra e si soffia il naso, tiene sempre sulle ginocchia un fucile a ripetizione e di tanto in tanto fa fuoco sopra la testa di Espada, alle domande non vuole rispondere, però gli piace farle; ma non sta a sentire le risposte e una risposta si e una no afferma che è una bugia…