Lo scarabeo nel formicaio
- Автор: Стругацкий Аркадий Натанович, Стругацкий Борис Натанович
- Год: 1988
- Язык: итальянский
- Год: Editori Riuniti
- Переводчик: Claudia Scandura
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Lo scarabeo nel formicaio». Краткое содержание книги:
Sua Eccellenza taceva, evidentemente la mia proposta non gli piaceva. Fissai per un po’ la sua faccia scontenta, calva e lentigginosa, che invadeva io schermo, e poi dissi di nuovo, un po’ sulle mie:
— Cerchi di capire, Eccellenza. Non si può più mentire come prima. Ormai ha avuto il tempo di capire che non sono capitato da lei per caso. Forse sono riuscito a farle cambiare idea, ma se le compaio di nuovo davanti, sarà un chiaro richiamo al suo buon senso! Delle due l’una: o lei ha creduto che sono un giornalista, e allora non ha più nulla da dirmi, e manderà semplicemente al diavolo questo idiota privo di tatto; oppure non ci ha creduto, e allora a maggior ragione lo manda al diavolo. Io al suo posto lo farei. Ma se, invece, sono un rappresentante del COMCON, allora ho il diritto di fare domande, e cercherò di domandare in modo che lei risponda.
Secondo me, tutto ciò suonava abbastanza logico. In ogni caso non riuscivo a farmi venire in mente niente di meglio. Ed inoltre non avevo nessuna intenzione di tornare da lei nella parte del giornalista idiota. In fin dei conti, per Sua Eccellenza era più chiaro cosa fosse più importante. trovare l’uomo o mantenere il segreto sull’indagine.
Chiese senza sollevare la testa:
— Perché stamattina sei andato al museo?
Mi stupii:
— Come perché? Per parlare con la Glumova…
Sollevò lentamente la testa e vidi i suoi occhi. Aveva le pupille iridescenti. Indietreggiai. Evidentemente, avevo detto qualcosa di terribile. Balbettai come uno scolaretto:
— Ma è li che lavora… Dove dovevo parlare con lei? A casa non l’ho trovata…
— La Glumova lavora al Museo delle Civiltà Extraterrestri? — chiese scandendo chiaramente le parole.
— Sì, ma cosa è successo?
— Nel settore specifico degli oggetti di uso sconosciuto, — aggiunse piano. Un po’ chiedeva e un po’ informava. Sentii freddo lungo la spina dorsale, quando vidi l’angolo della sua bocca, le labbra sottili che si storcevano a Sinistra e in basso.
— Sì, — dissi in un sussurro.
Di nuovo non vedevo i suoi occhi. Di nuovo tutto lo schermo era invaso dalla sua calvizie lucente.
— Eccellenza…
— Sta’ zitto! — urlò. Ed entrambi tacemmo a lungo.
— Allora, — disse alla fine con la solita voce. — Ritornatene a casa. Resta a casa e non ti muovere. Posso avere bisogno di te in qualsiasi momento, più probabilmente di notte. Di quanto tempo hai bisogno per tornare?
— Due ore e mezzo.
— Come mai tanto?
— Devo anche attraversare a nuoto il lago.
— Va bene. Torna a casa e fammi rapporto. Sbrigati.
E lo schermo si spense.
Dal rapporto di Lev Abalkin (operazione “Mondo morto”)
Piove di nuovo più forte, la nebbia diventa sempre più fitta, tanto che non si riesce più a distinguere le case ai lati della strada. Gli esperti sono in preda al panico. Hanno paura che i trasformatori biottici non funzionino. Li tranquillizzo. Appena si sono tranquillizzati cominciano a far gli sfacciati e insistono perché io accenda il proiettore antinebbia Lo accendo. Gli esperti esultano, ma a questo punto Ščekn si mette seduto in mezzo alla strada e annuncia che non farà più un passo finché non spengo quello stupido arcobaleno, per colpa del quale gli fanno male le orecchie e gli è venuto prurito fra le dita. Lui, Ščekn, ci vede benissimo anche senza questi insulsi proiettori, e se gli esperti non ci vedono, non fa niente, tanto non hanno bisogno di vedere niente. Piuttosto sarebbe meglio che si occupassero di qualcosa di utile; per esempio potrebbero preparare per il suo ritorno, suo di Ščekn, una zuppa d’avena con le fave. Esplosione di sdegno. In genere gli esperti hanno paura di Ščekn. Ogni terrestre che faccia la conoscenza dei Testoni, presto o tardi comincia a temerli. Ma allo stesso tempo, per quanto sia paradossale, quello stesso terrestre non riesce a comportarsi con un Testone diversamente da come si comporterebbe con un grande cane parlante (come per esempio al circo, o con qualche prodigio della zoopsicologia, ecc.).
Uno degli esperti commette l’imprudenza di dire a Ščekn che se continua a ostinarsi così rimarrà senza pranzo. Ščekn alza la voce. Risulta chiaro che lui, Ščekn, tutta la vita se l’è cavata benissimo senza esperti. Inoltre qui eravamo stati benissimo fino a che esperti non se ne erano visti né sentiti. Per quanto riguarda personalmente quell’esperto che, a quanto pareva, ora ce l’aveva con lui, Ščekn, pensasse piuttosto alla zuppa di avena con le fave… Eccetera, eccetera.
Sto in piedi sotto la pioggia, che diventa sempre più forte, ascolto tutte queste sciocchezze e non riesco proprio a scrollarmi di dosso una certa sonnolenza. Mi sembra di far da spettatore a una stupidissima rappresentazione teatrale senza capo né coda, dove tutti i personaggi si sono dimenticati la parte e si mettono a improvvisare nella vana speranza di arrivare in qualche modo alla fine. Questa rappresentazione veniva tirata per le lunghe in mio onore, per tenermi fermo il più a lungo possibile, per non farmi fare nemmeno un passo, e nel frattempo qualcuno dietro le quinte fa in modo che mi sia definitivamente chiaro: è tutto inutile, non si può fare nulla, bisogna tornare a casa…
Mi riprendo con enorme difficoltà e spengo quel maledetto proiettore. Ščekn interrompe a metà una lunga ingiuria, pensata con cura, e come se niente fosse si slancia in avanti. Lo seguo, e nel frattempo ascolto Vanderchuze che ristabilisce l’ordine a bordo:
«Vergogna!… disturbare un gruppo di ricognizione!… Lo allontanerò immediatamente dalla torretta di comando… Lo destituirò… Questo non è un mercato!…».
— Ti diverti? — chiedo piano a Ščekn.
Lui mi getta un’occhiata in tralice, con i suoi occhi sporgenti.
— Intrigante, — gli dico. — Del resto tutti voi Testoni siete degli intriganti e dei litigiosi…
— È bagnato, — risponde a sproposito Sèekn. — È pieno di rane. Non si sa dove passare.
Alle due del pomeriggio il quartier generale diffonde il primo comunicato. C’è stata una catastrofe ecologica, ma la civiltà è perita per un’altra ragione. La popolazione è scomparsa, per così dire, su due piedi, ma non è stata eliminata in guerra e non è nemmeno stata evacuata attraverso il cosmo: la tecnologia non è abbastanza avanzata, e il pianeta non è un cimitero ma piuttosto un mondezzaio. Sparuti gruppi di aborigeni vegetano nelle campagne, coltivano in qualche modo la terra, sono del tutto privi di cultura, se la cavano però benissimo con i fucili a ripetizione. Io e Ščekn deduciamo che la città deve essere assolutamente vuota, anche se nutriamo qualche dubbio.
La strada si allarga, le case e le file di macchine, da entrambi i lati, spariscono completamente nella nebbia, e ora sento davanti a me lo spazio aperto. Ancora alcuni passi e nella nebbia si disegna una massiccia sagoma quadrata. Si tratta di nuovo di un’autoblindo del tutto uguale a quella che è finita sotto il muro crollato; ma questa è stata abbandonata molto tempo fa, è sprofondata sotto il proprio peso e si è come radicata nell’asfalto. I portelli sono spalancati. Due corti cannoni, che non avevano mai mirato minacciosamente contro chi entrava nella piazza, sono tristemente afflosciati, gocciolano di ruggine e pigramente scolano sulla parte frontale inclinata. Passando, spingo automaticamente il portello laterale spalancato, ma è ormai arrugginito per l’eternità.
Non vedo niente davanti a me. La nebbia in questa piazza è particolare, innaturalmente densa, come se qui si fosse fermata per molti anni e in tutti questi anni si fosse rappresa come il latte, e fosse sprofondata sotto il proprio peso.
— Giù! — ordina Ščekn all’improvviso.