Lo scarabeo nel formicaio
- Автор: Стругацкий Аркадий Натанович, Стругацкий Борис Натанович
- Год: 1988
- Язык: итальянский
- Год: Editori Riuniti
- Переводчик: Claudia Scandura
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Lo scarabeo nel formicaio». Краткое содержание книги:
Il viale finisce in un’altra piazza. Per la verità non è proprio una piazza. Semplicemente, sulla destra si trova un giardino semicircolare, dietro cui si intravede un lungo edificio giallo con la facciata concava, ornata da finte colonne. La facciata è gialla e i cespugli nel giardino sono di uno smunto color giallo, come se si fosse alla vigilia dell’autunno, e perciò non noto subito nel mezzo del giardino un altro “bicchiere”.
Ma questa volta è tutto intero e brilla come se fosse nuovo, come se l’avessero messo qui solo stamattina, in mezzo ai cespugli gialli. Il cilindro è alto circa due metri, ha il diametro di uno ed è fatto di un materiale trasparente simile all’ambra. Sta in posizione verticale, e lo sportello ovale è ben chiuso.
A bordo, da Vanderchuze, c’è un’esplosione di entusiasmo, ma Ščekn ancora una volta dimostra la sua indifferenza e addirittura il suo disprezzo per tutti questi oggetti «che non sono interessanti per il suo popolo»: comincia subito a grattarsi, dando la schiena al “bicchiere”.
Faccio il giro del “bicchiere”, poi afferro con due dita la maniglia sullo sportello ovale e do un’occhiata all’interno. Uno sguardo mi è sufficiente: riempiendo con le sue mostruose ossa articolate tutto lo spazio, tenendo avanti a sé le chele spinose lunghe mezzo metro, mi fissa, ottuso e minaccioso, con due file di albugini verde-opaco, un gigantesco granchio-ragno di Pandora in tutto il suo splendore.
In me scatta non la paura, ma un positivo riflesso davanti a qualcosa di assolutamente inatteso. Non faccio in tempo nemmeno ad aprir bocca, che già con tutte le mie forze spingo con le spalle la porta subito richiusa e punto i piedi contro il terreno. Bagnato di sudore da capo a piedi, mi tremano le vene.
Ma Ščekn è subito al mio fianco, pronto alla mischia. Si dondola sulle zampe tese ed elastiche, spostando da un lato all’altro, in segno di attesa, la testa dall’ampia fronte. I denti, di un bianco accecante, brillano e rivoli di saliva gli scendono agli angoli della bocca. Il tutto dura un paio di secondi, dopo di che chiede in tono litigioso:
— Che cosa è successo? Chi ti ha fatto del male?
Trovo con le dita l’impugnatura del disintegratore, mi costringo a staccarmi da quella maledetta porta e comincio a indietreggiare, tenendo il disintegratore pronto. Ščekn indietreggia insieme a me, sempre più irritato.
— Ti ho fatto una domanda! — dice sdegnato.
— Ma come, — gli dico fra i denti, — non hai ancora sentito nulla?
— Dove? In quella cabina? Là non c’è niente!
Vanderchuze e gli esperti schiamazzano agitati alle mie orecchie. Non li sto a sentire. So anche senza di loro che si può, per esempio, puntellare la porta con delle assi — ammesso che se ne trovino — oppure darle fuoco con il disintegratore. Continuo a indietreggiare, senza levare gli occhi dalla porta del “bicchiere”.
— Nella cabina non c’è niente! — insiste Ščekn. — E non c’è nessuno. E sono anni che non c’è nessuno. Vuoi che apra la porta e ti mostri che là non c’è nessuno?
— No, — dico, riuscendo a spuntarla sulle mie corde vocali. — Andiamocene.
— Apro solo la porta…
— Ščekn, — dico. — Ti stai sbagliando.
— Noi non ci sbagliamo mai. Vado io. Vedrai.
— Ti sbagli! — ruggisco. — Se ora non vieni via con me, significa che non sei mio amico e che te ne infischi di me!
Mi giro deciso sui tacchi (con il disintegratore in mano, la sicura levata, il regolatore sulla scarica continuativa) e me ne vado. Mi sembra di avere una schiena enorme, occupa il viale in tutta la sua ampiezza, ed è assolutamente priva di difese.
Ščekn, con aria scontenta e sprezzante, striscia verso sinistra e all’indietro. Brontola e vuole attaccar briga. Quando ci siamo allontanati di unì duecento passi e mi sono ormai completamente tranquillizzato e comincio a cercare il modo di far pace, Ščekn scompare all’improvviso. Solo le sue unghie picchiettano l’asfalto. Ed ecco è di nuovo accanto al cilindro, ed è ormai tardi per slanciarmi dietro di lui, per afferrano per le zampe posteriori e trascinare indietro quello sciocco, e il mio disintegratore ormai non serve a niente. Quel maledetto Testone socchiude la porta e a lungo, infinitamente a lungo, guarda dentro il “bicchiere”.
Poi, senza emettere il minimo suono, chiude di nuovo la porta e ritorna indietro. Ščekn è umiliato. Ščekn è annientato. Ščekn ammette senza parlare la sua completa inutilità e perciò è pronto in futuro ad accettare qualsiasi impiego si vorrà fare di lui. Ritorna da me e si siede accanto ai miei piedi, con la testa china. Stiamo zitti. Evito di guardarlo. Guardo il “bicchiere”, sentendo i rivoli di sudore sulle tempie, che si asciugano e si raggrinziscono sulla pelle; sento che quel tremito tormentoso, subentrato a un dolore molesto e noioso, si allontana dal muscolo e più di tutto al mondo ora vorrei sibilargli: «Bestiaccia!» e, di slancio, ripreso fiato, picchiarlo con rabbia sul testone mesto, sciocco, ostinato e scervellato. Invece dico soltanto:
— Abbiamo avuto fortuna. Chissà perché qui non attaccano…
Comunicazione dallo Stato Maggiore. Si suppone che il rettangolo di Ščekn sia l’ingresso in un tunnel interspaziale, attraverso cui è stata evacuata la popolazione del pianeta. Probabilmente dai Nomadi dello Spazio…
Procediamo per un quartiere insolitamente deserto. Nessun segno di vita, perfino le zanzare sono sparite. Questo non mi piace, in Ščekn invece non suscita nessun allarme.
— Questa volta siete in ritardo, — ringhia.
— Sì, sembra proprio così, — rispondo prontamente.
Dopo l’incidente del granchio-ragno è la prima volta che Ščekn parla. Sembra che abbia voglia di discorrere del più e del meno. È un’inclinazione che non ha spesso.
— I Nomadi, — borbotta, — l’ho sentito molte volte: i Nomadi, i Nomadi… Non sapete proprio niente di loro?
— Molto poco. Sappiamo che è una superciviltà e che sono molto più potenti di noi. Supponiamo che non siano umanoidi. Pensiamo che abbiano colonizzato tutta la nostra Galassia, molto, molto tempo fa. Pare, inoltre, che non abbiano una casa, nella nostra o vostra accezione di questo termine. Per questo li chiamiamo Nomadi…
— Volete incontrarli?
— Come dirti… Komov darebbe volentieri la sua mano destra per una cosa del genere. Io, invece, preferirei non incontrarli mai…
— Hai paura di loro?
Non ho voglia di parlarne. Specialmente ora.
— Vedi, Ščekn, — dico, questo è un lungo discorso. Sarebbe meglio che ti guardassi intorno, perché mi sembra che tu sia diventato un po’ distratto.
— Sto guardando. Tutto calmo.
— Hai notato che qui non c’è più segno di vita?
— Dipende dal fatto che qui c’è spesso gente, — risponde Ščekn.
— Davvero? — dico. — Beh, mi sento più tranquillo.
— Ora non c’è nessuno. Quasi.
Il 42° rione termina, arriviamo ad un incrocio. Ščekn annuncia all’improvviso:
— Dietro l’angolo c’è un uomo. Uno.
È un vecchio barbogio con un cappotto nero che gli arriva fino ai calcagni, un berretto di pelliccia con i paraorecchie legati sotto una barba sporca e arruffata, con dei guanti di un vivace giallo chiaro, delle enormi scarpe con la tomaia in tessuto. Si muove con difficoltà, trascina a stento le gambe. E a circa trenta metri, ma anche a questa distanza si sente chiaramente che respira a fatica, con un fischio, e di tanto in tanto geme per lo sforzo.