Lo scarabeo nel formicaio
- Автор: Стругацкий Аркадий Натанович, Стругацкий Борис Натанович
- Год: 1988
- Язык: итальянский
- Год: Editori Riuniti
- Переводчик: Claudia Scandura
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Lo scarabeo nel formicaio». Краткое содержание книги:
Aggirai il tavolino e mi diressi in cucina. Questa era stata utilizzata. Sul tavolo ribaltabile c’erano dei piatti sporchi, la finestrella della linea di approvvigionamento era aperta, e nella cassetta di ricevimento faceva bella mostra di sé un pacchetto non ritirato con alcune banane. Evidentemente, là nel quartier generale «Ž», Lev Abalkin era abituato a valersi dei servigi di un attendente. Però, poteva essere benissimo che non sapesse come far funzionare l’automa pulitore.
La cucina in un certo qual modo mi preparò a quello che avrei trovato in salotto. Per la verità, solo in parte. Il pavimento era completamente ricoperto di pezzi di carta, l’ampio divano in disordine, i cuscini colorati buttati qua e là, sul pavimento, negli angoli più lontani della stanza. La poltrona era rovesciata; sul tavolino, in disordine, piatti col cibo ormai secco e piatti sporchi; al centro svettava una bottiglia stappata di vino, mentre un’altra bottiglia, che aveva lasciato dietro di sé, sul tappeto, una scia appiccicosa, era appoggiata ad una parete. C’era, chissà perché, un solo boccale con residui di vino, ma poiché la tenda della finestra era strappata e rimaneva appesa solo per un pelo, pensai subito che il secondo boccale fosse volato fuori, attraverso la finestra aperta.
Carta spiegazzata se ne trovava non solo sul pavimento, e non tutta era spiegazzata. Alcuni fogli biancheggiavano sul divano, pezzi stracciati erano finiti nei piatti con il cibo, e piatti e vassoio erano stati spostati un po’ da una parte per far posto a un’intera risma di carta.
Feci cautamente qualche passo avanti, e subito qualcosa di duro mi rotolò sotto la pianta nuda del piede. Si trattava di un pezzetto di ambra, simile a un dente con due radici. Era stato traforato. Mi accoccolai, mi guardai in giro e trovai altri pezzettini uguali, e resti di una collana di ambra si trovavano sotto il tavolo, vicino al divano.
Sempre rimanendo coccoloni, presi il più vicino pezzo di carta e lo spiegai sui tappeto. Era la metà di un comune foglio di carta da lettere, su cui era stato tracciato con una stilografica un volto umano. Un viso di bambino. Un ragazzino dalle guance tonde sui dodici anni. Secondo me, una spia. Il disegno era stato eseguito con brevi tratti precisi e sicuri. Proprio un ottimo disegno. All’improvviso mi venne in mente che forse mi sbagliavo, che non Lev Abalkin, ma proprio un pittore professionista, vittima un insuccesso creativo, aveva lasciato quel caos dietro di sé.
Raccolsi tutta la carta sparpagliata, raddrizzai la poltrona e mi accomodai.
E di nuovo tutto mi sembrò piuttosto strano. Qualcuno, velocemente e con sicurezza, aveva disegnato sui fogli dei volti — soprattutto infantili — degli animaletti, chiaramente terrestri, edifici, paesaggi; persino, così mi sembrava, delle nuvole. C’erano degli schemi e degli abbozzi, tracciati dalla mano di un professionista: boschetti, ruscelli, paludi, incroci di strade, e lì, in mezzo a quegli scarni segni topografici, chissà perché, delle minuscole figurine umane, sedute, sdraiate, che correvano, e minuscole raffigurazioni di animali, cervi, alci, lupi, cani, e chissà perché alcune di queste figure erano cancellate con una croce.
Tutto ciò era incomprensibile ed in ogni caso si legava male col caos della stanza e con l’immagine dell’ufficiale di stato maggiore dell’Impero, che non aveva passato il ricondizionamento. Su uno dei fogli trovai il ritratto, mirabilmente eseguito, di Maja Glumova, e mi colpì l’espressione perplessa e sconcertata che era stata colta con grande maestria su quel viso sorridente e, nel complesso, allegro. C’era anche uno schizzo dell’insegnante, di Sergej Pavlovič Fedoseev, uno schizzo da maestro: proprio così doveva essere Sergej Pavlovič un quarto di secolo prima. Vedendo questo schizzo, capii finalmente cosa erano gli edifici raffigurati nei disegni. Un quarto di secolo fa questa era l’architettura tipica delle scuole-internato euroasiatiche… E tutto era stato disegnato con sveltezza, precisione, sicurezza, e quasi all’istante era stato strappato, accartocciato, buttato via…
Misi da parte le carte e ricominciai a osservare il salotto. Attirò la mia attenzione uno straccio azzurro, finito sotto il tavolo. Lo raccolsi. Era un fazzoletto da naso da donna, spiegazzato e lacero. Mi venne subito in mente il racconto di Akutagawa[15] e immaginai Maja Tojvovna, seduta proprio su quella poltrona davanti a Lev Abalkin, che lo guardava, lo ascoltava, e sul suo viso vagava quel sorriso, dietro cui solo come una pallida ombra trapelava quell’espressione perplessa e sconcertata, mentre le mani sotto il tavolo spiegazzavano e strappavano il fazzoletto…[16]
Vidi chiaramente Maja Glumova, ma non potei proprio immaginare che cosa lei avesse visto e sentito. Era tutto racchiuso in quei disegni, senza i quali avrei visto facilmente davanti a me, su quel divano in disordine, un qualsiasi ufficiale dell’Impero, appena uscito dalla caserma e che si gode il meritato riposo. Ma c’erano i disegni, e qualcosa di molto importante, molto complesso e molto oscuro si nascondeva dietro di essi…
Qui non c’era più nulla da fare. Mi avvicinai al videofono e feci il numero di Sua Eccellenza.
2 giugno dell’anno 78. L’inattesa reazione di Sua Eccellenza
Mi ascoltò senza interrompermi, cosa che era di per sé un brutto segno. Provai a consolarmi pensando che la sua insoddisfazione non fosse legata a me, ma a circostanze che nulla avevano a che fare con me. Ma, dopo avermi ascoltato fino in fondo, disse accigliato:
— Con la Glumova non hai combinato quasi niente.
— Avevo le mani legate dalla mia storiella, — risposi freddo.
Non ribatté.
— Cosa pensi di fare adesso? — mi chiese.
— Secondo me, qui non ci torna più.
— Anche secondo me. E dalla Glumova?
— È difficile dirlo. Anzi, non so proprio che dire. Non capisco. Ma naturalmente, la possibilità esiste.
— Secondo te, perché si è incontrato con lei?
— Ecco, questo non lo capisco, Eccellenza. Stando alle apparenze, tutto lascia supporre che si siano amati e abbandonati ai ricordi. Solo che l’amore non era proprio amore e i ricordi non solo ricordi. Altrimenti la Glumova non sarebbe stata in quello stato. Certo, se lui si fosse ubriacato come un maiale avrebbe potuto offenderla… Specialmente se si tiene presente quali strani rapporti avevano avuto nell’infanzia…
— Non esagerare, — berciò Sua Eccellenza. — Non sono più dei bambini. Poniamo così la questione: se lui la chiama di nuovo, oppure va da lei, lei lo accoglie oppure no?
— Non so, — dissi. — Probabilmente sì. Lui è ancora molto importante per lei. Lei non avrebbe potuto trovarsi in uno stato di tale disperazione per un uomo che le fosse indifferente.
— Questa è letteratura, — brontolò Sua Eccellenza e all’improvviso gridò: — Tu dovevi cercare di sapere perché lui l’ha chiamata! Di che cosa hanno parlato! Che cosa lui le ha detto!
Mi arrabbiai.
— Non potevo sapere niente, — dissi. — Lei aveva un attacco isterico. E quando è ritornata in sé, le sedeva davanti un giornalista idiota con la sensibilità di un elefante…
Mi interruppe:
— Devi incontrarla di nuovo.
— Allora permettetemi di cambiare la storiella!
— Cosa proponi?
— Per esempio questo. Sono del COMCON. Su un pianeta è accaduta una disgrazia. Lev Abalkin ne è stato testimone. Ma la disgrazia lo ha così colpito che è scappato sulla Terra e ora non vuol vedere nessuno… La sua salute psichica è rimasta scossa, forse è malato. Noi lo stiamo cercando per sapere che cosa sia avvenuto precisamente…
15
Ryūnosuke Akutagawa (1892–1927), scrittore e poeta giapponese, morto suicida.
16
Si fa riferimento al racconto Il fazzoletto di Akutagawa. In Italia, detto racconto è raccolto nell’antologia Rashōmon e altri racconti. (N.d.R.)