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Lo scarabeo nel formicaio

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Lo scarabeo nel formicaio
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Finalmente lei si scostò la mano dagli occhi.

— Non deve star qui con me, — disse con voce stanca. — Se ne vada piuttosto dal suo oggetto principale…

— Ma no! — protestò il giornalista Kammerer. — C’è tempo. L’oggetto è pur sempre un oggetto, e non vorrei mai lasciarla sola… Ho tutto il tempo che voglio… — Guardò l’orologio con una certa ansia. — Ma il mio oggetto non scappa certo! Ora lo prendo… E sicuramente adesso non sarà in casa. Li conosco questi Progressori in ferie… Ora se ne va in giro per la città e si dedica ai ricordi sentimentali…

— Non è in città, — disse Maja Tojvovna, che si controllava ancora. — Per andare da lui ci vogliono due ore di volo…

— Due ore di volo? — Il giornalista Kammerer si mostrò spiacevolmente sorpreso. — Scusi, ma avevo avuto l’impressione…

— Si trova sulle colline di Valdai! Casa di riposo «I Pioppi»! Sul lago Vel’! E si ricordi che il trasporto-zero non funziona!

— M-m-m! — disse forte il giornalista Kammerer.

Un viaggio aereo di due ore, evidentemente, non rientrava nei suoi programmi della giornata. Si poteva addirittura pensare che fosse un nemico dei viaggi aerei.

— Due ore… — borbottò. — Così, dunque… Mi immaginavo tutto diversamente… Le chiedo scusa, Maja Tojvovna, ma forse ci si può mettere in contatto con lui da qui?

— Probabilmente, si può, — disse Maja Tojvovna con voce spenta. — Non so il numero… Senta, Kammerer, mi lasci sola, Tanto, da me ora non ne caverà fuori niente.

E solo ora il giornalista Kammerer notò fino in fondo l’imbarazzo della sua posizione. Balzò in piedi e si precipitò verso la porta. Si riprese, ritornò indietro. Borbottò delle scuse incomprensibili. Di nuovo corse alla porta, facendo cadere la poltrona. Continuando a borbottare delle scuse, rialzò la poltrona e la rimise a posto con grande cautela, proprio come se fosse stata di cristallo e porcellana. Indietreggiò, si inchinò, spalancò col sedere la porta e sparì nel corridoio.

Chiusi piano la porta e rimasi fermo per un po’ a massaggiarmi col dorso delle mani i muscoli intorpiditi del viso. Avevo la nausea e mi vergognava di me stesso.

2 giugno dell’anno 78. «I Pioppi». Il dottor Goannek

Dalla riva sinistra, «I Pioppi» appariva come una distesa di tetti bianchi e rossi, sprofondati nella boscaglia rosso-verde del sorbo selvatico. C’era anche una stretta striscia di spiaggia e un approdo di legno, a cui erano attraccate numerose barche variopinte. Sul pendio illuminato dal sole non si vedeva un’anima, e saio sull’approdo stava seduto, con le gambe nude penzoloni, un tizio vestito di bianco che, probabilmente, stava pescando, vista l’immobilità assoluta.

Lasciai i vestiti sul sedile e senza far rumore entrai in acqua. Era bella l’acqua del lago Vel’, trasparente e dolce, nuotare era un vero piacere.

Quando mi arrampicai sull’approdo e feci uscire l’acqua dalle orecchie, saltellando su un piede solo sulle assi di legno roventi per il sole, l’uomo in bianco finalmente si distrasse dalla pesca, e gettandomi un’occhiata di traverso si informò interessato:

— È venuto da Mosca in mutande?

Era un vegliardo di quasi cento anni, magra e allampanato come la sua canna da pesca di bambù, solo non giallo in viso, ma piuttosto marrone se non addirittura quasi nero. Forse, dipendeva dai vestiti bianchi immacolati. Però, aveva occhi giovani, piccoli, azzurri e vivaci. Un baschetto di un bianco accecante, con una visiera parasole gigantesca, gli copriva la testa indubbiamente calva e lo faceva assomigliare a un fantino a riposo, oppure allo scolaro di Mark Twain scappato dalla scuola domenicale.

— Dicono che ci sia molto pesce, — esordii, e mi accoccolai accanto a lui.

— È una bugia, — ribatté in modo forte e deciso.

— Pare che qui si passi bene il tempo.

— Dipende dalle persone.

— Questo è un posto di villeggiatura alla moda.

— Lo è stato.

Non seppi più cosa dire. Tacemmo tutti e due.

— Un posto di villeggiatura alla moda, ragazzo mio, — cominciò in tono ammonitore, — lo è stato tre stagioni fa. O, come dice mio pronipote Brjaceslav, «tre stagioni indietro». Ora, vede, ragazzo mio, non riusciamo a concepire le vacanze senza acqua ghiacciata, senza zanzare, senza carne cruda e foreste vergini… «Le rupi selvagge, ecco il mio rifugio», vede… Conosce la penisola del Taimyr e la Terra di Baffin… È un cosmonauta? — chiese all’improvviso. — Un Progressore? Un etnologo?

— Lo sono stato, — risposi non senza una gioia maligna.

— Io invece sono medico, — disse senza batter ciglio. — Suppongo che lei non abbia bisogno di me? Le ultime tre stagioni raramente qui qualcuno ha avuto bisogno di me. Del resto l’esperienza mi ha insegnato che il paziente fa di testa sua. Per esempio, ieri hanno avuto bisogno di me. Mi chiedo: e perché non oggi? Lei è sicuro di non aver bisogno di me?

— Solo come piacevole interlocutore, — dissi sincero.

— Va bene, grazie lo stesso, — rispose prontamente. — Allora andiamo a bere il tè.

E andammo a bere il tè.

Il dottor Goannek abitava in un grande cottage di legno accanto al padiglione medico. Il cottage era completo di tutto: terrazzino con balaustra, cornici intagliate alle finestre, banderuola a forma di galletto, stufa russa ad ultrasuoni con dispositivo automatico, vasca da bagno incassata nel pavimento e panchina per due persone accanto alla stufa; e inoltre una dispensa a due piani, collegata addirittura con la linea di approvvigionamento. Nel retro, in mezzo a folti cespugli di ortica, trovava posto una cabina per il trasporto-zero, artisticamente eseguita, a forma di latrina di legno.

Il tè del dottore consisteva in una minestra ghiacciata di barbabietole, polenta di miglio con zucca e kvas[14] spumeggiante con l’uvetta. Per la verità, tè non ce n’era affatto: secondo la profonda convinzione del dottor Goannek, l’uso di tè forte contribuiva alla formazione del tartaro, ed il tè leggero non era altro che un nonsenso culinario.

Il dottor Goannek era un vecchio abitante dei «Pioppi», di cui era diventato medico condotto dodici stagioni prima. Aveva visto «I Pioppi» sia quando era un posto di villeggiatura simile a mille altri, sia durante il suo momento d’oro, quando nella balneologia per un certo periodo ritornò l’idea che solo la pianura fa bene al villeggiante. Non l’aveva lasciato nemmeno ora, nel periodo del suo, a quanto pare, irrimediabile declino.

La stagione attuale, iniziata come sempre in aprile, aveva portato ai «Pioppi» tre persone in tutto.

A metà maggio erano arrivati in due: marito e moglie, entrambi spazzini di rifiuti inquinanti, provenienti dal Nord Atlantico, dove avevano rastrellato un’enorme quantità di rifiuti radioattivi. Questa coppia — un negro bantu ed una malese — si era sbagliata di emisfero ed era arrivata lì per sciare. Per un po’ di giorni avevano girovagato per i boschi dei dintorni, poi una notte erano scomparsi per destinazione ignota, e solo dopo una settimana era arrivato un telegramma con le loro scuse.

Sì, e di nuovo ieri mattina è arrivato inatteso ai «Pioppi» uno strano giovane. Perché strano? Innanzi tutto, non si capisce come sia arrivato fin qua. Non aveva un mezzo di trasporto né terrestre né aereo; questo il dottor Goannek poteva garantirlo grazie alla sua insonnia ed al suo udito sensibile. Non è arrivato qui nemmeno a piedi; non ha l’aria di un uomo che viaggi a piedi: i turisti che si spostano a piedi il dottor Goannek li riconosceva infallibilmente dall’odore. Rimaneva il sistema di trasporto-zero. Ma, come si sa, da qualche giorno il trasporto adimensionale funzionava male per via della fluttuazione del campo del neutrino, e dunque solo per un puro caso si poteva finire ai «Pioppi» per mezzo del trasporto-zero. Allora si domandava: se quei giovane era finito lì per un puro caso, perché si era gettato addosso al dottor Goannek, proprio come se per tutta la vita avesse avuto bisogno del dottor Goannek?

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14

Bevanda dissetante popolarissima in Russia fin dai tempi più antichi. (N.d.R.)

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