Il battello del delirio [Fevre Dream - it]
- Автор: Мартин Джордж Рэймонд Ричард
- Год: 1994
- Язык: итальянский
- Год: Fanucci Editore
- ISBN: 978-88-347-0400-4
- Переводчик: Ornella Ranieri Davide
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «Il battello del delirio [Fevre Dream - it]». Краткое содержание книги:
Il pilota finì l’ultimo pezzetto di torta e si pulì col tovagliolo un angolo della bocca dove gli era rimasta appiccicata un po’ della meringa. «Volete che lasci andare il Southerner davanti a noi e poi cerchi di raggiungerlo? Ho capito bene? Capitano, respireremo il suo vapore per tutto il tragitto fino a Cairo. Se gli diamo quel vantaggio, non lo vedremo più, statene certo.»
Abner Marsh si rabbuiò come un nembo pronto ad esplodere. «Ma cosa state dicendo, Mister Kitch? Non voglio sentire discorsi di questo genere. Se non siete all’altezza di fare ciò che vi ho chiesto basta che me lo diciate, vado subito a tirare giù dal letto Mister Daly e faccio piazzare lui al timone.»
«Quello è il Southerner,» insisté Kitch.
«E questo è il Fevre Dream, e non dimenticatelo!» sbottò Marsh. Quindi girò i tacchi e, scuro in viso, uscì dalla cabina con la furia di un temporale. Quei maledetti piloti, si credevevano tutti quanti i re del fiume. E naturalmente lo erano, quando il battello era sul fiume, ma ciò non li autorizzava a fare tante storie per una corserella, e, peggio ancora, a dubitare del suo battello.
La sua furia si placò quando vide che il Southerner stava già prendendo a bordo i suoi passeggeri. Aveva sperato in un’occasione simile fin dal primo momento, quando aveva osservato il Southerner sulla riva opposta, a Louisville, ma non aveva osato sperare con troppa audacia. Se il Fevre Dream fosse riuscito a raggiungere il Southerner, allora avrebbe già compiuto metà dell’opera di costruzione della sua reputazione, non appena la notizia si fosse diffusa tra la gente lungo il fiume. Quel battello, ed il suo gemello Northerner, erano l’orgoglio della compagnia di navigazione a cui appartenevano. Erano battelli speciali, costruiti nel ’53 per filar via sul fiume alla massima velocità. Più piccoli del Fevre Dream, erano gli unici battelli tra quelli che Marsh conosceva a non trasportare merci ma esclusivamente passeggeri. Il Capitano non riusciva proprio a capire quale profitto ne traessero, ma evidentemente ciò non era importante, quel che contava era quanto fossero veloci. Nel ’54 il Northerner aveva stabilito un nuovo primato sulla linea Louisville-St. Louis, il Southerner lo aveva superato l’anno successivo, e tuttora deteneva il primato per il miglior tempo; un giorno e diciannove ore, nientemeno. In alto, sulla cabina di pilotaggio, recava le corna dorate, il trofeo che lo distingueva come il battello più veloce sull’Ohio.
Quanto più Abner Marsh prendeva in considerazione la prospettiva di superarlo, tanto più cresceva la sua eccitazione. E tutto d’un tratto gli balenò in niente che un evento di quella portata era qualcosa che Joshua York non doveva assolutamente perdersi, al diavolo il suo sonno diurno. Marsh si avviò spedito alla cabina di York, fermamente deciso a svegliarlo. Batté con vigore la punta del bastone sulla sua porta.
Nessuna risposta. Marsh bussò ancora, con maggiore energia ed altrettanta insistenza. «Ehi, qui dentro!» tuonò. «Tiratevi giù dal letto, Joshua, stiamo per fare una corsa!» Neppure stavolta si udì il minimo rumore dalla cabina di York. Marsh si provò ad aprire la porta ma la trovò chiusa a chiave. Incalzò coi colpi, diede pugni sui muri, bussò sulla finestra dalle imposte serrate, urlò; tutto inutile. «Dannazione, York,» disse, «alzatevi, o altrimenti ve la perderete.» A quel punto, gli venne un’idea. Ritornò sui suoi passi, avvicinandosi alla cabina di pilotaggio. «Mister Kitch,» gridò verso l’alto. Abner Marsh era uno che sapeva farsi sentire quando s’impegnava con tutta la forza dei suoi polmoni. La testa di Kitch fece capolino dalla porta della timoniera, guardandolo. «Suonate la sirena, e seguitate finché non vi farò cenno di fermarvi, capito?»
Ritornò quindi alla porta di York e riprese a picchiare a forza di pugni, ed improvvisamente la sirena innalzò il suo ululato. Una volta. Due. Tre volte. Lunghi squilli irati. Il bastone di Marsh riprese a flagellare brutalmente.
La porta della cabina di York si aprì.
Marsh diede un solo sguardo agli occhi di York e la sua bocca si spalancò, paralizzandosi in un urlo strozzato. La sirena ululò ancora, ed egli si affrettò a gesticolare concitatamente. Lo strepito tacque. «Entrate,» disse Joshua York in un freddo sussurro.
Marsh entrò e York chiuse la porta dietro di lui. Il Capitano lo sentì girare la chiave nella serratura. Ma non lo vide. Non vedeva nulla. Una volta chiusa la porta, la cabina di York divenne nera come la pece. Neppure il più piccolo barlume di luce trapelava da una fessura della porta o dalle finestre con le imposte chiuse e le tende tirate. A Marsh parve di esser diventato improvvisamente cieco. Ma nell’occhio della sua mente indugiava una visione, l’ultima immagine messa a fuoco prima che il buio inghiottisse ogni cosa; Joshua York, in piedi sulla soglia, nudo come nel giorno in cui era nato, la sua pelle mortalmente bianca come alabastro, le labbra ritratte dai denti in un’espressione di rabbia animale, gli occhi come due fumose fessure grigie apertesi sull’inferno.
«Joshua,» disse Marsh, «potete accendere una lampada? O scostare una tenda? Non vedo niente.»
«Io vedo benissimo,» rispose la voce di York dall’oscurità dietro di lui. Marsh non lo aveva sentito muoversi. Si voltò, ed inciampò in qualcosa. «State fermo,» comandò York, e lo fece con un tono così gravido di forza e di furia che a Marsh non restò che obbedire. «Vi darò un lume prima che naufraghiate nella mia cabina.»
Un fiammifero divampò nel buio della stanza e York lo accostò alla candela che usava per leggere, poi si sedette sulla sponda del letto scompigliato. Era riuscito in quel frangente ad indossare un paio di calzoni, ma il suo volto seguitava a mostrarsi inferocito e terribile. «Ecco,» disse. «E adesso spiegatemi. Perché siete venuto qui? Vi avverto, sarà meglio per voi che abbiate una ragione valida!»
Marsh cominciò a perdere la calma. Mai nessuno gli aveva parlato in quel modo, nessuno. «Il Southerner è vicino a noi, York» disse seccamente. «Il battello più dannatamente veloce di questo fiume, ha le corna e tutto il resto. Voglio che il Fevre Dream lo insegua, e pensavo che avreste voluto assistere. Se non ritenete che questa sia una ragione valida per tirarvi giù dal letto, allora vuol dire che non siete e non sarete mai un battelliere! E badate a come parlate quando vi rivolgete a me, intesi?» Qualcosa di simile all’impeto di una fiammata incendiò gli occhi di Joshua York, ed egli fece per alzarsi, ma nel momento stesso in cui stava per farlo riuscì a controllarsi e desistette. «Abner,» disse. S’interruppe, accigliandosi. «Mi dispiace, non intendevo mancarvi di rispetto, né spaventarvi. La vostra intenzione era buona.» Marsh fu sconcertato nel vedere la sua mano serrarsi con violenza e poi distendersi. York si mosse nella penombra della cabina. Tre lunghi passi, rapidi e decisi, e raggiunse la scrivania su cui era poggiata la bottiglia della sua bevanda privata, quella che Marsh lo aveva incoraggiato ad aprire la notte scorsa. Riempì un intero calice e gettando indietro la testa tracannò il liquore in unica sorsata. «Ah,» disse piano. Si voltò a fronteggiare di nuovo Marsh. «Abner,» disse, «io vi ho dato il battello dei vostri sogni, ma non è stato un dono. Abbiamo fatto un contratto. Voi dovete obbedire ai miei ordini, quali che siano, e dovete rispettare il mio comportamento eccentrico senza fare domande. Intendete onorare la vostra metà del patto?»
«Io sono un uomo di parola!» disse Marsh con vigore e determinazione.
«Bene,» replicò York. «Adesso ascoltatemi. Avete agito in buona fede, ma avete sbagliato a svegliarmi in quel modo. Non fatelo più. Mai. Per nessuna ragione.»
«Se scoppia una caldaia e andiamo a fuoco devo lasciarvi arrostire lì dentro, è così?»
Gli occhi di York luccicarono nel fioco lucore. «No,» ammise. «Ma per voi potrebbe essere meno pericoloso. M’imbestialisco quando vengo svegliato all’improvviso. Non sono più io. Si sa di me che talvolta ho fatto cose di cui in seguito mi sono pentito. È per questo che sono stato così brusco con voi. Me ne scuso, ma so che accadrebbe di nuovo. Se non peggio. Capite, Abner? Non venite mai qui quando la mia porta è chiusa.»