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Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]

Электронная книга - «Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]». Краткое содержание книги:

Nel secondo capitolo della saga delle “Cronache del ghiaccio e del fuoco” una rossa cometa apparsa nel cielo dei Sette Regni sembra annunciare tremende sciagure. La lunga estate dell'abbondanza sta per finire, mentre quattro pretendenti, in aperta guerra gli uni contro gli altri, si contendono il Trono di Spade.
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Il suo corpo inerte stava venendo trascinato lontano dalla battigia quando Theon fece ritorno alla Strega del mare. Le alberature delle navi lunghe allineate lungo la spiaggia sassosa erano pinnacoli neri contro il cielo. Del villaggio di pescatori non rimanevano altro che ceneri fredde che quando pioveva emanavano un lezzo repellente. Pressoché tutti gli uomini erano stati passati a fil di spada. Theon ne aveva risparmiato soltanto un esiguo manipolo, in modo che corressero a portare la notizia della strage a Piazza di Thorren. Le mogli e le figlie dei pescatori erano state tramutate in mogli del sale, le donne vecchie e brutte erano state prima stuprate in gruppo e poi sgozzate oppure, se sembravano avere qualche abilità e non causare problemi, prese come serve.

Era stato Theon a pianificare l’attacco. Aveva portato le sue navi a ridosso della costa nel gelo e nelle tenebre che precedono l’alba. Era saltato per primo dalla prora del suo scafo, con l’ascia da guerra in pugno. Per primo aveva guidato gli uomini di ferro ad attaccare il villaggio ancora addormentato. Non gli era piaciuto farlo, ma aveva forse un’altra scelta?

In quello stesso momento, sua sorella Asha, quella puttana tre volte maledetta, stava facendo rotta ancora più a nord a bordo della sua Vento nero, decisa certo a prendersi un castello tutto suo. Lord Balon Greyjoy, il patriarca, non aveva lasciato trapelare nulla in merito allo spostamento dell’esercito dalle isole di Ferro. Il massacro compiuto da Theon sulla Costa Pietrosa sarebbe stato visto come una semplice opera di predoni assetati di bottino. Gli uomini del Nord non si sarebbero resi conto del vero pericolo… fino a quando la mazza non si fosse abbattuta su Deepwood Motte e sul Moat Cailin. “E quando tutto sarà finito, con la vittoria i cantastorie narreranno le gesta di Asha, quella troia, mentre io sarò ignorato e dimenticato.” Ma solo se lui lo avesse permesso.

Dagmer Mascella spaccata era in piedi sull’alta prora scolpita della sua Bevitrice di schiuma. Theon gli aveva affidato il compito di fare la guardia alle navi. Altrimenti, quella sarebbe stata chiamata la vittoria di Dagmer, non la sua. Un diverso tipo d’individuo se la sarebbe presa a male, ma Mascella spaccata ci aveva fatto sopra una risata.

«La giornata è nostra» disse Dagmer dalla prua. «Ma tu non stai sorridendo, ragazzo. Meglio che siano i vivi a sorridere, visto che i morti non possono farlo.» E si esibì in un sorriso, giusto per mostrare come si faceva. Fu una cosa orrenda a vedersi. Sotto una massa di capelli bianchi come la neve, Dagmer Mascella spaccata esibiva la cicatrice più spaventosa che Theon avesse mai visto, retaggio dell’ascia lunga che per poco non lo aveva ucciso da ragazzo. Il colpo gli aveva spezzato la mandibola, sbriciolato i denti anteriori e creato quattro labbra dove gli altri uomini ne avevano due. Una barba ispida gli copriva le guance e il collo, ma i peli non crescevano sulla cicatrice. Così adesso un solco nella carne dai bordi lucidi, contorti, gli divideva la faccia come il crepaccio di un ghiacciaio.

«Li ho uditi cantare» disse il vecchio guerriero. «Una bella canzone, e loro la cantavano bene.»

«Cantavano meglio di come combattevano. Tanto valeva che impugnassero arpe, considerando quanto gli sono servite le lance.»

«Quanti uomini abbiamo perduto?»

«Dei nostri?» Theon alzò le spalle. «Solo Todric, e sono stato io a ucciderlo. Era ubriaco e stava litigando per il bottino.»

«Certi uomini sono nati per essere uccisi.» Un uomo più debole avrebbe avuto paura di esibire un sorriso sinistro come il suo, ma Dagmer Mascella spaccata sogghignava molto più di frequente e con molta più convinzione di quanto lord Balon avesse mai fatto.

Nella sua bruttezza, quel sorriso fece riaffiorare una quantità di ricordi. Da ragazzo, nel saltare con il cavallo oltre un muretto coperto di muschio, o nel lanciare un’ascia contro un bersaglio, Theon lo aveva visto spesso. Lo aveva visto parando un fendente della spada di Dagmer, piantando una freccia nell’ala di un gabbiano alto in volo, prendendo in mano un timone e guidando una nave lunga attraverso le schiume infide nel passaggio tra rocce acuminate. “Dagmer mi ha sorriso più di mio padre e di Eddard Stark messi insieme.” Perfino di Robb… Avrebbe dovuto meritare un suo sorriso il giorno in cui aveva salvato la vita di Bran uccidendo quel bruto, invece quello che aveva ottenuto era stata una sequela di improperi, neanche fosse stato un cuoco reo di aver fatto bruciare lo stufato.

«Tu e io dobbiamo parlare, zio» disse Theon.

In realtà, Dagmer non era un suo vero zio. Era solo un uomo che aveva giurato fedeltà al lord delle isole di Ferro, con forse poche gocce del sangue dei Greyjoy, risalente a quattro o cinque generazioni passate. E quelle gocce provenivano dal lato sbagliato del letto. Ma Theon lo aveva chiamato zio sempre e comunque.

«E allora sali sulla mia tolda.» Non c’erano milord di sorta con Dagmer Mascella spaccata, non quando si trovava sul ponte della sua nave. Nelle isole di Ferro, a bordo della sua nave ogni capitano era re.

Con quattro ampie falcate, Theon fu sulla Bevitrice di schiuma. Dagmer gli fece strada fino all’angusta cabina di poppa. Si versò un corno di birra e ne offrì uno anche a Theon. Lui rifiutò.

«Non abbiamo catturato abbastanza cavalli. Alcuni, ma… Andrò avanti comunque. Meno uomini, più gloria.»

«Cavalli? A che ci servono i cavalli?» come tutti gli uomini di ferro, Dagmer preferiva combattere o a piedi o dalla tolda di una nave. «Non fanno altro che cacare sul ponte e stare in mezzo ai piedi.»

«Se riprendessimo il mare, sì» ammise Theon. «Io però ho un altro piano.»

Rimase a studiare Dagmer, per vedere come reagiva. Senza Mascella spaccata, non aveva speranze di riuscire nell’impresa che aveva in mente. Anche avendo il comando, gli uomini non lo avrebbero mai seguito se sia Aeron sia Dagmer gli fossero stati contro. Portare dalla sua l’acido prete del dio Abissale? Neanche a parlarne.

«Il lord tuo padre ci ha solo comandato di prendere la costa.» Occhi pallidi come schiuma di mare scrutarono Theon da sotto cespugliose sopracciglia livide. Ma che cos’era quel lampo che li stava attraversando, disapprovazione… o interesse? Il secondo, pensò, anzi sperò, Theon.

«Tu sei l’uomo di mio padre.»

«Sono sempre stato il migliore.»

“Orgoglio. Sì, Dagmer è un uomo orgoglioso. Ed è questa la chiave che devo usare con lui.” «E nessun altro uomo delle isole di Ferro regge il tuo confronto con la spada o con la lancia.»

«Sei stato lontano troppo a lungo, ragazzo. Quando te ne sei andato, era come tu dici, ma sono invecchiato al servizio di lord Balon. Adesso i cantastorie acclamano Andrik come il migliore. Andrik Senza sorriso, lo hanno soprannominato. Un gigante d’uomo. Serve lord Drumm di Vecchia Wyk. E Lorren il Nero e Qarl la Fanciulla sono quasi altrettanto letali.»

«Questo Andrik potrà anche essere un grande guerriero, ma gli uomini non lo temono quanto temono te.»

«Sì, questo è vero.»

Le dita di Dagmer si serrarono attorno al corno di birra. Erano zeppe di anelli, oro, argento e bronzo, incastonati di zaffiri, tormaline, vetro di drago. E per ognuno di essi, Theon questo lo sapeva, Dagmer Mascella spaccata aveva pagato il prezzo in ferro.

«Se avessi un uomo come te al mio servizio, non gli farei perdere tempo a razziare e bruciare… Queste sono cose da ragazzini. Non cose degne del miglior uomo di lord Balon.»

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