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Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]

Электронная книга - «Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]». Краткое содержание книги:

Nel secondo capitolo della saga delle “Cronache del ghiaccio e del fuoco” una rossa cometa apparsa nel cielo dei Sette Regni sembra annunciare tremende sciagure. La lunga estate dell'abbondanza sta per finire, mentre quattro pretendenti, in aperta guerra gli uni contro gli altri, si contendono il Trono di Spade.
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«… ci caco sui vostri lupi e giganti. Quel ragazzino si piscia nei pantaloni quando sa che stiamo arrivando. Non è abbastanza uomo da marciare su Harrenhal, giusto o no? È sicuro che scappa se capisce la situazione.»

«Questo lo dici tu. Ma forse il ragazzino sa qualcosa che noialtri non sappiamo. Forse siamo noi che dovremmo scappare via e basta…»

“Sì… è così! Siete voi che dovete scappare. Voi e lord Tywin e la Montagna e ser Addam e ser Amory e questo idiota di ser Lyonel, chiunque lui sia. Scappate tutti prima che mio fratello vi tagli la gola. È uno Stark lui! Più lupo che uomo. E anch’io sono una Stark!…”

«Donnola!»

La voce di Weese. Più sferzante dello schioccare di una frusta. Non lo aveva nemmeno visto arrivare, ma in un battito di ciglia lui le stava di fronte.

«Dammi qua,» le strappò la spada dalle mani «che ci hai già messo fin troppo.» Le servì un secco manrovescio. «La prossima volta, fa’ più in fretta.»

Per un istante, un breve istante, Arya si era nuovamente sentita come un lupo. Il colpo di Weese aveva distrutto tutto, lasciandole in bocca solo il sapore del suo sangue. Si era morsa la lingua quando lui l’aveva picchiata. E lei lo odiò per questo. «Ne vuoi un altro?» minacciò Weese. «Ne avrai un altro. Tanti altri. Non voglio più vedere quei tuoi occhi insolenti. Adesso va’ giù alla birreria e di’ a Tuffleberry che ho due dozzine di barili per lui. E che mandi su i suoi garzoni in fretta, se no trovo qualcun altro cui darli.»

Arya si mise in movimento. Ma non abbastanza in fretta per Weese.

«Corri, puttanella,» le urlò dietro «corri se questa sera vuoi mangiare.» Niente più promesse di zuppe di cappone per lei. «E non fare finta di perderti di nuovo. Se no, ti giuro, ti pesto a sangue, ti pesto!»

“Non lo farai, Weese” pensò Arya mettendosi a correre. “Tu non pesterai a sangue proprio più nessuno.”

Forse gli antichi dei del Nord guidarono i suoi passi.

A metà strada, mentre passava sotto il ponte di pietra che collegava la Torre della Vedova con la Torre del Rogo del Re, Arya udì risate sbracate, raschianti. Rorge, il bruto dal naso mozzato, spuntò da dietro un angolo in compagnia di altri tre soldatacci. Tutti e quattro avevano lo stemma con la manticora, simbolo di ser Amory Lorch, cucito sul pettorale sinistro delle tuniche.

«Guarda guarda…» Rorge la riconobbe, si fermò e sogghignò. «La piccola troia di Yoren. Be’, adesso sappiamo perché quel nero figlio di puttana ti voleva sulla Barriera, vero?»

Sghignazzò di nuovo, mettendo in mostra i suoi denti marci sotto il triangolo di cuoio che a volte usava per coprire il buco che aveva in faccia. Gli altri risero con lui.

«E dov’è il tuo bastone, adesso, piccola troia?» il sorriso distorto di Rorge svanì con la stessa rapidità con la quale era apparso. «Mi sembra di ricordare che ti ho promesso che te lo avrei messo nel culo.»

Fece un passo verso di lei. Arya arretrò.

«E allora, piccola troia, dov’è finito il tuo coraggio adesso che non sono più in catene?»

«Io ti ho salvato.» Arya tenne un buon metro di distanza tra loro, pronta a scappare rapida come un serpente se lui avesse cercato di afferrarla.

«Infatti. Per cui mi sa che devo ringraziarti con un’altra inculata. A proposito, dov’è che ti ha chiavato Yoren? Dentro la fighetta oppure ha preferito spaccarti quel tuo culo bello stretto?»

«Cerco Jaqen. Ho un messaggio per lui.»

Rorge s’inchiodò di colpo. C’era qualcosa di nuovo nel suo sguardo… paura di Jaqen H’ghar?

«Nei bagni» ringhiò. «Ora togliti dai piedi.»

Arya si voltò su se stessa e corse via, veloce come un cervo, con i piedi che volavano sull’acciottolato. Corse senza fermarsi fino ai bagni di Harrenhal.

Trovò Jaqen che se ne stava a mollo in una grande vasca, con il vapore che si sollevava dalla superficie, e una servetta che gli versava altra acqua calda sul capo. I suoi lunghi capelli, rossi da un lato, bianchi dall’altro, gli fluivano sulle spalle, bagnati e pesanti.

Arya si accostò, silenziosa come un’ombra.

«Cara ragazza» Jaqen H’ghar aprì gli occhi. «Scivoli su piccoli, silenziosi piedi di topo, ma quest’uomo può udire.»

“Ma come fa… come può sentirmi?” Jaqen sembrava udire perfino i suoi pensieri.

«Il cuoio che striscia sulla pietra ha un canto ancora più assordante del corno da guerra per l’uomo che sa tenere le orecchie aperte. Le ragazze furbe vanno a piedi scalzi.»

«Ho un messaggio.»

Arya guardò dubbiosa la servetta, che però non sembrava volesse andarsene. Così Arya si piegò su Jaqen, finché le sue labbra ancora sporche di sangue quasi toccarono l’orecchio di lui.

«Weese» sussurrò.

Jaqen H’ghar tornò a chiudere gli occhi, scivolando languidamente nel liquido abbraccio, quasi si fosse addormentato. Ma non stava affatto dormendo.

«Di’ a sua eminenza il lord che quest’uomo rimane a sua disposizione.»

La mano di Jaqen si mosse all’improvviso, spruzzando acqua caldissima verso di lei e Arya fu costretta a balzare indietro per non ritrovarsi fradicia.

Quando riferì a Tuffleberry il messaggio di Weese, il birraio si mise a imprecare a pieni polmoni.

«E tu di’ a Weese che i miei garzoni hanno di meglio da fare che non spezzarsi la schiena per lui. Digli anche che è un gran pezzo di merda. E che dovranno raggelarsi sette inferi prima che Weese abbia un’altra pinta della mia birra. Quei barili che ha, li voglio entro un’ora altrimenti… altrimenti lord Tywin lo verrà a sapere, parola mia.»

Arya lasciò fuori la parte riguardante il gran pezzo di merda, ma anche Weese si mise a imprecare a pieni polmoni quando lei gli riferì la risposta di Tuffleberry. Weese s’inferocì e minacciò e grugnì, ma alla fine radunò sei uomini e li mandò a prendere i barili e a portarli giù alla birreria.

La cena quella sera fu un’acquosa zuppa d’orzo, con cipolle, carote e mezza fetta di pane nero ammuffito. Una delle donne aveva cominciato a dormire nel letto di Weese. Lei si prese un abbondante pezzo di formaggio alle noci e un’ala di quel medesimo cappone di cui Weese aveva parlato la mattina. Il resto se lo mangiò lui. Il grasso gli colò in un lucido rigagnolo lungo le brutte vesciche che gli ribollivano all’angolo della bocca. L’aveva ingollato quasi tutto quando alzò lo sguardo dal piatto e notò Arya che l’osservava.

«Donnola, vieni qui.»

C’erano ancora pochi morsi di carne scura attaccati a una coscia. “Se n’era dimenticato” Arya si sentì in colpa. “Ma adesso si ricorda della promessa.” E lei aveva detto a Jaqen di ucciderlo. Scese dalla panca e raggiunse l’estremità del tavolo.

«Ho visto che mi stavi guardando.» Si ripulì le dita unte sul davanti della tunica di Arya. Le serrò la gola in una morsa con una mano. Con l’altra mano le assestò un ceffone in piena faccia. «Allora non hai sentito quello che ti ho detto, non è così, puttanella?» Le assestò un altro ceffone, con il dorso della mano. «Devi tenerli bassi, quegli occhi» le diede uno spintone. «Se no la prossima volta te ne tiro fuori uno con un cucchiaio e lo do da mangiare alla mia cagna.»

Arya cadde a terra, un chiodo sporgente dalla vecchia panca andò a impigliarsi nella stoffa della sua tunica, squarciandola.

«E prima di andare a letto, puttanella» Weese staccò a morsi gli ultimi bocconi di carne dal cappone «rammendati quello straccio.»

Quando finalmente ebbe finito, si leccò le dita e gettò gli ossi alla sua brutta cagna maculata.

«Weese.» Un sussurro, meno di un sussurro. Arya lo ripeté alla luce della candela, chinandosi a rammendare lo strappo della tunica. «Dunsen, Polliver, Raff Dolcecuore» i nomi dell’odio ritornarono. «Messer Sottile e il Mastino» un nome dopo l’altro, uno per ogni foro d’ingresso dell’ago. «Ser Gregor, ser Amory, ser Ilyn, ser Meryn, re Joffrey, regina Cersei.»

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