Gelsomino nel paese dei bugiardi
- Автор: Родари Джанни
- Язык: итальянский
- Жанр: Детская проза
Электронная книга - «Gelsomino nel paese dei bugiardi». Краткое содержание книги:
— Ormai ne manca uno solo, — si dicevano l'un l'altro gli accalappiacani e le guardie, per vincere la stanchezza. E quale fu la loro sorpresa, dopo ore di ricerche, quando si trovarono davanti non uno, ma due gatti miagolanti!
— Si sono moltiplicati, — osservò una guardia.
— Dev'essere contagioso, — aggiunse un accalappiacani.
Dei due gatti, uno era il settimo della famiglia di zia Pannocchia, l'altro era più semplicemente quel Fido che abbiamo incontrato in uno dei passati capitoli e che, a furia di riflessioni, era giunto alla conclusione che forse Zoppino non aveva tutti i torti a consigliargli di miagolare: una volta fatta la prova, non gli sarebbe riuscito più di abbaiare nemmeno se avesse voluto.
Fido si lasciò catturare senza resistenza. Il settimo, che era il più vecchio della compagnia, fu abbastanza svelto da arrampicarsi su un albero e di lassù si diverti per un pezzo a far ammattire i suoi cacciatori, miagolando le più belle arie del repertorio gattesco.
Una gran folla si radunò all'insolito spettacolo e, come succede, si divise in due partiti. C'erano i benpensanti, che incoraggiavano le guardie a mettere fine allo scandalo. E c'erano i burloni o forse non soltanto burloni, che facevano il tifo per il gatto e lo incoraggiavano rifacendogli il verso:
— Miao! Miao!
C'era anche una gran folla di gatti che abbaiavano contro il loro collega, un po' per invidia un po' per rabbia. Ogni tanto qualcuno di loro veniva colpito dal contagio e cominciava a miagolare: gli accalappiacani gli piombavano subito addosso e lo ficcavano nel loro sacco.
Si dovettero chiamare i pompieri e dar fuoco all'albero, per farne discendere quell'ostinato miagolatore. Così la folla si godette anche un piccolo incendio, e tornò a casa soddisfatta.
I gatti che miagolavano risultarono, a conti fatti, una ventina: furono portati tutti al manicomio, perché a modo loro dicevano la verità, dunque dovevano essere gatti matti.
II direttore del manicomio non sapeva dove metterli. Pensa e ripensa, li fece portare tutti nella cella di Calimero La Cambiale. Figuratevi se lo spione fu contento di quella compagnia, che gli ricordava l'origine della sua sventura! Nello spazio di due ore diventò pazzo sul serio, e cominciò a miagolare e a fare le fusa. Credeva di essere un gatto anche lui e quando un topo imprudente attraversò la cella fu il primo a saltargli addosso: il topo gli lasciò in bocca la coda e si salvò nel suo pertugio.
Zoppino, raccolte tutte queste informazioni, stava tornando a casa per riferirle a Gelsomino quando udì la voce del tenore attaccare una di quelle famose canzoncine del suo paese che gli avevano procurato tanti grattacapi.
«Questa volta, — pensò Zoppino, — posso scommettere tutte e quattro le mie zampe, compresa quella nuova, che Gelsomino si è addormentato e sta sognando. Se non mi affretto, le guardie arriveranno prima di me».
Sotto casa trovò raccolta una gran folla ad ascoltare. Nessuno si muoveva, nessuno parlava. E se di quando in quando un vetro del vicinato andava in pezzi, nessuno si affacciava a protestare.
Il canto meraviglioso sembrava aver operato un incantesimo. Zoppino notò due giovani guardie confuse fra la gente, con la stessa espressione rapita in volto. Le guardie, come sapete, avevano l'ordine di arrestare Gelsomino: ma quelle due lì non ne avevano proprio l'intenzione.
Purtroppo altre guardie stavano sopraggiungendo e il loro capo si faceva largo tra la folla con la frusta: doveva essere duro d'orecchi, e la musica di Gelsomino non lo incantava.
Zoppino fece le scale di corsa e piombò nella soffitta come un fulmine.
— Sveglia! Sveglia! — gridò, facendo con la coda a Gelsomino il solletico sotto il naso. — Il concerto è finito! Arriva la polizia!
Gelsomino aprì gli occhi, se li stropicciò vigorosamente e domandò:
— Dove sono?
— Ti dirò dove sarai tra poco, se non ci muoviamo, — rispose Zoppino, — sarai in gattabuia!
— Ho cantato ancora?
— Vieni, scappiamo per i tetti.
— Tu parli da gatto, ma io non sono abituato a ballare sulle tegole.
— Ti reggerai alla mia coda.
— E dove andremo?
— Via di qua, questo è sicuro. E in qualche posto arriveremo.
Zoppino saltò per primo dalla finestra della soffitta sul tetto
sottostante e a Gelsomino non rimase che seguirlo, chiudendo gli occhi per non essere colto dalle vertigini.
Udrete la storia e l'accaduto di Benvenuto — Mai seduto
Per fortuna in quella parte della città le case crescevano più vicine delle alici in una scatola e Gelsomino non trovò difficoltà a saltare da un tetto all'altro, incoraggiato da Zoppino che avrebbe preferito tetti un pochino più distanti, per poter spiccare qualche balzo di suo gusto. A un tratto, però, a Gelsomino scappò un piede, ed egli cadde su un terrazzino dove un vecchietto stava bagnando i fiori.
— Lei mi scuserà, — esclamò Gelsomino, carezzandosi il ginocchio che aveva battuto, — non avevo nessuna intenzione di cascarle in casa a questo modo.
Non stia a scusarsi, — rispose il vecchietto, gentilmente. — Sono felice che lei mi abbia fatto visita. Piuttosto, si è fatto male? Spero che non ci sia niente di rotto.
Zoppino si sporse dal tetto e miagolò:
— È permesso?
— Oh, un'altra visita, — disse il vecchietto, rallegrandosi, — venga, venga, mi farà tanto piacere.
Il ginocchio di Gelsomino si gonfiava di minuto in minuto.
— Mi dispiace soltanto, — continuò il vecchietto, — di non avere nemmeno una sedia per farvi accomodare.
— Mettiamolo sul letto, — suggerì Zoppino, — sempre se non le dispiace.
— Il guaio è, — disse il vecchietto, rammaricato, — che non possiedo nemmeno un letto. Andrò da un vicino a farmi prestare una poltrona.
— No, no, — disse in fretta Gelsomino, — sto benissimo anche seduto per terra.
— Venite dentro, — propose il vecchietto, — dovrete sedervi sul pavimento, ma intanto vi preparerò un buon caffè.
La stanzetta era piccola ma pulita, con bei mobili lucidi: il tavolo, la credenza, l'armadio. Ma proprio non c'era ombra di sedie o di letti.
— Lei sta sempre in piedi? — domandò Zoppino.
— Per forza, — rispose il vecchietto.
— E non dorme mai?
— Dormo in piedi, qualche volta. Però molto di rado. Non più di un paio d'ore la settimana.
Gelsomino e Zoppino si guardarono come per dire: «Ecco un altro che ce le racconta grosse».
— Se non sono curioso, — domandò ancora Zoppino, — quanti anni ha lei?
— Con precisione non so. Sono nato dieci anni fa, ma debbo avere settantacinque o settantasei anni.
Il vecchietto dovette capire, dalle loro facce, che i suoi ospiti stentavano a credergli. Sospirò e disse:
— Non è una bugia. È una storia incredibile, ma è vera. Se volete, mentre passa il caffè ve la racconto.
— Il mio nome, — cominciò poi, — è Benvenuto. Ma mi chiamano Benvenuto-Mai seduto…
Benvenuto era figlio di un cenciaiolo. Un bambino così vispo non l'aveva veduto mai nessuno. Difatti, non avevano ancora finito di dargli un nome che già Benvenuto saltava fuori delle fasce e correva in giro per la casa. La sera lo mettevano a letto e la mattina lo trovavano con i piedi di fuori e la culla era diventata troppo corta.
— Si vede, — diceva il suo babbo, — che ha fretta di crescere e di aiutare la famiglia.
La sera lo mettevano a letto e la mattina dopo non gli andavano più bene i vestiti, le scarpe erano diventate strette, nelle carnicine non ci entrava più.
— Pazienza, — diceva la sua mamma, — per fortuna in casa di cenciaiolo gli stracci non mancano: gli cucirò un vestito nuovo.
In capo a una settimana Benvenuto era cresciuto tanto che le comari del vicinato dissero che era ora di mandarlo a scuola. La moglie del cenciaiolo lo accompagnò dal maestro, il quale si arrabbiò non poco: