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Gelsomino nel paese dei bugiardi

Электронная книга - «Gelsomino nel paese dei bugiardi». Краткое содержание книги:

In un paese, dove per ordine del sovrano tutto funziona al contrario e è proibito dire la verità, arriva Gelsomino dalla voce potentissima che con l'aiuto di simpatici amici sconfigge la prepotenza e fa trionfare la sincerità. In questo libro (uno dei primi) Rodari dà prova della sua straordinaria capacità di esplorare con occhio critico la realtà sociale e di muovere con brio e finezza di stile verso un universo fantastico costruito sull'altruismo, sulla generosità, sull'amicizia: Gelsomino con la sua voce e la sua simpatia ci invita a guardare con ottimismo al futuro. Età di lettura: da 6 anni.
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— E cosa voleva dire?

— Lo domandarono anche al pittore, e lui rispose: voglio vedere se qualcuno è capace di passare sotto la riga invece che sopra. Poi si mise il cappello e se ne andò. Doveva essere un po' matto.

— Questo però non è matto, — disse qualcuno, — guardate.

Bananito, senza alzare la testa dal suo lavoro, dipingeva così in fretta che gli occhi faticavano a tener dietro alla sua mano. E sun marciapiedi, proprio come lui aveva sognato, nasceva un bellissimo giardino di violette. Era solo un disegno, ma così bello che ad un certo punto cominciò davvero a profumare.

— Pare quasi, — mormorò uno degli operai, — di sentire un profumo di violette.

— Chiamale zucchine, se non vuoi che ti mettano dentro, — lo avvertì un suo compagno. — Però è vero: si sente il profumo.

Tutti, intorno a Bananito, fecero un gran silenzio. Si sentiva il gessetto grattare delicatamente la pietra, e ad ogni segno viola il profumo di violette aumentava.

Gli operai erano commossi. Passavano da una mano all'altra il pacchettino della colazione, fingevano di sentire se le gomme delle biciclette erano abbastanza gonfie, ma non perdevano un gesto di Bananito, e allargavano le narici per lasciarsi penetrare da quel profumo che rallegrava il cuore.

La sirena fischiò, ma nessuno si mosse per entrare in fabbrica. Si udì mormorare: «Bravo! Bravo!» Bananito alzò gli occhi e incontrò gli sguardi dei suoi spettatori: lesse in loro tanta simpatia che si sentì intimidito. Raccolse in fretta i suoi colori e si allontanò.

Uno degli operai lo rincorse:

— Ma che fai? Perché scappi? Ancora un minuto e ti avremmo dato tutti i soldi che avevamo in tasca. Nessuno ha mai visto un disegno così bello!

— Grazie, — mormorò Bananito, — grazie.

E attraversò la strada, per essere solo.

Il cuore gli batteva tanto forte che si vedeva la giacca, in quel punto, sussultare come se ci fosse stato sotto un gattino. Era proprio felice!

Camminò a lungo per la città, senza decidersi a fare un altro disegno. Cento idee gli venivano e cento ne scartava.

Finalmente la vista di un cane gli diede l'ispirazione giusta. Si accoccolò sul marciapiedi, nello stesso punto in cui la nuova idea gli era venuta in mente, e cominciò a disegnare.

Ci sono sempre dei passanti che non hanno niente da fare se non passare da una strada all'altra: passanti di professione, o forse

disoccupati. Di nuovo, dunque, intorno a Bananito, ci fu una piccola folla a commentare.

— Guardate che originalità: sta disegnando un gatto, come se non ce ne fossero anche troppi in giro per la città, se ti viene voglia di guardarne uno.

— È un gatto speciale, — disse allegramente Bananito.

— Avete sentito? Fa un gatto speciale, forse un gatto con gli occhiali?

Le chiacchiere cessarono d'incanto quando il cane di Bananito,

ricevuto l'ultimo segno di colore sulla coda, balzò sulle quattro zampe abbaiando festosamente. La folla levò grida di meraviglia, e subito accorse un poliziotto.

— Che c'è? Che succede? Ah, vedo, vedo. Anzi, sento: un gatto che abbaia. Non ne avevamo abbastanza dei cani che miagolano! Di chi è?

La folla si disperse rapidamente, per non dover rispondere alla domanda. Solo un poveretto, che stava proprio vicino alla guardia, non potè svignarsela perché era stato afferrato per un braccio.

— È suo, — sussurrò indicando Bananito, con gli occhi bassi.

La guardia lo lasciò andare e acchiappò Bananito.

— Vieni con me, tu!

Bananito non si fece pregare, si mise i colori in tasca e seguì la guardia, senza perdere la sua allegria. Il cane, però, drizzata la coda come una vela, aveva già deciso di andarsene per i fatti suoi.

In attesa che il comandante delle guardie lo interrogasse, Bananito fu rinchiuso in camera di sicurezza. Le mani, però, gli prudevano dalla voglia di lavorare. Disegnò un uccellino e gli diede il volo, ma l'uccellino non volle allontanarsi da lui: gli si andò a posare sulla spalla e gli beccava affettuosamente un orecchio.

— Ho capito, — disse Bananito. — Hai fame!

E subito gli disegnò alcuni granelli di miglio. Questo gli fece venire in mente che non aveva ancora fatto colazione.

— Due uova al burro mi basteranno. E una bella pesca gialla. Disegnò quel che gli occorreva e ben presto un profumo di uova

fritte si diffuse per la stanza, uscì dalla porta e andò a solleticare le narici della sentinella.

— Hm… che delizia! — disse il giovanotto, allargando le narici per non perdere un filo di quel profumo.

Ma poi gli venne un dubbio, aprì lo spioncino della cella e guardò dentro. La vista del prigioniero che mangiava di buon appetito lo lasciò di sasso, e in quella posizione, con un'espressione stupita sul volto, lo trovò il capo delle guardie.

— Ma bene! — gridò quest'ultimo, al colmo dell'indignazione. — Ma benone! Adesso ai prigionieri portiamo anche i pasti dal ristorante.

— Io non… io non… — balbettò la guardia.

— Tu non conosci il regolamento! Pane ed acqua, acqua e pane, e niente più!

— Io non so come ha fatto… — riuscì finalmente a dire la guardia, — Forse aveva le uova in tasca.

— Già, e il fornello? Vedo che in mia assenza fioriscono le novità: celle con uso di cucina…

A questo punto però il comandante dovette persuadersi a sua volta che nella cella non c'era alcun fornello.

Bananito, del resto, per non far passare un brutto quarto d'ora alla guardia, si decise a confessare come aveva fatto a procurarsi la colazione.

— Tu mi credi un imbecille, — disse il comandante, dopo averlo ascoltato con incredulità. — Che faresti se ti ordinassi di disegnarmi una sogliola al vino bianco?

Bananito, senza rispondere, prese un pezzo di carta e disegnò il piatto che gli era stato ordinato.

— Col prezzemolo o senza? — domandò, mentre lavorava.

— Col prezzemolo, — ordinò ridacchiando il comandante. — Mi hai proprio preso per un citrullo. Quando avrai finito, ti farò mangiare quel foglio di carta fino all'ultimo centimetro quadrato.

Ma quando Bananito ebbe finito, un appetitoso odore di sogliola al vino bianco si irradiò dal foglio, e qualche istante dopo, sotto gli occhi del comandante spalancati come portoni, il piatto fumò sul tavolo, e pareva dicesse: «Mangiami, mangiami!».

— Buon appetito, — disse Bananito, — il signore è servito!

— Non ho più fame, — borbottò il comandante, rimettendosi dalla sorpresa. — La sogliola la mangerà la sentinella. E tu vieni con me.

Bananito ministro del rè; cade in disgrazia; udrete perché

Il capo delle guardie non era uno stupido: al contrario, era un gran furbone.

«Quest'uomo, — egli rifletteva accompagnando Bananito in castello reale, — vale tant'oro quanto pesa, e forse qualche quintale di più. E siccome io ho una cassaforte abbastanza grande, non c'è ragione che qualche chilo d'oro non ci finisca dentro: ci starà al fresco e al riparo dai topi. Il rè mi darà sicuramente un bel premio!»

Le sue speranze però andarono deluse: rè Giacomone, avvertito dell'accaduto, comandò che il pittore fosse portato alla sua presenza e congedò freddamente il capo delle guardie, dicendogli:

— Avrete una medaglia al merito per la vostra scoperta.

«Cosa me ne faccio, — borbottava fra sé il capo delle guardie, — di una medaglia al merito? Ne ho già ventiquattro, tutte di cartone: se avessi dei tavolini che zoppicano, potrei farne dei tasselli per raddrizzarli».

Lasciamolo borbottare, lasciamolo andare. Assistiamo invece all'incontro fra Bananito e rè Giacomone.

Il pittore, per niente impressionato di trovarsi alla presenza del potente sovrano, rispose tranquillamente alle sue domande, senza cessare di ammirare la bellissima parrucca arancione che gli splendeva in capo come un cesto di arance al mercato.

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