Gelsomino nel paese dei bugiardi
- Автор: Родари Джанни
- Язык: итальянский
- Жанр: Детская проза
Электронная книга - «Gelsomino nel paese dei bugiardi». Краткое содержание книги:
— Abbasso Gelsomino!
— Ritirati, cane!
— Torna nello stagno, ranocchio!
Gelsomino accolse queste ed altre simili grida con molta pazienza, si schiarì la gola e attese che tornasse il silenzio. Poi attaccò la prima canzone del programma, con la voce più dolce che riuscì a emettere dalla bocca, stringendo le labbra al punto che da lontano pareva perfino che cantasse a bocca chiusa.
Era una canzoncina del suo paese, dalle parole abbastanza comuni e un tantino bislacche (leggete in fondo al volume una scelta delle sue canzoni), ma Gelsomino la cantava con tanto sentimento che ben presto in tutto il teatro ci fu un grande sventolio di fazzoletti: il pubblico non faceva in tempo ad asciugarsi le lacrime. La canzoncina finiva con un acuto, e Gelsomino non forzò la voce, anzi, cercò di assottigliarla ancor di più.
Tuttavia non riuscì a impedire che si udisse una dozzina di «tac pum»: le lampadine del loggione, che erano di vetro leggerissimo, erano scoppiate. Gli scoppi furono del resto soffocati da una formidabile bordata di fischi. Tutto il teatro, in piedi, urlava a perdifiato:
— Vattene! Buffone! Non farti sentire più! Vai a fare le serenate alle balene!
Insomma, come avrebbero potuto scrivere i giornali, se avessero potuto dire la verità: «l'entusiasmo era incontenibile!».
Gelsomino si inchinò e intonò la seconda canzone. Questa volta si lasciò andare un tantino, bisogna riconoscerlo. La canzone gli piaceva, cantare era la sola sua passione, il pubblico lo ascoltava in estasi: Gelsomino dimenticò la sua solita prudenza e fece un acuto che mandò in visibilio, a chilometri di distanza, la folla che non aveva potuto trovare posto in teatro.
Egli sì aspettava un applauso, o per meglio dire una nuova bordata di fischi e di insulti. Invece scoppiò una risata che lo lasciò di stucco. Il pubblico pareva essersi dimenticato di lui, gli voltava le spalle e guardava ridendo in un'unica direzione.
Anche Gelsomino guardò da quella parte, e quel che vide gli fece gelare il sangue nelle vene e la voce in gola. L'acuto non aveva spezzato i robusti lampadari sospesi sulla platea, ma aveva fatto di peggio: la famosa parrucca arancione era volata via dalla testa di rè Giacomone!
Il sovrano, tamburellando nervosamente sulla balaustra del suo palco, cercava di capire il perché di tanta allegria. Poveretto, non si era accorto di nulla, e nessuno osava rivelargli la verità, ricordandosi troppo bene la fine che aveva fatto, quella mattina stessa, la lingua di un cortigiano troppo zelante.
Domisol, che volgeva le spalle alla sala, e non poteva veder nulla, fece cenno a Gelsomino di attaccare la terza canzone.
«Se Giacomone fa una brutta figura, — pensò Gelsomino, — non c'è bisogno che la faccia anch'io. Questa volta voglio cantar bene davvero».
E cantò così bene, trascinato dall'ispirazione, cantò con voce così potente che fin dalle prime note il teatro cominciò ad andare in pezzi. Prima si ruppero i lampadari e crollarono travolgendo una parte degli spettatori che non avevano fatto in tempo a mettersi in salvo. Poi crollò una fila di palchi, proprio quella al cui centro si trovava il palco reale: ma Giacomone, per fortuna, aveva già abbandonato il teatro. Si era guardato allo specchio, per controllare se non fosse il caso di ridarsi la cipria alle guance, ed aveva scoperto con terrore che la parrucca gli era volata via. Quella sera, si dice, fece tagliare la lingua a tutti i cortigiani che stavano con lui a teatro, perché non lo avevano avvertito del disastroso incidente.
Mentre Gelsomino cantava, il pubblico si affollava verso le uscite: quando crollarono le ultime file di palchi e il loggione, in sala erano rimasti solo Gelsomino e Domisol. Il primo, ad occhi chiusi, continuava a cantare: si era ormai dimenticato di essere a teatro, si era dimenticato di essere Gelsomino, pensava soltanto al piacere di cantare. Domisol, ad occhi bene aperti, purtroppo, si metteva le mani nei capelli:
— Il mio teatro! Sono rovinato! Sono rovinato!
Sulla piazza dei teatro la folla gridava stavolta:
— Bravo! Bravo!
E lo diceva in un certo modo che le guardie di Giacomone, guardandosi negli occhi, mormoravano:
— Vuoi vedere che gli stanno dicendo bravo perché canta bene, e non perché canta male?
Gelsomino terminò con un acuto che rimosse le macerie del teatro e sollevò un immenso polverone. Soltanto allora egli si accorse del disastro che aveva provocato. Vide Domisol che, agitando minacciosamente la sua bacchetta direttoriale, si sforzava di raggiungerlo scavalcando montagne di rovine.
«La mia carriera di cantante è finita, — pensò disperato. — Mettiamo almeno in salvo la pelle».
Attraverso una breccia nelle pareti del teatro uscì sulla piazza, nascondendosi il volto, si mescolò alla folla, raggiunse una strada solitaria, e cominciò a correre, a correre da rompersi le gambe per lo sforzo.
Ma Domisol, che non l'aveva perso di vista, lo inseguiva gridando:
— Fermati, disgraziato! Pagami il mio teatro!
Gelsomino scantonò in un vicolo, si infilò nel primo portoncino, salì.ilfannosamente le scale fino alla soffitta, spinse la porta: ed eccolo nello «studio» di Bananito, nello stesso istante in cui Zoppino vi faceva Il suo ingresso dalla finestra.
Se un pittore sa il suo mestiere le cose belle diventano vere
Bananito era rimasto a bocca aperta ad ascoltare Gelsomino e Zoppino che si raccontavano le loro peripezie. In mano teneva sempre Il coltello, ma ormai non ricordava nemmeno più perché lo avesse Impugnato.
— Che cosa voleva farne? — gli chiese Zoppino, sospettoso.
— È quello che mi sto domandando anch'io, — rispose Bananito. Ma un'occhiata in giro bastò a farlo ripiombare nella più nera disperazione: i suoi quadri erano sempre là, brutti come nel capitolo nono di questo racconto.
— Vedo che lei è un pittore, — disse rispettosamente Gelsomino, che non aveva ancora avuto il tempo di fare questa scoperta.
— Credevo, — mormorò tristemente Bananito, — credevo di essere un pittore. Ma sarà meglio che cambi mestiere. E sceglierò un mestiere col quale i colori c'entrino il meno possibile. Per esempio, farò il becchino, e avrò a che fare solo con il nero.
— Anche nei cimiteri ci sono i fiori, — osservò Gelsomino. — Su questa terra, di nero proprio nero e soltanto nero non c'è niente.
— Il carbone, — disse Zoppino.
— Ma a dargli fuoco diventa rosso, bianco, azzurro.
— L'inchiostro nero è nero e basta.
— Ma con l'inchiostro nero si possono scrivere storie colorate e allegre.
— Mi arrendo, — disse Zoppino, — e meno male che non ci ho scommesso sopra una zampa. Adesso me ne resterebbero soltanto due.
— Qualcosa farò, — sospirò Bananito.
Gelsomino, aggirandosi per la soffitta, si fermò davanti al ritratto di un uomo con tre nasi, che già aveva destato la sorpresa di Zoppino.
— Chi è? — domandò.
— È un grande ciambellano di corte.
— È fortunato ad avere tre nasi: sentirà i profumi motiplicati per tre.
— Oh, è tutta una storia. Quando mi ha incaricato di fargli il ritratto ha preteso che gli facessi quei tre nasi. Abbiamo tanto discusso: io avrei voluto fargliene uno solo, poi suggerii che si accontentasse di due. Ma non c'è stato niente da fare. O tre o niente ritratto. E vedete cos'è venuto fuori? Uno spaventabambini, una cosa da mostrare per castigo a quelli che fanno i capricci.
— E anche questo cavallo, — domandò Gelsomino, — è un cavallo di corte?
— Cavallo? Ma non vede che è una mucca?
Gelsomino si grattò un orecchio.
— Sarà una mucca, ma a me pare un cavallo. O meglio, sarebbe un cavallo se avesse quattro zampe: invece ne ha tredici. Con tredici zampe si potevano fare tre cavalli con l'avanzo di una zampa.