Presagi di tempesta
- Автор: Джордан Роберт, Сандерсон Брендон
- Серия: La Ruota del Tempo #12
- Язык: итальянский
- Переводчик: Gabriele Giorgi
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «Presagi di tempesta». Краткое содержание книги:
Аннотация
I segni sono inequivocabili: l’Ultima Battaglia si avvicina. Rand al’Thor, il Drago Rinato, è determinato a stipulare una pace con gli invasori Seanchan. Per ottenerla, vuole dimostrare la sua buona fede riportando l’ordine nell’Arad Doman, un paese sotto attacco dei Seanchan, ma anche privo di un re… e dietro la sparizione del sovrano potrebbe esserci Graendal, una dei Reietti, maestra nella Coercizione. Nel frattempo, sia Mat che Perrin, superate varie vicissitudini, stanno cercando di tornare verso l’Andor per riunirsi a Rand prima dell’Ultima Battaglia.Ancora più difficile è il compito di Egwene: catturata e ridotta a novizia nella Torre Bianca, è riuscita a instillare il dubbio in molte delle Aes Sedai rimaste fedeli a Elaida, tanto che alcune di loro prestano ascolto alle sue parole e le chiedono addirittura consiglio. Ma sulla Torre incombe lo spettro di un attacco dei Seanchan: Egwene l’ha sognato e sa che avverrà e anche molto presto.
Tarmon Gai’don, l’Ultima Battaglia, si avvicina. Ma l’umanità non è pronta.
Cadsuane scosse il capo, continuando lungo la passerella, con quegli orribili zoccoli che facevano fracasso contro il legno. La città era famosa per questi lunghi camminamenti, che permettevano ai pedoni di evitare il fango delle strade. Un acciottolato avrebbe risolto quel problema, ma spesso i Domanesi si vantavano di essere diversi dal resto del mondo. Cibo tanto piccante da essere indigeribile che veniva mangiato con utensili tremendi. Una capitale piena di stendardi, situata su un enorme porto. Abiti scandalosi addosso alle donne; lunghi baffi sottili sugli uomini e una passione per gli orecchini quasi da Popolo del Mare.
Centinaia di quei vessilli garrirono al vento mentre Cadsuane passava, e lei digrignò i denti contro la tentazione di togliersi il cappuccio e sentire quella brezza sulla faccia. Maledetta aria dell’oceano. Di norma, Bandar Eban era gelida e piovosa. Raramente lei aveva sentito così caldo. Ma l’umidità era comunque terribile. La gente razionale si stabiliva nell’entroterra! Proseguì lungo diverse strade, passando in mezzo al fango in corrispondenza degli incroci. Quello era il difetto irreparabile delle passerelle, a suo parere. La gente del luogo sapeva quali strade attraversare e in quali invece il fango era profondo, ma Cadsuane doveva passare ovunque poteva. Ecco perché era andata a cercare questi zoccoli, costruiti secondo lo stile tarenese, per metterli sopra le sue scarpe. Era stato incredibilmente difficile trovare un mercante che li vendesse; era evidente che i Domanesi non avevano molto interesse in quelle calzature, e la maggior parte delle persone che lei incrociava andava a piedi nudi nel fango oppure sapeva dove attraversare per non inzaccherarsi le scarpe.
A metà strada per il porto, raggiunse infine la sua destinazione. L’elegante stendardo che sventolava sul davanti proclamava il nome della locanda Il Favore del Vento, sbattendo contro una facciata di legno intagliato. Cadsuane si diresse all’interno e si tolse gli zoccoli all’ingresso fangoso prima di entrare nel locale vero e proprio. Qui, finalmente, si concesse di abbassare il cappuccio. Se al’Thor fosse apparso per caso a visitare questa particolare locanda, avrebbe semplicemente dovuto impiccarla.
La sala comune della locanda era decorata più come la sala da pranzo di un re che come una taverna. Tovaglie bianche ricoprivano i tavoli e il pavimento di legno verniciato era pulito fino a risplendere. Alle pareti erano appesi raffinati dipinti di nature morte: una ciotola di frutta sul muro dietro il bancone, un vaso di fiori su quello opposto. Le bottiglie sullo scaffale dietro il banco erano quasi tutte di vino, e molto poche erano di acquavite o altri liquori.
Lo snello locandiere, Quillin Tasil, era un Andorano alto e dal volto ovale. Stempiato e con corti capelli scuri ai lati della testa, portava una corta barba completa, quasi del tutto grigia. La sua raffinata giacca color lavanda aveva bianchi polsini increspati che sbucavano dalle maniche, ma vi indossava sopra un grembiule da locandiere. Di solito aveva avuto buone informazioni, ma era anche disposto a fare indagini per lei fra i suoi colleghi. Un uomo davvero utile. Sorrise a Cadsuane quando lei entrò, pulendosi le mani su una salvietta. Le fece un gesto verso un tavolo, poi tornò al bancone per prendere del vino. Cadsuane si accomodò mentre due uomini dall’altro lato della stanza iniziavano a litigare ad alta voce. Gli altri avventori — solo quattro: due donne a un tavolo in fondo e due uomini al bancone — non prestarono alcuna attenzione all’alterco. Non si poteva trascorrere molto tempo nell’Arad Doman senza imparare a ignorare i frequenti scatti di collera. I Domanesi avevano la testa calda come vulcani, e in molti convenivano che il motivo erano le donne domanesi. Questi due uomini non giunsero a un duello, come sarebbe stato comune a Ebou Dar. Invece urlarono per qualche momento, poi iniziarono a essere d’accordo, quindi insistettero per offrirsi a vicenda del vino. Le discussioni erano comuni, ma di rado veniva versato del sangue. Le ferite nuocevano agli affari.
Quillin si avvicinò, portando una coppa di vino: sarebbe stata una delle sue annate migliori. Lei non gliele chiedeva mai nello specifico, ma non se ne lamentava nemmeno.
«Comare Shore,» disse lui con voce affabile «avrei voluto sapere prima che eri tornata in città ! Sono venuto a saperlo solo dalla tua lettera!»
Cadsuane prese la coppa che le offriva. «Non sono abituata a fornire rapporti su dove mi trovo a ogni conoscente, mastro Tasi!»
«Certo che no, certo che no» disse lui, e non parve affatto offeso per quella risposta caustica. Cadsuane non era mai riuscita a irritarlo. Questo l’aveva sempre incuriosita.
«Pare che la locanda vada bene» disse in tono cortese, facendolo voltare per guardare i suoi pochi clienti. Parevano a disagio, seduti a tavoli immacolati sopra un pavimento splendente. Cadsuane non era certa se fosse quella pulizia a intimidire a tal punto la gente da tenerla alla larga dal Favore del Vento oppure se si trattasse dell’insistenza di Quillin a non ingaggiare mai menestrelli o musicisti a esibirsi. Affermava che guastavano l’atmosfera. Mentre Cadsuane osservava, notò entrare un nuovo cliente, lasciandosi dietro una scia di fango. Poteva vedere le dita di Quillin contrarsi dalla voglia di andare a pulire il pavimento.
«Tu laggiu’» gridò Quillin all’uomo. «Pulisciti le scarpe prima di entrare, per piacere.» L’uomo rimase immobile, accigliandosi, poi tornò indietro e fece come gli era stato detto. Quillin sospirò e si mise a sedere con Cadsuane. «Francamente, comare Shore, negli ultimi tempi qui c’è molto da lare per i miei gusti. A volte non riesco a star dietro a tutti i miei clienti! La gente rimane senza nulla da bere, aspettando che sia io a portarglielo.»
«Potresti assumere qualcuno» commentò lei. «Una cameriera o due.»
«Cosa? lì lasciare che si prendano loro tutto il divertimento?» Lo disse in tono serissimo. Cadsuane bevve un sorso del suo vino. Un’annata davvero eccellente, forse tanto costosa che una locanda — per quanto lussuosa — non avrebbe dovuto tenerne a disposizione dietro il bancone. Sospirò. La moglie domanese di Quillin era uno dei mercanti di seta di maggior successo della città ; molti vascelli del Popolo del Mare la cercavano personalmente per commerciare con lei. Quillin aveva tenuto i conti degli affari di sua moglie per circa vent’anni prima di ritirarsi, quando ormai entrambi erano ricchi.
E cosa aveva fatto con quei soldi? Aveva aperto una locanda. Pareva che fosse sempre stato un suo sogno. Cadsuane aveva appreso molto tempo fa a non mettere mai in discussione le strane propensioni della gente con troppo tempo libero.
«Che notizie della città , Quillin?» chiese, facendo scivolare un borsellino di monete lungo il tavolo verso di lui.
«Comare, tu mi offendi» disse lui alzando le mani. «Non potrei prendere i tuoi soldi!»
Lei sollevò un sopracciglio. «Ho poca pazienza per i giochetti oggi, mastro Tasil. Se non li vuoi tu, allora dalli ai poveri. Solo la Luce sa quanti ce ne sono nella città in questi giorni.» Lui sospirò, ma con riluttanza si mise in tasca il borsellino. Forse era quello il motivo per cui la sua sala comune era spesso vuota: un locandiere che non si curava del denaro era una strana bestia. Molti uomini comuni avrebbero trovato Quillin sconcertante quanto quel pavimento immacolato e le decorazioni raffinate.
Quillin, però, era un’ottima fonte di informazioni. Sua moglie condivideva le sue chiacchiere con lui. Con la sua faccia, era ovvio che lui sapesse che era Aes Sedai. Namine, la sua figlia maggiore, era andata alla Forre Bianca, scegliendo infine la Marrone e stabilendosi nella biblioteca lì. Una bibliotecaria domanese non era nulla di straordinario: la biblioteca Ternana, a Bandar Eban, era una delle più grandi al mondo. Comunque, la comprensione noncurante eppure acuta degli accadimenti attuali di Namine aveva incuriosito Cadsuane a sufficienza da seguire quella connessione, sperando di scoprire dei genitori in posizioni privilegiate. Legami come una figlia nella Torre Bianca spesso rendevano la gente amichevole verso le altre Aes Sedai. Questo l’aveva condotta da Quillin. Cadsuane non si fidava del tutto dell’uomo, ma provava affetto nei suoi confronti.