Scorrete lacrime, disse il poliziotto [=Episodio temporale / Flow My Tears, the Policeman Said - it]
- Автор: Дик Филип Кайндред
- Год: 1998
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- ISBN: 8804449365
- Переводчик: Vittorio Curtoni
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Scorrete lacrime, disse il poliziotto [=Episodio temporale / Flow My Tears, the Policeman Said - it]». Краткое содержание книги:
Jason capiva. Annuì.
— Anche di uomini come te — disse Kathy. — Uomini che sono più magnetici di lui. Nemmeno voi potete strapparmi da Jack.
— Ma io non voglio farlo. — Gli parve una buona idea chiarire quel punto.
— Sì. Sì che vuoi. È una competizione.
— Per me — disse lui, — tu sei solo una ragazzina in una stanzetta di un piccolo edificio. Per me, l’intero mondo è mio, con tutti quelli che ci vivono.
— Non se ti trovi in un campo di lavori forzati.
Dovette darle ragione. Kathy aveva l’irritante abitudine di far sparare a salve le armi della retorica.
— Adesso cominci a capire, vero? — chiese lei. — Di me e di Jack, e del perché posso venire a letto con te senza fare un torto a Jack. Sono andata a letto con David quando eravamo al Morningside, ma Jack ha capito. Sapeva che dovevo farlo. Tu avresti capito?
— Se eri dissociata…
— No, non per quello. Perché era destino andare a letto con Mickey Quinn. Bisognava farlo. Io stavo svolgendo il mio ruolo cosmico. È chiaro?
— Okay — rispose lui dolcemente.
— Credo di essere ubriaca. — Kathy guardò il suo Screwdriver. — Hai ragione, è troppo presto per bere uno di questi. — Mise giù il bicchiere mezzo vuoto. — Jack ha capito. O comunque ha detto di avere capito. Avrebbe potuto mentire? Per non perdermi? Perché se avessi dovuto scegliere tra lui e Mickey Quinn… — Una pausa. — Ma ho scelto Jack. Lo sceglierei sempre. Però ho dovuto andare a letto lo stesso con David. Volevo dire, con Mickey Quinn.
“Mi trovo coinvolto in questa situazione con una creatura complicata, affetta da problemi molto bizzarri” si disse Jason Taverner. “Conciata male come Heather Hart. Anzi, peggio. L’essere umano più disturbato che io abbia incontrato in quarantadue anni. Ma come faccio a liberarmene senza che McNulty ne sappia qualcosa? Cristo. Magari non me ne libererò mai. Magari lei continuerà a giocare con me finché non si sentirà annoiata, poi chiamerà i pol. E io resterò fregato.”
— Tu pensi che ti denuncerò, dopo che sarai venuto a letto con me — disse Kathy.
Non voleva ancora arrivare a quel punto. Però l’ipotesi, in linea generale, era proprio quella. Quindi, scegliendo le parole con cautela, lui le rispose: — Credo che tu, con questo tuo modo di fare sincero, innocente, da diciannovenne, abbia imparato a usare la gente. Il che mi pare orribile. E quando hai cominciato, non riesci più fermarti. Non ti rendi nemmeno conto di farlo.
— Non ti consegnerei mai ai pol. Io ti amo.
— Mi conosci da cinque ore. Anzi, nemmeno.
— Ma capisco sempre quando m’innamoro. — Il tono e l’espressione di Kathy erano decisi. E solenni.
— Non sai nemmeno di preciso chi io sia!
Lei disse: — Non so mai chi sia chiunque.
Su questo, evidentemente, non c’era da discutere. Così Jason tentò un altro approccio. — Senti, tu sei una strana combinazione di innocente romantica e… — Si interruppe. Gli era venuto in mente il termine “traditrice”, ma lo scartò subito. — … E di sottile manipolatrice. Una che sa fare i suoi calcoli. — “Sei” pensò “una prostituta mentale. Perché è la tua mente a prostituirsi. Anche se non lo ammetteresti mai. E, se lo ammettessi, sosterresti di esserci stata costretta. Già, costretta, ma da chi? Da Jack? Da David? No, da te stessa. Perché vuoi avere due uomini contemporaneamente, e ci riesci.
“Povero Jack” pensò. “Povero stronzo. Te ne stai a spalare merda in un campo di lavori forzati in Alaska e aspetti che questo relitto umano dai percorsi cerebrali tanto contorti ti salvi.”
Quella sera, senza convinzione, cenò con Kathy in una specie di ristorante italiano, a un isolato di distanza dal monolocale. A quanto pareva, lei conosceva il proprietario e i camerieri, anche se molto superficialmente; comunque, loro la salutarono e lei rispose con aria assente, come se li avesse uditi appena. O come se avesse solo una consapevolezza approssimativa di dove si trovasse.
“Ragazzina” si chiese, “a cosa stai pensando realmente?” — Le lasagne sono ottime — disse Kathy, senza guardare il menu. Adesso pareva lontanissima. Si stava allontanando sempre di più, attimo dopo attimo. Jason intuì che era prossima a una crisi. Ma non conosceva Kathy a sufficienza; non sapeva in quale modo si sarebbe manifestata. E quell’idea non gli piaceva.
— Quando ti viene una crisi — chiese improvvisamente, nel tentativo di coglierla alla sprovvista, — cosa fai?
— Oh… — La voce di lei era incolore. — Mi butto sul pavimento e urlo. Oppure tiro calci. A chiunque tenti di fermarmi. A chi interferisce con la mia libertà.
— Credi di volerlo fare adesso?
Lei alzò la testa. — Sì. — Il suo viso, notò Jason, era diventato una maschera dai tratti distorti. Ma gli occhi restavano perfettamente asciutti. Quella volta non ci sarebbero state lacrime. — Non ho preso le mie medicine: venti milligrammi di Actozine al giorno.
— Perché? — Non le prendevano mai. Jason aveva notato quel comportamento molte volte.
— Mi annebbiano la mente. — Kathy si toccò il naso con l’indice, come impegnata in un complesso rituale che doveva essere eseguito in modo assolutamente perfetto.
— Ma se ti…
Lei lo interruppe in modo secco. — Non possono combinare casini con la mia mente. Non permetto a nessuno psicofarmaco di agire su di me. Lo sai cos’è uno psicofarmaco?
— L’hai appena detto tu. — Jason rispose in tono calmo e pacato, mantenendo la concentrazione su di lei. Come se stesse cercando di trattenerla lì, di non far disgregare la sua mente.
Arrivò il cibo. Era disgustoso.
— Non è meravigliosamente italiano? — chiese Kathy, arrotolando gli spaghetti sulla forchetta con maestria.
— Sì — rispose lui senza convinzione.
— Tu pensi che stia per venirmi una crisi. E non vuoi restarne coinvolto.
— Esatto.
— Allora vattene.
— Tu… — Jason esitò. — Tu mi piaci. Voglio assicurarmi che non ti succeda niente di male. — Una bugia benevola, del tipo che lui approvava. Gli sembrava meglio che dire: “Se me ne vado di qui, tra venti secondi tu telefonerai a McNulty”. Il che, in effetti, era esattamente la situazione in cui si trovava.
— Andrà tutto bene. Mi porteranno a casa. — Con un cenno vago della mano, Kathy indicò all’intorno i clienti, i camerieri, la cassiera. Il cuoco che sudava nella cucina surriscaldata e poco ventilata. Un ubriaco al banco, che giocherellava con il bicchiere di birra Olympia.
Jason, dopo un puntuale calcolo mentale, ragionevolmente certo di fare la cosa giusta disse: — Tu non ti assumi mai delle responsabilità.
— Per chi? Non mi assumo responsabilità per la tua vita. Se è questo che intendi. È compito tuo. Non scaricarlo sulle mie spalle.
— Responsabilità — disse lui — per le conseguenze che i tuoi atti avranno su altri. Da un punto di vista etico, tu vai alla deriva. Stabilisci un contatto qui, uno là, poi torni in immersione. Come se nulla fosse successo. E lasci che siano gli altri a dover rimettere insieme i pezzi.