Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)
- Автор: Вазари Джорджо
- Язык: итальянский
- Жанр: Картины, альбомы, иллюстрированные каталоги
Электронная книга - «Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)». Краткое содержание книги:
Era già cresciuta la fabbrica tanto alto, che era uno sconcio grandissimo, salito che uno vi era, inanzi si venisse in terra; e molto tempo perdevano i maestri nello andare a desinare e bere, e gran disagio per il caldo del giorno pativano. Fu adunque trovato da Filippo ordine che si aprissero osterie nella cupola con le cucine, e vi si vendesse il vino, e così nessuno si partiva del lavoro se non la sera. Il che fu a loro commodità, et all'opera utilità grandissima. Era sì cresciuto l'animo a Filippo, vedendo l'opera camminar forte, e riuscire con felicità, che di continuo si affaticava; et egli stesso andava alle fornaci dove si spianavano i mattoni, e voleva vedere la terra, et impastarla, e cotti che erano, gli voleva scerre di sua mano con somma diligenza. E nelle pietre a gli scarpellini guardava se vi era peli dentro, se eran dure, e dava loro i modelli delle ugnature e commettiture di legname e di cera, così fatti di rape; e similmente faceva de' ferramenti ai fabbri. E trovò il modo de' gangheri col capo e degli arpioni, e facilitò molto l'architettura, la quale certamente per lui si ridusse a quella perfezzione che forse ella non fu mai appresso i Toscani.
Era l'anno 1423 Firenze in quella felicità et allegrezza che poteva essere, quando Filippo fu tratto per il quartiere di San Giovanni, per maggio e giugno, de' Signori, essendo tratto per il quartiere di Santa Croce gonfaloniere di giustizia Lapo Niccolini. E se si truova registrato nel priorista Filippo di Ser Brunellesco Lippi, niuno se ne dee maravigliare, perché fu così chiamato da Lippo suo avolo, e non de' Lapi come si doveva, la qual cosa si vede nel detto priorista che fu usata in infiniti altri, come ben sa chi l'ha veduto o sa l'uso di que' tempi. Esercitò Filippo quell'uffizio e così altri magistrati ch'ebbe nella nostra città, ne' quali con un giudizio gravissimo sempre si governò. Restava a Filippo, vedendo già cominciare a chiudere le due volte verso l'occhio dove aveva a cominciare la lanterna (se bene egli aveva fatto a Roma et in Fiorenza più modelli di terra e di legno, dell'uno e dell'altro, che non s'erono veduti) a risolversi finalmente quale e' volesse mettere in opera. Per il che, deliberatosi a terminare il ballatoio, ne fece diversi disegni, che nell'opera rimasono dopo la morte sua; i quali dalla trascuratagine di que' ministri sono oggi smarriti. Et a' tempi nostri, perché si finisse, si fece un pezzo dell'una dell'otto facce: ma perché disuniva da quell'ordine, per consiglio di Michelagnolo Bonarroti, fu dismesso e non seguitato. Fece anco di sua mano Filippo un modello della lanterna, a otto facce, misurato alla proporzione della cupola, che nel vero, per invenzione e varietà et ornato, riuscì molto bello; vi fece la scala da salire alla palla, che era cosa divina, ma perché aveva turato Filippo, con un poco di legno commesso, di sotto dove s'entra, nessuno, se non egli, sapeva la salita. Et ancora che e' fusse lodato et avesse già abbattuto l'invidia e l'arroganza di molti, non poté però tenere, nella veduta di questo modello, che tutti i maestri che erano in Fiorenza non si mettessero a farne in diversi modi; e fino a una donna di casa Gaddi ardì concorrere in giudizio con quello che aveva fatto Filippo. Egli nientedimeno tuttavia si rideva della altrui prosunzione, e fugli detto da molti amici suoi che e' non dovesse mostrare il modello suo a nessuno artefice, acciò che eglino da quello non imparassero. Et esso rispondeva loro che non era se non un solo il vero modello, e gli altri erano vani. Alcuni altri maestri avevano nel loro modello posto delle parti di quel di Filippo, ai quali, nel vederlo, Filippo diceva: "Questo altro modello che costui farà, sarà il mio proprio". Era da tutti infinitamente lodato, ma solo non ci vedendo la salita per ire alla palla, apponevano che fusse difettoso. Conclusero nondimeno gl'Operai di fargli allogazione di detta opera con patto però che mostrasse loro la salita; per il che Filippo, levato nel modello quel poco di legno che era da basso, mostrò in un pilastro la salita che al presente si vede in forma di una cerbotana vota; e da una banda un canale con staffe di bronzo, dove l'un piede e poi l'altro ponendo, s'ascende in alto. E perché non ebbe tempo di vita, per la vecchiezza, di potere tal lanterna veder finita, lasciò per testamento che tal come stava il modello murata fusse, e come aveva posto in iscritto; altrimenti protestava che la fabbrica ruinerebbe essendo volta in quarto acuto, che aveva bisogno che il peso la caricasse, per farla più forte. Il quale edifizio non poté egli innanzi la morte sua vedere finito, ma sì bene tiratone su parecchie braccia. Fece bene lavorare e condurre quasi tutti i marmi che vi andavano, de' quali, nel vederli condotti, i popoli stupivano che fusse possibile che egli volesse che tanto peso andasse sopra quella volta. Et era opinione di molti ingegnosi che ella non fusse per reggere, e pareva loro una gran ventura che egli l'avesse condotta in sin quivi, e che egli era un tentare Dio a caricarla sì forte. Filippo sempre se ne rise, e preparate tutte le machine e tutti gli ordigni che avevano a servire a murarla, non perse mai tempo con la mente, di antivedere, preparare e provedere a tutte le minuterie, in fino che non si scantonassino i marmi lavorati nel tirarli su; tanto che e' si murarono tutti gli archi de' tabernacoli co' castelli di legname, e del resto, come si disse, v'erano scritture e modelli. La quale opera quanto sia bella, ella medesima ne fa fede, per essere d'altezza dal piano di terra a quello della lanterna, braccia 154, e tutto il tempio della lanterna braccia 36, la palla di rame braccia 4, la croce braccia otto, in tutto braccia 202. E si può dir certo che gli antichi non andorono mai tanto alto con le lor fabbriche, né si messono a un risico tanto grande che eglino volessino combattere col cielo; come par veramente che ella combatta: veggendosi ella estollere in tant'altezza, che i monti intorno a Fiorenza paiono simili a lei. E, nel vero, pare che il cielo ne abbia invidia, poi che di continuo le saette tutto il giorno la percuotono.
Fece Filippo, mentre che questa opera si lavorava, molte altre fabbriche le quali per ordine qui disotto narreremo.
Fece di sua mano il modello del capitolo in Santa Croce di Fiorenza, per la famiglia de' Pazzi, cosa varia e molto bella; e 'l modello della casa de' Busini per abitazione di due famiglie; e similmente il modello della casa e della loggia degli'Innocenti, la volta della quale senza armadura fu condotta: modo che ancora oggi si osserva per ognuno. Dicesi che Filippo fu condotto a Milano per fare al duca Filippo Maria il modello d'una fortezza, e che a Francesco della Luna, amicissimo suo, lasciò la cura di questa fabbrica degli Innocenti. Il quale Francesco fece il ricignimento d'uno architrave che corre a basso, di sopra, il quale secondo l'architettura è falso: onde tornato Filippo e sgridatolo, perché tal cosa avesse fatto, rispose averlo cavato dal tempio di San Giovanni che è antico. Disse Filippo: "Un error solo è in quello edifizio, e tu l'hai messo in opera". Stette il modello di questo edifizio, di mano di Filippo, molti anni nell'Arte di Por Santa Maria, tenutone molto conto per un restante della fabbrica che si aveva a finire: oggi è smarritosi. Fece il modello della Badia de' canonici Regolari di Fiesole, a Cosimo de' Medici, la quale è molto ornata architettura, commoda et allegra et insomma veramente magnifica. La chiesa, le cui volte sono a botte, è sfogata, e la sagrestia ha i suoi commodi, sì come ha tutto il resto del monasterio. E quello che importa è da considerare che dovendo egli nella scesa di quel monte mettere quello edifizio in piano, si servì con molto giudizio del basso, facendovi cantine, lavatoi, forni, stalle, cucine, stanze per legne et altre tante commodità che non è possibile veder meglio; e così mise in piano la pianta dell'edifizio. Onde potette a un pari fare poi le logge, il reffettorio, l'infermeria, il noviziato, il dormentorio, la libreria e l'altre stanze principali d'un monasterio. Il che tutto fece a sue spese il Magnifico Cosimo de' Medici, sì per la pietà che sempre in tutte le cose ebbe verso la religione cristiana, e sì per l'affezzione che portava a don Timoteo da Verona, eccellentissimo predicator di quell'ordine, la cui conversazione per meglio poter godere, fece anco molte stanze per sé proprio in quel monasterio, e vi abitava a suo commodo. Spese Cosimo in questo edifizio, come si vede in una inscrizzione, centomila scudi.