L'ascesa dell'Ombra
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #4
- Язык: итальянский
- Переводчик: Valeria Ciocci
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «L'ascesa dell'Ombra». Краткое содержание книги:
Rand si voltò per guardare le alte colonne sottili che rilucevano così vicine. «Il dovere è più pesante di una montagna» sospirò.
Era parte di un proverbio che aveva imparato nelle Marche di Confine. «La morte è più leggera di una piuma, il dovere è più pesante di una montagna.» A Mat sembrava un’autentica idiozia, ma Rand si stava alzando. Mat lo imitò con riluttanza. «Cosa credi che troveremo lì?»
«Credo che da qui debba proseguire da solo» rispose lentamente Rand.
«Che vuoi dire?» domandò Mat. «In fondo sono venuto fin qui, no? Non me ne andrò adesso.» Ma quanto mi piacerebbe! pensò.
«Non è questo, Mat. Se entri là dentro, o ne esci che sei un capo clan, o muori. O forse impazzisci. Non credo che ci siano altre scelte. A meno che non siano le Sapienti a entrarvi.»
Mat esitò. Morire e vivere nuovamente. Questo era quanto gli avevano detto. Ma non aveva alcuna intenzione di provare a essere un capo clan Aiel; questi probabilmente lo avrebbero trafitto con le lance. «Lo lasceremo alla fortuna» rispose, estraendo dalla tasca il marco di Tar Valon. «Sta diventando la mia moneta fortunata. Fiamma, entro con te; testa, resto fuori.» Lanciò velocemente la moneta, prima che Rand potesse obiettare.
Per un qualche motivo non riuscì a riprenderla; il marco batté sulle dita di Mat, cadde in terra, rimbalzò due volte... e ricadde lungo il bordo.
Mat fissò Rand con sguardo accusatore. «Fai questo tipo di cose di proposito? Non riesci a controllarti?»
«No.» La moneta cadde, mostrando un volto di donna dall’età indefinita, circondato da stelle. «Sembra che resterai qua fuori, Mat.»
«Sei stato tu a...?» Desiderava che Rand non incanalasse nelle sue vicinanze. «Oh, che io sia folgorato, se vuoi che resti qui, lo farò.» Afferrando la moneta, la ripose nuovamente in tasca. «Ascolta, adesso entri, qualsiasi cosa tu debba fare, e poi vieni fuori. Voglio lasciare questo posto e non ho intenzione di rimanere qui in piedi per sempre girandomi i pollici in tua attesa. Non pensare che ti seguirò, per cui sii prudente.»
«Non penserei una simile cosa di te, Mat» rispose Rand.
Mat lo fissò sospettoso. Perché sorrideva? «Basta che hai capito che non lo farò. Aaah, vai avanti e diventa un maledetto capo clan Aiel. Hai la faccia per farlo.»
«Non entrare là dentro, Mat. Qualsiasi cosa accada, non farlo.» Attese che Mat annuisse prima di voltarsi.
Mat rimase in piedi a guardarlo che camminava fra le colonne lucenti. Nel bagliore semovente sembrò svanire quasi immediatamente. Uno scherzo dell’occhio, si disse Mat. Ecco cos’era. Un maledetto scherzo visivo.
Si incamminò fra la schiera di oggetti tenendosene bene alla larga, nel tentativo di scorgere Rand. «Fai attenzione a cosa cavolo farai» gridò. «Lasciami da solo nel deserto con Moiraine e i maledetti Aiel e ti strangolerò, Drago Rinato o no!» Dopo un minuto aggiunse: «Non verrò a cercarti là dentro se ti cacci in qualche guaio! Mi hai sentito?» Non giunse risposta. Se non riesce entro un’ora...
«È pazzo semplicemente a entrarci» mormorò. «Be’, non sarò io a togliergli le patate dal fuoco. È lui quello che può incanalare. Se infila la testa in un nido di calabroni, può benissimo trovare la maledetta via d’uscita incanalando.» Gli do un’ora, pensò. Poi sarebbe andato via, che Rand fosse tornato o no. Si sarebbe semplicemente voltato e via. Solo andare. Questo avrebbe fatto. Lo avrebbe fatto davvero.
Il modo in cui quelle sottili aste di vetro coglievano la luce bluastra, rifrangendola e riflettendola, faceva venire il mal di testa al solo guardarle. Si voltò altrove, ritornando indietro da dove era venuto, scrutando a disagio i ter’angreal — o qualunque cosa fossero — che riempivano la piazza. Cosa ci stava facendo lui in quel posto? E perché?
Di colpo si immobilizzò, fissando uno di quegli strani oggetti. Una larga soglia di granito rosso, ritorta in uno strano modo che non riusciva a cogliere bene, perché l’occhio sembrava scivolare nel tentativo di seguirne il bordo. Lentamente si avvicinò, fra spirali brillanti e sfaccettate alte come lui e basse cornici dorate che circondavano qualcosa che sembrava essere una lamina di vetro, notandole a malapena, senza mai distogliere lo sguardo dalla soglia.
Era uguale all’altra. La stessa pietra lucida, la stessa dimensione, gli stessi angoli che si distorcevano alla vista. Su ogni lato c’erano file di triangoli che puntavano verso il basso. C’erano anche su quella di Tear? Non riusciva a ricordarselo; l’ultima volta non aveva cercato di fissare tutti i dettagli. Era la stessa; doveva esserlo. Forse non poteva attraversare nuovamente l’altra, ma questa...? Una nuova opportunità di raggiungere le creature rettili, farle rispondere a qualche altra domanda.
Strizzando gli occhi contro il bagliore, guardò di nuovo verso le colonne. Aveva dato a Rand un’ora. In un’ora poteva attraversare questa cosa e tornare con ancora tempo a disposizione. Forse non avrebbe nemmeno funzionato per lui, visto che aveva usato la gemella. Sono la stessa cosa, si disse. Forse invece avrebbe funzionato. Significava semplicemente avere a che fare ancora una volta con il Potere.
«Luce» mormorò. «Ter’angreal. Pietre Portali. Rhuidean. Che differenza può fare un altro tentativo?»
Vi passò attraverso. Attraverso un muro di bianca luce accecante e un boato così vasto che annientò ogni suono.
Battendo le palpebre si guardò intorno e represse la peggiore imprecazione che conosceva. Ovunque si trovasse, non era lo stesso posto dell’altra volta.
La soglia ritorta si trovava al centro di una enorme camera che sembrava essere a forma di stella, per quanto riusciva a vederla attraverso la foresta di grosse colonne, ognuna profondamente scanalata con otto coste, i margini affilati color giallo e leggermente rilucenti. Nere e lucide se non per le parti che risplendevano, si elevavano da un pavimento bianco e opaco verso un’oscurità tetra molto in alto, dove svanivano anche le strisce gialle. Le colonne e il pavimento sembravano di vetro, ma quando si inchinò per passare una mano sul suolo, ebbe la sensazione della pietra. Impolverata. Si pulì la mano sulla giubba. L’aria odorava di muffa e le sue impronte erano gli unici segni nella polvere. Nessuno si era trovato in questo posto da molto tempo.
Deluso, sì voltò verso il ter’angreal.
«È trascorso molto tempo.»
Mat si voltò di colpo, scartando verso la manica alla ricerca di un pugnale che aveva lasciato sulla montagna. L’uomo in piedi fra le colonne non assomigliava affatto alle creature rettili. Mat si pentì di aver lasciato anche quelle ultime due lame alle Sapienti.
Il tizio era alto, più alto degli Aiel, e nerboruto, ma con le spalle troppo ampie per quella vita stretta, e la pelle bianca come la migliore carta. Fasce di cuoio chiare borchiate d’argento si incrociavano sulle braccia e il torso nudi, e sulle ginocchia gli scendeva un gonnellino nero. Gli occhi erano troppo grandi e quasi incolore, profondi in un volto dalla mascella fine. I capelli corti e rossicci erano tagliati a spazzola, le orecchie, piatte contro il capo, avevano un accenno di punta. Si inchinò verso Mat inspirando, aprendo la bocca per trarre più aria, mostrando denti affilati. Dava l’impressione di una volpe pronta a balzare su una gallina stretta in un angolo.
«Molto tempo» proseguì, tirandosi su. La voce era raschiante, quasi un ruggito. «Ti attieni ai trattati e agli accordi? Hai con te del ferro, strumenti musicali o congegni per fare luce?»
«Non ho nessuna di queste cose» rispose lentamente Mat. Non era lo stesso posto, ma questo tipo gli rivolgeva le stesse domande. E si comportava allo stesso modo, annusandolo continuamente. Frugando fra le mie maledette esperienze, vero? Be’, che lo faccia pure. Forse ne libererà qualcuna in modo che anche io possa rammentare, si disse. Si chiese se stesse nuovamente parlando la lingua antica. Era spiacevole non sapere, non essere in grado di dire nulla. «Se puoi portarmi dove posso ottenere alcune risposte, accompagnami. Se non puoi, me ne andrò, con le mie scuse per averti disturbato.»