Il mangiatore d'anime [The Soul Eater - it]
- Автор: Резник Майкл (Майк) Даймонд
- Год: 1984
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Beata Della Frattina
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Il mangiatore d'anime [The Soul Eater - it]». Краткое содержание книги:
— Bene — commentò Lane, — valeva la pena di aspettare tanti anni?
— Magnifico! — bisbigliò il Marinaio. — È come ero certo che fosse.
— Vediamo se riesco a smuoverlo, per vedere come reagisce.
Sparò un colpo con l’implosore molecolare della nave, ma non ottenne il minimo effetto, non ci fu alcuna reazione.
— Accidenti — borbottò Lane. — Quella bestia non ha molecole.
Di tanto in tanto provava ancora l’impulso di fuggire, però adesso riusciva più facilmente a dominarsi perché l’essere spaziale si allontanava lentamente andando alla deriva.
— Cosa sta facendo, Lane? — chiese il Marinaio.
— Cosa diavolo ne so? Forse ci sta studiando come noi facciamo con lui. È bellissimo.
Lo guardarono sullo schermo e pochi istanti dopo videro che smetteva di lasciarsi andare alla deriva e avanzava nella loro direzione.
— Abbiamo due alternative — disse allora Lane con voluta freddezza. — Possiamo correre o vedere se il vibratore riesce a tenerlo a distanza.
— Scappiamo — disse il Vecchio.
Anche Lane era dello stesso parere e dovette fare ancora uno sforzo per resistere all’impulso. La paura era una sensazione nuova per lui, una sensazione che lo turbava, e decise che l’unico modo per vincerla era affrontarla.
Non pensava all’essere che si stava avvicinando: la sua unica preoccupazione era di sconfiggere il demonio segreto che d’improvviso aveva sciolto le catene nel suo animo.
Posò la mano sul vibratore — una versione in grande dello stridente a frequenza radio — e sparò un colpo contro l’essere spaziale.
Allora repentinamente si scatenò l’inferno.
Lane e il Marinaio urlarono contemporaneamente. Il vecchio si accasciò, Lane riuscì a mantenere l’equilibrio se non i sensi. La paura era scomparsa, rimpiazzata da un’altra sensazione, strana, aliena, dolorosa, che minacciava di frantumare la sua coscienza.
Fu solo l’istinto a fargli mantenere il vibratore puntato sull’essere e a riportare la nave nella nuvola cosmica. Poi Lane rimase ritto, attonito, per dieci minuti buoni prima di riuscire a riprendersi.
Guardò lo schermo ma vide solo polvere. I sensori dapprima non rilevarono niente, ma dopo un po’ captarono un oggetto che si allontanava alla velocità della luce.
— Svegliati, Marinaio — disse Lane avvicinandosi al vecchio e scrollandolo.
L’altro rimase muto e immobile.
Chinò la testa ad auscultargli il cuore. Non batteva. Gli sollevò le palpebre. Le pupille non reagivano alla luce. Non c’era polso, né respiro.
— Be’, almento l’hai visto, prima di morire — disse Lane. Si caricò in spalla il cadavere e lo andò a deporre nel compartimento stagno. Pochi attimi dopo i resti del Marinaio fluttuavano nello spazio.
Lane scrollò la testa ancora imbambolato per quello che gli era successo, poi tornò ai comandi e preparò i dati per due rotte, una diretta a Punto Nord, l’altra per inseguire la creatura. Rimase a lungo indeciso ma fini con l’inserire nel computer la rotta per Punto Nord, mentre nel profondo del suo intimo urlava una vocetta offesa e addolorata.
7
— Impossibile! — disse Tchaka.
— Perché? — chiese Lane. — Perché non ne hai mai visto uno?
— Perché nessuno l’ha mai visto.
Sedevano, con un bicchiere in mano, nel negozio di carte e mappe di Tchaka, che aveva le pareti coperte da mappe di Punto Nord e del suo sistema solare, della galassia, di molti mondi, alcuni noti altri in parte ancora sconosciuti, la cui descrizione era affidata alla fantasia del cartografo. Uno scaffale diviso in riquadri era pieno, fila su fila, di mappe e carte arrotolate, e inoltre c’erano capaci librerie e antiche mappe incorniciate. Dal soffitto pendeva un enorme, elaboratissimo lampadario con centinaia di riproduzioni topografiche di località terrestri e di altri pianeti abitati dall’uomo. Qua e là, infine, erano disposti artisticamente globi di svariate dimensioni, alcuni di metallo, altri piccoli e scintillanti come l’occhio di Tchaka, e alcuni fatti di materiali sconosciuti che Lane non aveva mai visto.
— Be’, noi adesso sappiamo che l’empatia esiste — disse Lane.
— Nessuno ha mai saputo che si potesse trasmettere — obiettò Tchaka. — Le razze a noi note che ne sono dotate possono solo ricevere.
— Be’ allora forse empatia non è il termine giusto. Ma ti assicuro, Tchaka, che quella maledetta cosa emette i suoi impulsi emotivi. Tutte le volte che mi ci sono avvicinato troppo avevo tanta paura che tremavo.
— Anch’io avrei avuto paura — disse Tchaka. — E con questo?
— Accidenti, ma non vuoi proprio capire! Ti dico che non avevo mai provato quella sensazione in vita mia.
— Se è per questo, non avevi neanche mai visto prima la Bestia dei Sogni.
— Questo non c’entra per niente. Diavolo, quando dò la caccia ai Finti Tuffatori mi servo di me stesso come esca in un oceano dove la visibilità è pressoché nulla. E non provo paura. Più di una volta sono stato assalito da animali su mondi sconosciuti, senza che nessuno mi potesse aiutare, e neanche allora ho avuto paura. E invece ero spaventato a morte pur trovandomi al sicuro a bordo, con armi a disposizione. Tremavo come una foglia.
— Non tutti si spaventano per le stesse cose — sentenziò Tchaka.
— Non ero io in realtà ad aver paura — spiegò Lane, — ma ero io a spaventare quell’essere che mi trasmise la sua paura, capisci? Quando si allontanava, la tensione si allentava, sia da parte sua sia, di riflesso, da parte mia.
— Secondo me, Nicobar — disse Tchaka grattandosi distrattamente l’occhio finto, — questa è la spiegazione più complicata per giustificare la propria paura che abbia mai sentito.
— Grazie — commentò asciutto Lane.
— Non c’è di che, sempre a disposizione di un cliente che paga… Ma, a proposito, non hai provato dolore quando gli hai sparato? Perché gli hai sparato, vero?
— Con un vibratore.
— E allora come mai sei qui? -esclamò trionfante Tchaka. — Se la tua teoria è giusta avresti dovuto morire nello stesso istante in cui il raggio ha colpito la bestia.
— La mia teoria regge — insisté Lane. — Non credo che lo Spazzastelle o Mortifero o come diavolo vuoi chiamarlo provi dolore, almeno non come lo proviamo io e te. Ripensandoci, credo che non ci sia poi da meravigliarsi. Perché un essere fatto di pura energia dovrebbe provare la sensazione del dolore?
— Dunque non lo si può uccidere?
— Non ho detto questo. Ci si può riuscire con un vibratore.
— Ma mi pareva che avessi detto…
— Che non ha provato dolore, il che è ben diverso dal dire che non lo si può uccidere.
— A me non pare.
— Gli ho sparato col cannone laser e con l’implosore molecolare, senza ottenere alcun effetto. Invece col vibratore ho ottenuto una reazione.
— Ma non di dolore.
— No.
— E allora che tipo di reazione era?
— Complessa, strana da capirsi e troppo vaga, ma l’impressione predominante che ne ho riportato è di rimpianto, un profondo rimpianto misto a paura dell’ignoto.
— Piuttosto generico — osservò Tchaka.
— No, era una sensazione specifica. Paura dell’ignoto inteso come morte.