Nel cuore della cometa [The Heart of the Comet - it]
- Автор: Бенфорд Грегори, Брин Дэвид
- Год: 1987
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0182-2
- Переводчик: Сандро Сандрелли
- Жанр: Космическая фантастика
Электронная книга - «Nel cuore della cometa [The Heart of the Comet - it]». Краткое содержание книги:
Saul sbatté le palpebre. L'ultima volta che aveva visto Ould-Harrad era stato durante il Grande Esodo, con la bianca cotta della sua tuta spaziale che recava al centro un'esplosione stellare, mentre guidava gli esuli archisti durante il loro viaggio, e Quiverian e la sua banda coprivano la retroguardia. Durante la breve visita che Saul aveva fatto successivamente agli antipodi, le loro strade non si erano mai incrociate. Comunque, ricordava ciò che Ould-Harrad aveva detto, tanto tempo addietro, nel suo laboratorio a bordo della Edmund:
— Colui che Allah sceglie di toccare, reca i solchi delle impronte di quelle dita, per sempre…
— Molto bene, Suleiman — annuì Saul. — Vedo che le lontre se la cavano bene.
Ould-Harrad abbassò lo sguardo sulle due creature. La sua mano accarezzò delicatamente la loro lucida pelliccia, geneticamente adattata per vivere in quei corridoi ghiacciati invece che nella schiuma salata del mare.
— Ancora una volta hai dimostrato come mi sbagliassi su di te, Saul Lintz, giacché il ruolo che hai avuto nel generare queste creature non può essere stato malvagio.
Saul non poté farne a meno: sentì un'ondata di sollievo alle parole di Ould-Harrad, come se fosse proprio quella la cosa che l'aveva preoccupato, e quell'uomo avesse realmente il potere di assolverlo. È molto in gamba con questo shtick della profezia commentò dentro di sé.
— Joao te le ha prestate per questo tuo viaggio a nord?
Gli occhi di Ould-Harrad parvero lampeggiare.
— Non sono più sue, da prestare. Questa è una delle ragione per le quali ti ho cercato. Per dirti che ci sono soltanto tre scimmie, giù agli antipodi del sud, per stanare i purpurei e proteggere la gente mentre dorme. Devi sostituire queste lontre.
— Oh? Dove le stai portando?
— Meriti di saperlo. — Ould-Harrad fece una pausa, con un'espressione remota nello sguardo. — Per anni sono uscito in superficie a meditare sotto le stelle, come hanno fatto i mistici da tempo immemorabile, pregando e sperando in un segno. Ho scoperto che hanno un effetto ipnotico, quelle luci sfavillanti nelle tenebre. Dopo lungo tempo mi è parso… in verità ho cominciato a sentire la voce di Dio.
«Ma non poteva essere.
— Perché no? — chiese Saul, incuriosito.
La voce di Ould-Harrad era colma di dolore. — Perché tutto quello che giungeva a me erano risate.
Saul seppe che questa era qualcosa di più d'una pura pazzia. Poteva quasi sentire l'intensità del tormento nell'anima di quell'uomo. — Credo di capire — replicò con calma. Non aggiunse che non vedeva niente di assurdo in quell'esperienza. Chi ha detto che il Creatore debba essere sobrio? L'universo è stato creato per ridere, altrimenti dobbiamo piangere. Ould-Harrad annuì. Per un lungo istante non ci furono parole. Poi l'africano sollevò di nuovo gli occhi.
— E c'è un'altra cosa.
— Quale?
— Io… io non posso più essere complice delle macchinazioni di Quiverian e del suo equipaggio di banditi, loro…
— Gli archisti?
— Sì. — La barba fluttuò quando Ould-Harrad scosse la testa. La sua voce era appena udibile. — Le guerre che ci siamo portati dietro dalla Terra sono come la nebbia in estate, che si dissiperà e verrà dimenticata con l'imminente inverno. Ho finito per rendermi conto che le discussioni sul dove puntare questa grande lacrima ghiacciata sono completamente fuori centro…
— Dove andrai, allora?
Lo sguardo di Ould-Harrad si abbassò per un attimo sul pavimento. — Devo scendere giù… nel ghiaccio. Più in basso ancora di dove sia arrivato chiunque altro, salvo Ingersoll, il quale adesso viene chiamato il Vecchio Uomo delle Caverne, e quelle povere creature che l'hanno seguito. Vivrò di ciò che cresce lungo lo stesso cammino che essi percorrono. Provvederò ai loro bisogni spirituali, se li troverò ancora in vita. E rifletterò.
Saul annuì. Era ovvio che nell'ambito della visione del mondo di Ould-Harrad un eremitaggio aveva senso. Non fece nessuno sforzo per dissuaderlo. — Ti auguro fortuna. E saggezza.
Ould-Harrad annui. Abbassò lo sguardo sui suoi animali. — Comincio a comprendere un aspetto, almeno… questa cosa che predichi, questa simbiosi. A tutta prima non l'avevo capito, ma adesso…
Fece una pausa. — La tua opera non è uno strumento del male, Saul Lintz. E per questa ragione ti avverto: guardati da Quiverian. Sta macchinando qualcosa. Io lo so. Desidera in particolare far del male a te. E a Carl Osborn.
Saul non seppe cosa rispondere. — Sarò cauto.
— Cautela o non cautela… — Ould-Harrad scrollò le spalle. — Fare o non fare. Alla fine tutto avverrà secondo la volontà di Dio. Siamo impotenti a resistere.
Le lontre parvero percepire qualcosa, prima che Ould-Harrad si muovesse. Balzarono avanti e guizzarono via lungo il corridoio in penombra. Il mauritano si girò rigidamente e si allontanò.
Dà l'impressione di camminare, come sulla Luna o sulla Terra pensò Saul, guardando l'uomo che si allontanava. Mi chiedo quale sia la sua tecnica.
Girò su se stesso e tornò indietro, planando, verso la Caverna della Roccia Azzurra, riflettendo sugli effetti della sua gravità personale.
CARL
La tenebra pareva un peso solido, una mano enorme stretta intorno al ghiaccio grigio, crivellato. Erano mesi che Carl non saliva in alto, sopra la superficie, e l'arida desolazione del paesaggio lo colpì in pieno, riportando di colpo alla sua memoria i ricordi dei suoi anni trascorsi quando il vuoto silenzioso significava libertà, e agili movimenti, d'una grazia spontanea.
Le stelle luccicavano: i loro minuscoli fari traboccanti di rosa, azzurro mare e giallo incandescente brillavano come costanti promesse di un'altra vita, un regno colmo di vibranti sfumature, un luogo posto al di là di quella squallida pianura che il lento planare ellittico dell'orbita aveva svuotato d'ogni colore.
Adesso l'invadente oscurità significava che non c'era nulla fra quella distesa gelata e le stelle ammiccanti, nessun pianeta turbinante di nubi e di lampi, non era visibile neppure un asteroide vagabondo.
Adesso stavano viaggiando molto al di sotto del piano dell'eclittica, dieci volte più lontani dal disco dei pianeti di quanto lo fosse la Terra stessa dal Sole. Il sistema solare esterno era vasto al di là di ogni immaginazione. Carl guardò verso sud: virtualmente tutto il sistema solare era alle sue spalle. La debole radiosità del Sole, un millesimo di quella che riscaldava la Terra, non riusciva a suscitare i colori pieni che contrassegnavano il ghiaccio. Dovunque le pozze d'ombra inghiottivano i particolari; la maggior parte di Halley era un regno d'inchiostro.
— Cauto, adesso — gli trasmise Jeffers.
— Bene — rispose Carl automaticamente, la sua fantasticheria s'interruppe. Propulso dai getti verso il basso, atterrò vicino al suo amico. Insieme, avanzarono planando in direzione sud. Di solito, avrebbero cercato il cavo polare e avrebbero usato i jet, arrivando al polo Sud nel giro di pochi minuti. Ma quelli non erano tempi normali.
Aggirarono la collinetta di ghiaccio spruzzato d'arancione. Dei fusti vuoti erano ormeggiati con cavi sottili come ragnatele al coacervo dei rifiuti congelati, spazzatura rimasta a causa di qualche processo ormai vecchio di decenni e dimenticato. Jeffers sgusciò da un fusto all'altro, facendo attenzione a non esporsi sul lato rivolto a sud. Carl lo seguì. Ci voleva uno sforzo per rimanere sul ghiaccio, affondando con cautela le dita-tenaglia ad ogni lungo passo. Soffocò l'impulso a saltare, volare sopra quel paesaggio screziato.
Spirito spensierato pensò. Ecco cos'ero un tempo. Sfrecciavo qua e là tutto brio e vivacità. Carl Osborn, lo scavezzacollo dello spazio. Ma adesso… non ha più lo stesso sapore.