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Nel cuore della cometa [The Heart of the Comet - it]

Электронная книга - «Nel cuore della cometa [The Heart of the Comet - it]». Краткое содержание книги:

Ogni 76 anni ritorna uno dei più affascinanti e misteriosi visitatori che l’umanità ricordi: la Cometa di Halley. Il suo passaggio più recente è ancora fresco nella memoria, ma questo straordinario romanzo ci parla del prossimo appuntamento, e della spedizione di un gruppo di scienziati su Halley, non solo per scoprirne i misteri, ma per trasformarla in un luogo adatto alla vita. Tra meraviglie tecnologiche e sforzi sovrumani di adattamento, i segreti sepolti nel cuore della cometa (tutt’altro che priva di forme di vita) trasformano un immane progetto di colonizzazione in una spietata lotta per la sopravvivenza. Tuttavia, le minacce non vengono solo da un ambiente irriducibile, ma anche dagli stessi membri della spedizione, un complesso microcosmo che riproduce tensioni, conflitti e pregiudizi che hanno portato la Terra sull’orlo della catastrofe; ma soprattutto c’è il drammatico confronto tra due “forme” umane, quella naturale degli Orthos, e quella manipolata geneticamente dei Perceli. Uno sfondo da cui emergono tre grandi protagonisti, dai quali dipende il futuro della missione: Carl Osborn, Saul Lintz e, soprattutto, Virginia Kaninamanu Herbert, impegnata ad esplorare le frontiere fra l’intelligenza umana e quella artificiale. E il lungo viaggio della cometa nelle profondità dello spazio procede fra eventi memorabili e tremende avversità, in un alternarsi di trionfi e delusioni. Esperienze però che ogni volta lasciano appena intuire le incredibili prospettive che ancora attendono la colonia di Halley. Un grandioso affresco, che ha pochi eguali per ricchezza d’idee ed efficacia narrativa, dove si ritrovano tutti i più grandi temi della fantascienza.
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Oh, che uomo comprensivo pensò, tenerla stretta a sé e ridere, mentre i suoi occhi lacrimosi gli lasciavano per causa di forza maggiore delle tracce sulle guance, e lei gli respirava felice sul collo… Oh, com'è caldo, forte e gentile.

Le mani di Saul le accarezzarono i capelli, vicino al cerotto là sulla nuca, dove i suoi nuovi medicinali avevano ridotto l'irritazione. Una settimana prima, chiunque l'avesse sfiorata in quel punto l'avrebbe fatta gemere per il dolore. Ma adesso non le faceva più male. L'infezione era quasi scomparsa. Era bello venir toccati di nuovo.

— Penserai certo che sono un'idiota — disse Virginia alla fine, mentre prendeva il suo fazzoletto e si rizzava a sedere sulle sue ginocchia per soffiarsi il naso.

— No, non lo penso.

— Be', questo dimostra quanto capisci. Lo sono davvero. Fare tutte queste storie per una macchina.

Saul le accarezzò una ciocca smarrita di capelli, riassestandogliela. — Allora sono un'idiota anch'io. Ero tremendamente nervoso, per questo intervento. E anche Carl lo era.

Virginia tirò su col naso. — Carl è preoccupato perché Jon-Von è di lunga il miglior computer che ci rimane. Carl non può guidare la sgomitata senza di lui.

— E allora? Questa non è una ragione più che sufficiente?

— Suppongo di sì. Ma non è che gliene importi veramente.

Virginia serrò i pugni. In realtà, c'era qualche altra ragione per la quale Carl la faceva infuriare. Stava ancora ribollendo un po' di rabbia per quello che Carl aveva detto di Saul.

Mi è sempre piaciuto Carl pensò. Ma riesce ad essere così maledettamente cocciuto… Sono passate settimane da quando Saul ha cominciato a condividere il siero prodotto dal suo stesso sangue, e soltanto adesso, dopo una terapia incredibile dopo l'altra, Carl è disposto ad ammettere, finalmente, che è davvero avvenuto un miracolo.

Naturalmente, questo era altrettanto ingiusto. Carl era vissuto talmente a lungo, logorato dalla disperazione, con la premessa che ogni cosa era perduta, che gli ci sarebbe voluto un po' di tempo per riabituarsi alla speranza.

Avrebbero tutti dovuto riadattarsi un po'.

Molte cose erano cambiate dal giorno dell'esodo degli archisti. Adesso, grazie alle cure di Saul, un numero sempre maggiore di persone veniva tirato fuori dai colombari, curato e messo al lavoro a costruire e a provare i congegni che sarebbero stati necessari quando la cometa di Halley sarebbe stata trasformata da una palla di ghiaccio alla deriva in un'astronave.

Naturalmente, le tecniche di Saul non potevano riparare danni impossibili, oppure resuscitare i morti irreversibili. Ma speravano di riuscire ad elevare la popolazione attiva della colonia a duecento anime, all'incirca, più della metà rispetto al numero originariamente previsto quando la Edmund e le quattro chiatte a vela erano state lanciate dalla Terra.

Già il moribondo sito degli sgomitatori giù a sud era tutto un ronzare di attività. Pareva che gli archisti lavorassero con i tecnici di Jeffers, perfino con gli Uber di Sergeov, in una nuova atmosfera di collaborazone.

Se soltanto potesse durare si augurò. Per gualche motivo, malgrado lo desideri con tutto il mio cuore, non posso credere che sarà così.

— Lascia che dia un'occhiata al tuo braccio — insisté Virginia. Quando Saul glielo tese, rintracciò i segni di numerose punture che si andavano rimarginando. — Qual è quella dalla quale hai estratto il sangue per il siero di JonVon?

Saul si mise a ridere. — Come faccio a saperlo, Ginnie? Te lo dirò comunque. Devo ammettere che quello è stato il mio caso più difficile, finora. Non avevo mai immaginato che i processori bio-organici fossero così complicati. — La sua espressione divenne pensierosa. — In effetti l'agente infettivo era sottile; una molecola simile ad uno ione proteico, autoreplicante, che in qualche modo è penetrata dentro la custodia fredda di JonVon negli anni durante i quali eravamo addormentati. Se fosse andata avanti ancora un po'… — Scrollò le spalle.

— Ma sei arrivato in tempo? — Virginia, ancora in preda al nervosismo, pronunciò la frase come una domanda, malgrado la sua fiducia in Saul.

Lui sorrise. — Oh, quel nostro figlio surrogato starà benissimo. Usando i metodi della simbiosi, ho trasformato la molecola in una variante che JonVon può usare nei suoi sistemi di autocorrezione. In realtà, sembra che lo renda anche più veloce. Naturalmente dovrai essere tu a valutare gli effetti.

Virginia aveva ammiccato più volte quando Saul si era riferito a JonVon come al loro «figlio surrogato». Naturalmente, adesso Saul era proprio come lei, incapace ormai di avere figli propri. Si rendeva conto, con un pizzico di senso di colpa, che ciò la faceva sentire ancora più vicina a lui. Adesso avrebbero potuto confortarsi a vicenda.

Oh, avremo i nostri problemi. A mano a mano che il tempo passa, il nostro rapporto non potrà mai essere perfetto… Questo accade soltanto nei romanzi.

Ma le venne alla mente la strofa d'una poesia, del tutto all'improvviso, com'era capitato con altre poesie, di recente, e con sempre maggior frequenza. Era un haiku:

Sotto la tenda dell'inverno. I nostri figli, semi sotto la neve, io afferro il tuo caldo profumo…

Lo sguardo di Saul era lontano. — In effetti, alcune delle tecniche per lavorare con gli organici colloidali sembrano applicabili alla clonazione biologica. Lavorando su JonVon, mi sono venute alcune idee…

Virginia scoppiò a ridere e gli scompigliò i capelli, i quali, sorprendentemente, adesso stavano diventando bruni alle radici, anche se Saul aveva detto che in realtà non stava diventando «più giovane», ma soltanto «un perfetto esemplare di uomo di mezza età».

— Ti vengono sempre idee nuove. Suvvia, Saul. Voglio parlare a JonVon.

Si spinse verso la ragnatela accanto alla sua stazione di controllo e tirò su i propri capelli con una mano. Staccò il cerotto, mettendo a nudo il connettore neurale.

— Uhm, forse faresti meglio ad aspettare…

Gli occhi di Virginia lampeggiarono minacciosi. — È un ordine, dottore?

Saul scrollò le spalle, sorridendo. — Immagino che lo faresti comunque, nel momento stesso in cui ti volterò le spalle.

Virginia sorrise. — Sono passate settimane. Troppo tempo per un'impenitente data-line come me.

Si sdraiò completamente sulla ragnatela. Il suo piccolo assistente mech, Wendy, si avvicinò ronzando e le presentò la fin troppo logora presa, che si fissò al proprio posto con un piccolo e sommesso suono soffocato.

Virginia sentì Saul che scivolava accanto a lei, mentre si adagiava all'indietro e chiudeva gli occhi, abbandonandosi alla familiare pulsazione che le arrivava direttamente al cervello.

Come stai, Johnny? chiese, articolando con molta attenzione le parole subvocaliche, come avrebbe parlato a un bambino convalescente.

EHI, VIRGINIA. HO QUALCHE POESIA PER TE.

Le parole tremolarono nello spazio sopra la loro testa, oltre ad echeggiare lungo il suo nervo acustico. Poteva dire, anche soltanto dalla chiarezza del tono, che le cose stava andando meglio, molto meglio.

Non ancora, Johnny. Per prima cosa voglio farti una diagnostica completa.

VA BENE, VIRGINIA. DO INIZIO ALLA SUBPERSONA DEL «SIGNOR RIPARATUTTO».

Saul non aveva mai visto prima di allora la simulazione di quella personalità. Scoppiò a ridere, mentre si formava l'immagine, limpida come il cristallo, di un uomo che indossava una tuta sudicia, il quale si stava pulendo le mani su uno straccio. Dietro a quel lavorante si affannavano degli aiutanti, i quali correvano su e giù, portando stetoscopi e voltametri ed enormi chiavi inglesi, verso una gigantesca impalcatura. All'interno di questa, vibrava e sferragliava una macchina colossale, ingombrante. Il vapore sibilava e un basso ronzio permeava ogni cosa.

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