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Электронная книга - «Scusa ma ti voglio sposare». Краткое содержание книги:

Scusa ma ti voglio sposare
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Guido muove la mano, la alza delicatamente verso il suo viso, sposta quel ricciolo ribelle e si trova ad accarezzarle tutti i capelli. Lentamente continuano a fissarsi. Occhi negli occhi, mentre le loro labbra avanzano e piano piano si avvicinano con un movimento millimetricamente magico e nello stesso tempo si schiudono come fiori sbocciati sul letto di quel fiume. E quelle labbra rosse, morbidi petali di due giovani sorrisi, sono sempre più vicine. Niki? Niki? Ma cosa stai facendo? Lo stai per baciare? E allora, come destata da un dolce sogno, come richiamata da un'improvvisa ipnosi, Niki torna in sé e quasi si vergogna di quel suo lento cedere, della debolezza di quel momento, della folle, sciocca, semplice, umana attrazione. E mortificata si ritira e abbassa gli occhi. "Scusa ma non posso."

No, non voglio, pensa Guido. No, non mi piaci. No, non ti desidero.

Solo non posso. Come se in realtà volesse, come se il desiderio ci fosse, come se potesse accadere ma non adesso. Un giorno. E allora senza fretta, senza fastidio, con un sorriso pieno di semplicità e leggerezza. "Non ti preoccupare. Ti accompagno a casa."

E in un attimo Niki si ritrova dietro la sua moto, intontita, confusa, disorientata, e non basta il vento fresco del lungotevere a far chiarezza nella sua mente e soprattutto nel suo cuore. La moto procede lenta e a un certo punto Niki sente la mano sinistra di Guido che ha abbandonato il manubrio e si ritrova sopra la sua, la stringe quasi a darle sicurezza, a non farla sentire perduta. "Tutto bene?" Guido incrocia nello specchietto i suoi occhi, che spiano sorridendo, e vorrebbe darle tranquillità e fiducia. Continua e insiste. "Tutto ok?"

"Sì, tutto bene."

Allora sorride e annuisce. Calma e tranquillità. E fanno ancora un po'"di strada mano nella mano, definitivamente messo da parte ogni litigio, ogni sciocca battuta o presa in giro. È come se fossero entrati in una nuova dimensione. Complici. E Niki guarda in basso, sulla sua gamba. La sua mano stretta in quella di Guido, così a lungo, immobile, quasi arresa. Complici. E non si sente colpevole. In fondo cosa ho fatto? Si chiede. Eppure sa perfettamente di respirare aria nuova. Un sospiro lungo, profondo, pieno. Complici. Mai avrebbe pensato di poter stare così con un altro. Un altro. Un altro. Le viene quasi da gridare questo termine, talmente le appare rumoroso e stridente e strano e assurdo e alieno e impossibile. Un altro. Un altro. Mai avrebbe potuto pensarlo. Guarda di nuovo la sua mano, è lì, nella sua e non le sembra possibile. Eppure è così. E allora chiude gli occhi e si appoggia alla sua schiena e si lascia portare completamente arresa per le strade di questa strana notte. Silenzio. Neanche il traffico fa più rumore. Silenzio. E come se tutta la città fosse rimasta a bocca aperta. E una lacrima ribelle le riga il viso. Sì, è così. Sono complice. E, quasi senza accorgersene, si trova davanti all'università.

"Ecco, siamo arrivati…" Niki scende veloce dalla moto e poi quasi nascosta dai capelli, sfuggente anche con se stessa, lo saluta. "Ciao…" E fugge via, senza dargli neanche un bacio. Corre verso la sua auto, la apre e non si gira. Accende il motore e via, non si accorge quasi di guidare fino a casa. Si infila dentro il portone chiudendoselo alle spalle. Poi chiama l'ascensore. E rimane così, respirando affannata, cercando disperatamente di nuovo il suo equilibrio. Entra nell'ascensore e si ritrova davanti allo specchio e stenta a riconoscersi. I capelli mossi dopo la corsa in moto, selvaggi, ribelli

malgrado il casco, e poi il suo viso, così diverso, gli occhi divertiti, turbi, folli, mossi da sana, eccessiva pazzia. Quella voglia di libertà, di incredibile ribellione a tutto e a tutti, di non avere più confini, né limiti, né doveri, di appartenere al mondo e a se stessa. Sì, solo a se stessa. Entra in casa. Tutti dormono per fortuna. Allora in punta di piedi raggiunge la sua camera e chiude piano la porta. Un sospiro. Poi tira fuori dalla borsa il telefonino. Lo poggia sul tavolo e lo fissa. È spento. Mi avrà cercata? Chissà. Ma non ho voglia di accenderlo ora. Non voglio sapere. Non voglio dipendere da nulla e da nessuno. Dov'eri? Cosa hai fatto? Non lo so. Ma sì, ero con le mie amiche. E improvvisamente si ribella anche a questo. Dover dire una bugia. Mentire. Ma come? E la mia vita? Perché devo mentire? Perché non ho più la libertà di essere me stessa? In base a cosa devo controllarmi, limitarmi, far finta di non provare qualcosa solo perché "non si addice" a una che sta per sposarsi? Ma cosa sto diventando? Niki cammina nervosamente per la stanza. Sente come un grido soffocato che la riempie, pretende spazio, attenzione. Ma che sto dicendo? Io amo Alex, sto con lui, ho lottato per lui. Io, che ho sempre criticato tutto questo quando lo vedevo negli altri, ora che faccio? Sono peggio di loro? Erica, Olly, le altre mie compagne di scuola, gli amici del liceo. Ogni volta che ho sentito una storia di questo genere ho sempre sparato a zero su tutto e tutti senza possibilità di trattativa. E ora? Ora non sono altro che una di loro. Anzi peggio, perché ho perfino avuto il coraggio di parlare, di criticare, di giudicare, di riderne, pensando: a me non potrà mai capitare una cosa del genere. Che schifo, dicevo, non potrei mai. E invece ora sono proprio io a essere in una situazione come quella. Indecisa, insicura, non felice, spedita e raggiante verso un unico lui ma, cosa terribile, con un piede in due staffe. E sentendo quest'ultima frase rimbombare nella sua mente come una cannonata, come un boato improvviso, come un possibile attacco a tutto ciò che di bello fino a ieri aveva costruito, Niki non ha più dubbi. Non ha scelta. Non più. E così si avvicina a quel tavolo, lì dove ha studiato per la maturità, dove ha pianto e sofferto e guardato mille volte il telefonino sperando invano in un suo messaggio. Quanti pugni su quel tavolo quando si era lasciata con Alex, desiderando che lui tornasse, che le dicesse ho sbagliato, torniamo insieme, perdonami. Sposta la sedia. Quanti giorni, quante lacrime. Quanta disperazione. E ora? Silenziosamente, si siede. Ora tutto è di nuovo cambiato. E così si passa la mano tra i capelli, li toglie dal viso e si trova costretta a fare quello che non avrebbe mai immaginato.

Centoquattordici

L'appartamento di Mattia è abbastanza grande ma non particolarmente curato. L'arredamento è un misto di mobili anni Settanta e qualcosa preso all'Ikea. Sembra quasi che sua nonna abbia abitato lì fino a poco tempo prima. Su un paio di mobili ci sono addirittura dei centrini all'uncinetto e in corridoio un cassettone con specchio occupa quasi tutto lo spazio. Il salotto è diventato una specie di palestra. Ci sono vari attrezzi e un tapis roulant.

"Qui è dove mi rilasso… l'attività fisica è la miglior cura contro stress e mal di testa. Vieni…"

Entrano in una piccola cucina. Mattia accende il lampadario al neon e apre il frigo. Prende un piatto di vetro con sopra una torta alla crema. Poi da un cassetto tira fuori un coltello e da un altro sportello un piattino e un bicchiere. Sistema sulla tavola il portatovaglioli e una bottiglia di Malvasia a metà.

"Prego, accomodati. Non possiamo lasciare una principessa senza dolce."

Cristina sorride. Si siede. Anche Mattia. Lui le taglia una bella fetta e gliela mette davanti. Cristina inizia a mangiare con gusto. Mattia la guarda. "Ma sei proprio una buona forchetta… insaziabile…"

Mattia prende una punta di crema con un dito e, mentre lei non se ne accorge, le sporca un po'"il naso. Cristina ride. Scherzano. Poi un pezzettino di torta finisce in bocca a Mattia. Giocano. Mattia si avvicina.

"Fatti assaggiare…" e comincia a baciarla piano, quasi a simulare un morso. Cristina prima è un po'"rigida, poi si lascia andare. E un bacio morbido, lungo, intenso. E una carezza. Due. E poi in piedi, una maglietta che vola, un vestito che scivola giù, lui che la solleva e la porta di là. Il corridoio, una porta scura che si apre, una camera da letto, un'abat- jour che si accende. E ancora baci, carezze, passione. Cristina sente sotto le dita quel corpo perfetto, i muscoli definiti, la pelle liscia e calda. Poi si guarda intorno come

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