Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)
- Автор: Вазари Джорджо
- Язык: итальянский
- Жанр: Картины, альбомы, иллюстрированные каталоги
Электронная книга - «Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)». Краткое содержание книги:
Lasciò di sé una figliuola che sapeva disegnare, e la moglie, la qual soleva dire che tutta la notte Paulo stava nello scrittoio per trovar i termini della prospettiva, e che quando ella lo chiamava a dormire, egli le diceva: "Oh che dolce cosa è questa prospettiva!". Et invero, s'ella fu dolce a lui, ella non fu anco se non cara et utile, per opera sua, a coloro che in quella si sono dopo di lui esercitati.
IL FINE DELLA VITA DI PAULO UCCELLO PITTORE
VITA DI LORENZO GHIBERTI SCULTORE
Non è dubio, che in tutte le città, coloro che con qualche virtù vengon in qualche fama fra li uomini, non siano il più delle volte un santissimo lume d'esempio a molti che dopo lor nascono et in quella medesima età vivono, oltra le lodi infinite e lo straordinario premio ch'essi vivendo ne riportano. Né è cosa che più desti gli animi delle genti e faccia parere loro men faticosa la disciplina degli studi, che l'onore e l'utilità che si cava poi dal sudore delle virtù; perciò che elle rendono facile a ciascheduno ogni impresa difficile, e con maggiore impeto fanno accrescere la virtù loro, quando con le lode del mondo s'inalzano. Per che infiniti, che ciò sentono e veggono, si mettono alle fatiche, per venire in grado di meritare quello che veggono aver meritato un suo compatriota. E per questo anticamente o si premiavano con richezze i virtuosi, o si onoravano con trionfi et imagini. Ma perché rade volte è che la virtù non sia perseguitata dall'invidia, bisogna ingegnarsi, quanto si può il più, ch'ella sia da una estrema eccellenza superata, o almeno fatta gagliarda e forte a sostenere gl'impeti di quella come ben seppe e per meriti e per sorte Lorenzo di Cione Ghiberti altrimenti di Bartoluccio, il quale meritò da Donato scultore e Filippo Bruneleschi architetto e scultore, eccellenti artefici, essere posto nel luogo loro conoscendo essi in verità, ancora che il senso gli strignesse forse a fare il contrario, che Lorenzo era migliore maestro di loro nel getto. Fu veramente ciò gloria di quegli e confusione di molti, i quali, presumendo di sé, si mettono in opera et occupano il luogo dell'altrui virtù, e non facendo essi frutto alcuno, ma penando mille anni a fare una cosa, sturbano et opprimono la scienzia degli altri con malignità e con invidia.
Fu dunque Lorenzo figliuolo di Bartoluccio Ghiberti, e dai suoi primi anni imparò l'arte dell'orefice col padre, il quale era eccellente maestro e gl'insegnò quel mestiero, il quale da Lorenzo fu preso talmente, ch'egli lo faceva assai meglio che 'l padre. Ma dilettandosi molto più de l'arte della scultura e del disegno, manegiava qualche volta i colori et alcun'altra gettava figurette piccole di bronzo e le finiva con molta grazia. Dilettossi anco di contraffare i conii delle medaglie antiche, e di naturale nel suo tempo ritrasse molti suoi amici. E mentre egli con Bartoluccio lavorando cercava acquistare in quella professione, venne in Fiorenza [la peste] l'anno 1400, secondo che racconta egli medesimo in un libro di sua mano dove ragiona delle cose dell'arte, il quale è appresso al reverendo Messer Cosimo Bartoli gentiluomo fiorentino. Alla quale peste aggiuntesi alcune discordie civili et altri travagli della città, gli fu forza partirsi et andarse in compagnia d'un altro pittore in Romagna; dove, in Arimini, dipinsero al signor Pandolfo Malatesti una camera e molti altri lavori, che da lor furono con diligenza finiti e con sodisfazione di quel signore, che ancora giovanetto si dilettava assai delle cose del disegno. Non restando perciò in quel mentre Lorenzo di studiare le cose del disegno, né di lavorare di rilievo cera, stucchi et altre cose simili, conoscendo egli molto bene che sì fatti rilievi piccoli sono il disegnare degli scultori e che senza cotale disegno non si può da loro condurre alcuna cosa a perfezzione. Ora, non essendo stato molto fuor della patria, cessò la pestilenza; onde la Signoria di Fiorenza e l'Arte de' Mercatanti deliberarno (avendo in quel tempo la scultura gli artefici suoi in eccellenza, così forestieri come Fiorentini) che si dovesse, come si era già molte volte ragionato, [fare] l'altre due porte di S. Giovanni, tempio antichissimo e principale di quella città. Et ordinato fra di loro che si facesse intendere a tutti i maestri, che erano tenuti migliori in Italia, che comparissino in Fiorenza per fare esperimento di loro in una mostra d'una storia di bronzo, simile a una di quelle che già Andrea Pisano aveva fatto nella prima porta, fu scritto questa deliberazione da Bartoluccio a Lorenzo ch'in Pesero lavorava, confortandolo a tornare a Fiorenza a dar saggio di sé; ché questa era una occasione da farsi conoscere e da mostrare l'ingegno suo, oltra che e' ne trarrebbe sì fatto utile, che né l'uno né l'altro arebbono mai più bisogno di lavorare pere. Mossero l'animo di Lorenzo le parole di Bartoluccio di maniera che, quantunque il signor Pandolfo et il pittore e tutta la sua corte gli facessino carezze grandissime, prese Lorenzo da quel signore licenza e dal pittore, i quali pur con fatica e dispiacere loro lo lascioron partire, non giovando né promesse né accrescere provisione, parendo a Lorenzo ogn'ora mille anni di tornare a Fiorenza. Partitosi dunque, felicemente a la sua patria si ridusse. Erano già comparsi molti forestieri e fattesi conoscere a' Consoli dell'Arte, da' quali furono eletti di tutto il numero sette maestri, tre Fiorentini e gli altri Toscani, e fu ordinato loro una provisione di danari, e che fra un anno ciascuno dovesse aver finito una storia di bronzo della medesima grandezza ch'erano quelle della prima porta, per saggio. Et elessero che dentro si facesse la storia quando Abraam sacrifica Isac suo figliuolo, nella quale pensorono dovere avere i detti maestri che mostrare, quanto a le difficultà dell'arte, per essere storia che ci va dentro paesi, ignudi, vestiti et animali, e si potevono far le prime figure di rilievo e le seconde di mezzo e le terze di basso. Furono i concorrenti di questa opera Filippo di ser Brunelesco, Donato e Lorenzo di Bartoluccio fiorentini, et Iacopo della Quercia sanese, e Niccolò d'Arezzo suo creato, Francesco di Vandabrina e Simone da Colle detto de' bronzi; i quali tutti dinanzi a' consoli promessono dare condotta la storia nel tempo detto e ciascuno alla sua dato principio, con ogni studio e diligenza mettevano ogni lor forza e sapere per passare d'eccellenza l'un l'altro, tenendo nascoso quel che facevano secretissimamente, per non raffrontare nelle cose medesime. Solo Lorenzo, che aveva Bartoluccio che lo guidava e li faceva far fatiche e molti modelli, innanzi che si risolvessino di mettere in opera nessuno, di continuo menava i cittadini a vedere, e talora i forestieri che passavano, se intendevano del mestiero, per sentire l'animo loro; i quali pareri furon cagione ch'egli condusse un modello molto ben lavorato e senza nessun difetto. E così, fatte le forme e gittatolo di bronzo, venne benissimo, onde egli con Bartoluccio suo padre lo rinettò con amore e pazienza tale, che non si poteva condurre né finire meglio. E venuto il tempo che si aveva a vedere a paragone, fu la sua e le altre di que' maestri finite del tutto, e date a giudizio dell'Arte de' Mercatanti, per che, veduti tutti dai Consoli e da molti altri cittadini, furono diversi i pareri che si fecero sopra di ciò. Erano concorsi in Fiorenza molti forestieri, parte pittori e parte scultori et alcuni orefici, i quali furono chiamati dai Consoli a dover dar giudizio di queste opere insieme con gli altri di quel mestiero che abitavano in Fiorenza. Il qual numero fu di 34 persone, e ciascuno nella sua arte peritissimo. E quantunque fussino in fra di loro differenti di parere, piacendo a chi la maniera di uno e chi quella di un altro, si accordavano nondimeno che Filippo di ser Brunelesco e Lorenzo di Bartoluccio avessino e meglio e più copiosa di figure migliori composta e finita la storia loro, che non aveva fatto Donato la sua, ancora che anco in quella fusse gran disegno. In quella di Iacopo della Quercia erano le figure buone, ma non avevano finezza, se bene erano fatte con disegno e diligenza. L'opera di Francesco di Valdambrina aveva buone teste et era ben rinetta, ma era nel componimento confusa. Quella di Simon da Colle era un bel getto perché ciò fare era sua arte, ma non aveva molto disegno. Il saggio di Niccolò d'Arezzo, che era fatto con buona pratica, aveva le figure tozze et era mal rinetto. Solo quella storia che per saggio fece Lorenzo, la quale ancora si vede dentro all'udienza dell'Arte de' Mercatanti, era in tutte le parti perfettissima: aveva tutta l'opera disegno et era benissimo composta; le figure di quella maniera erano svelte e fatte con grazia et attitudini bellissime, et era finita con tanta diligenza, che pareva fatta non di getto e rinetto con ferri, ma col fiato. Donato e Filippo, visto la diligenza che Lorenzo aveva usata nell'opera sua, si tiroron da un canto, e parlando fra loro, risolverono che l'opera dovesse darsi a Lorenzo, parendo loro che il publico et il privato sarebbe meglio servito, e Lorenzo, essendo giovanetto che non passava 20 anni, arebbe nello esercitarsi a fare in quella professione que' frutti maggiori che prometteva la bella storia, che egli a giudizio loro aveva più degli altri eccellentemente condotta, dicendo che sarebbe stato più tosto opera invidiosa a levargliela, che non era virtuosa a fargliela avere.