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Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]

Электронная книга - «Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]». Краткое содержание книги:

Nel secondo capitolo della saga delle “Cronache del ghiaccio e del fuoco” una rossa cometa apparsa nel cielo dei Sette Regni sembra annunciare tremende sciagure. La lunga estate dell'abbondanza sta per finire, mentre quattro pretendenti, in aperta guerra gli uni contro gli altri, si contendono il Trono di Spade.
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«Certo» confermò un altro. «Gli dei odiano l’incesto. Guarda come hanno abbattuto i Targaryen.»

Per un lungo momento, Bran quasi non riuscì a respirare. Un artiglio gigantesco e invisibile gli stava stritolando il petto. Gli sembrò di cadere e si aggrappò disperatamente alle redini di Danzatrice.

«Bran? Stai bene?» Cley era preoccupato dall’espressione di terrore che ora leggeva sul volto di Bran. «È solo un altro di questi re.»

«Robb sconfiggerà anche lui.» Bran fece voltare Danzatrice e la guidò verso le stalle, ignorando gli sguardi perplessi di Cley e dei suoi cavalieri. Il sangue gli martellava contro le tempie e, se non fosse stato assicurato alla sella, quasi certamente sarebbe stramazzato sulle pietre del cortile.

Quella notte Bran pregò gli dei di suo padre perché gli concedessero un sonno senza sogni. Ma se anche gli dei lo avevano udito, si fecero beffe delle sue speranze: l’incubo che gli mandarono fu peggiore di qualsiasi sogno di lupi.

«Vola o muori!» gracchiava il corvo con tre occhi mentre lo beccava in faccia. Bran pianse e implorò, ma il corvo non ebbe alcuna pietà. Gli strappò l’occhio destro, poi gli strappò anche il sinistro. E quando Bran rimase cieco e al buio, gli dilaniò la fronte, affondando quel suo terribile becco nelle profondità del suo cranio.

Bran urlò fino a farsi scoppiare i polmoni. Il dolore era come un’ascia che gli spaccava la testa in due, ma alla fine, quando il corvo ritirò il becco gocciolante e cosparso di grumi biancastri di cervello e frammenti di ossa del cranio, Bran poteva nuovamente vedere.

Ma ciò che vide gli tolse il fiato per il terrore. Era aggrappato a una torre alta miglia e miglia. Le sue dita stavano scivolando, le unghie che si spezzavano contro la pietra aspra. Le gambe, quelle sue stupide gambe prive di vita, lo trascinavano giù.

«Aiutatemi!» urlò disperatamente Bran.

Un uomo dorato apparve nel cielo sopra di lui e lo afferrò, sollevandolo: «Quali atti compio nel nome dell’amore» disse in un sussurro appena percettibile, prima di gettarlo inerme nell’abisso.

TYRION

«Non dormo più come nei miei anni di gioventù» gli confidò il gran maestro Pycelle, quasi a scusarsi per quell’incontro all’alba. «E preferisco sempre alzarmi, anche se il mondo è ancora immerso nell’oscurità, piuttosto che rimanere a letto con l’assillo dei doveri incompiuti.» Le sue palpebre pesanti, cascanti, davano l’idea che fosse ancora mezzo addormentato.

Nelle luminose stanze sotto l’uccelliera, la sua giovane serva stava offrendo loro uova sode, prugne bollite e porridge mentre Pycelle pontificava: «Di questi tempi tristi, con così tanta gente affamata, ritengo che mantenere frugale la mia tavola sia a dir poco opportuno».

«Lodevole, certo.» Tyrion sbucciò un grosso uovo dal guscio marrone che gli ricordava, poco rispettosamente, il cranio calvo del dotto maestro. «Il mio approccio però è un po’ diverso: se cibo c’è, io lo mangio. Giusto nel caso che all’indomani non ce ne sia più.» Il Folletto sorrise. «Dimmi, gran maestro, i tuoi corvi sono mattinieri quanto te?»

«Certamente.» Pycelle si accarezzò la fluente barba candida che gli scendeva sul petto. «Dopo che avremo mangiato, vuoi che chieda pergamena, penna e inchiostro?»

«Non sarà necessario.» Tyrion sistemò le lettere sul tavolo, accanto al porridge, due pergamene arrotolate strettamente e sigillate con ceralacca alle estremità. «Manda via la ragazza, in modo che possiamo parlare.»

«Lasciaci, figliola» comandò Pycelle. La serva si dileguò in fretta. «Ora, queste lettere…»

«All’attenzione di Doran Martell, principe di Dorne.» Tyrion finì di sbucciare l’uovo sodo e diede un morso. Sarebbe stato migliore con un po’ di sale. «Stessa lettera, due copie. Manda i tuoi uccelli più veloci. Si tratta di argomento di grande importanza.»

«Li invierò non appena avremo concluso di fare colazione.»

«No, inviali subito. Le prugne bollite possono aspettare, il reame, invece, non può. Lord Renly sta guidando il suo esercito su per la strada delle Rose. E nessuno è in grado di dire quando Stannis salperà dalla Roccia del Drago.»

Pycelle ammiccò: «Se così preferisce il mio signore…».

«Così lui preferisce.»

«Sono qui per servire.»

Il canuto sapiente si alzò lentamente. Nel movimento, la catena del suo ordine che aveva attorno al collo tintinnò piano. Era un aggeggio parecchio pesante, non meno di una dozzina di anelli da maestro attorcigliati su loro stessi, connessi uno all’altro e tempestati di pietre preziose. Tyrion ebbe la netta impressione che l’argento, l’oro e il platino superassero di gran lunga gli altri metalli.

Pycelle procedette con tale lentezza, che il Folletto poté finire l’uovo e assaggiare le prugne, troppo cotte e troppo acquose per i suoi gusti. Fu solo all’udire i battiti d’ali che si alzò da tavola per osservare i corvi messaggeri che si levavano in volo, completamente neri contro il cielo dell’alba, poi spostò lo sguardo sul labirinto di scaffali verso il fondo della stanza.

I medicinali del gran maestro facevano un’impressionante mostra di sé, sia in quantità sia in qualità: dozzine di vasetti sigillati con ceralacca, centinaia di fiale tappate, altre centinaia di bottiglie di vetro opaco, innumerevoli flaconi di erbe disseccate, ciascun contenitore accuratamente etichettato nella nitida calligrafia di Pycelle. “Una mente ben ordinata” rifletté Tyrion. E in effetti, nel momento in cui si riusciva a intuire il criterio, era facile trovare ogni cosa al suo posto. “E tutte sostanze interessanti…” Molto interessanti, certo: dolcesonno e ombra notturna, latte di papavero, lacrime di Lys, capogrigio in polvere, flagello di lupo e danza di demone, veleno di basilisco, occhio cieco, sangue di vedova…

Alzandosi in punta di piedi e allungandosi, Tyrion prelevò una piccola bottiglia polverosa dallo scaffale più in alto. Lesse l’etichetta, sorrise e la fece sparire all’interno della manica.

Quando il gran maestro Pycelle tornò a scendere le scale, il Folletto era nuovamente seduto al tavolo, intento a gustare un altro uovo.

«Fatto, mio signore» il vecchio dotto sedette a sua volta. «Un argomento come questo… meglio che venga affrontato prontamente, senz’altro… Di grande importanza, hai detto?»

«Oh, sì, grandissima.» Il porridge era troppo denso, trovò Tyrion, e non gli sarebbe dispiaciuto aggiungere burro e miele. Era vero che, di recente, burro e miele erano diventati vere e proprie rarità ad Approdo del Re, per quanto lord Gyles riuscisse a non farli mancare mai alla Fortezza Rossa. La metà del cibo che mangiavano in quei giorni grami proveniva dalle sue terre e da quelle di lady Tanda. I ducati di Rosby e Stokeworth si trovavano poco a nord della città, ed erano ancora miracolosamente scampati alla guerra.

«Il principe di Dorne in persona» riprese Pycelle. «Posso chiedere…»

«Meglio di no.»

«Come tu vuoi.» La curiosità di Pycelle era talmente palpabile che Tyrion quasi riusciva a sentirne il sapore. «Ma forse… il Concilio del re…»

«Il Concilio del re, mio caro gran maestro» con il cucchiaio, Tyrion diede dei colpetti. sul bordo della ciotola «esiste solo per dare consigli al re.»

«Per l’appunto» concordò Pycelle. «E il re…»

«… è un ragazzetto di tredici anni. Io parlo in sua vece.»

«Indubbiamente, certo. Il Primo Cavaliere del re. E al tempo stesso… La tua graziosa sorella, la nostra regina reggente, lei…»

«Oh, quale fardello preme sulle sue delicate spalle. Proprio vorrei evitare di rendere quel fardello ancora più gravoso.» Tyrion. inclinò il capo e lanciò a Pycelle un’occhiata penetrante. «Non sei d’accordo anche tu, gran maestro?»

Pycelle riportò lo sguardo sulla sua colazione. C’era qualcosa, negli occhi asimmetrici di Tyrion Lannister, uno verde e l’altro nero, che metteva profondamente a disagio. Un’arma che il Folletto era ben consapevole di avere, e che non esitava a usare.

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