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Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]

Электронная книга - «Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]». Краткое содержание книги:

Nel secondo capitolo della saga delle “Cronache del ghiaccio e del fuoco” una rossa cometa apparsa nel cielo dei Sette Regni sembra annunciare tremende sciagure. La lunga estate dell'abbondanza sta per finire, mentre quattro pretendenti, in aperta guerra gli uni contro gli altri, si contendono il Trono di Spade.
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«Ah» mugugnò il vecchio, la bocca piena di prugne. «Senz’altro hai ragione, mio lord. È molto sollecito da parte tua… risparmiarle questo fardello…»

«Sono fatto così.» Tyrion allontanò il porridge deludente. «Sono sollecito e premuroso. In fondo, Cersei è la mia dolce sorellina.»

«Una donna davvero fuori del comune, eppure… non è cosa da poco, occuparsi di tutti i problemi del reame, a dispetto della fragilità del suo sesso…»

“Ma certo, quale tenera colombella è Cersei. Prova a domandarlo a Eddard Stark.” «Sono lieto che tu condivida la mia premura, gran maestro. E voglio anche ringraziarti per avermi concesso ospitalità al tuo desco. Ora però, mi aspetta una lunga giornata.» Tyrion spostò le gambette tozze di lato e scese dalla sedia. «E tu sarai naturalmente così cortese da informarmi non appena riceverai una risposta da Dorne, vero?»

«Come desideri, mio signore.»

«Informare me e solamente me…»

«Ah… ma è ovvio.»

La mano di Pycelle, il dorso chiazzato, si afferrò alla barba nello stesso modo in cui qualcuno che sta per annegare cerca di afferrarsi all’ultima fune di salvezza. Tyrion gongolò. “E uno.”

Nel raggiungere il cortile a pian terreno, le sue gambe deformi protestarono a ogni gradino. Il sole era ormai alto, e il castello cominciava a risvegliarsi. Armigeri sorvegliavano le mura, cavalieri e soldati si addestravano con armi spuntate. A non molta distanza, Bronn era seduto sul bordo di un pozzo. Un paio di attraenti servette gli passarono vicino, afferrando ciascuna un manico di un grosso cesto di vimini pieno di lenzuola da lavare. Il mercenario non le degnò neppure di uno sguardo.

«Bronn, comincio a pensare che sei un caso disperato!» Tyrion accennò alle servette. «Accattivanti visioni come queste, e tu invece preferisci guardare un’accozzaglia di balordi in maglia di ferro che fanno un gran baccano.»

«In questa città ci sono cento e un bordelli dove posso comprarmi tutta la fica che voglio con mezza moneta di rame» ribatté Bronn. «Mentre può darsi che un giorno, la mia pelle dipenderà da quanto attentamente io avrò osservato questi balordi.» Si alzò. «Chi è quel ragazzo con la tunica blu a scacchi e i tre occhi sullo scudo?»

«Un cavaliere della scorta. Tallad, si chiama. Perché?»

«Tra tutti, è lui il migliore.» Bronn rimosse dalla fronte una ciocca di capelli nerissimi. «Eppure, guardalo, ha un suo ritmo: sempre la stessa sequenza di colpi assestati sempre nello stesso ordine.» Il mercenario sorrise. «Il giorno che si troverà a duellare con me, sarà quel ritmo a costargli la vita.»

«Ha giurato fedeltà a Joffrey. Dubito che te lo troverai mai di fronte.»

Si avviarono insieme attraverso il cortile, Bronn che rallentava il passo per tenersi a fianco di Tyrion. In quei giorni, il mercenario appariva quasi rispettabile. Capelli scuri lavati e pettinati, rasato di fresco, la corazza nera della Guardia cittadina. Dalle sue spalle, scendeva un mantello nel porpora dei Lannister con un motivo ornamentale a mani dorate, emblema del Primo Cavaliere. Era stato Tyrion a regalarglielo quando lo aveva nominato comandante della sua Guardia personale.

«Quanti postulanti abbiamo oggi?» chiese il Folletto.

«Una trentina» rispose Bronn. «La maggior parte hanno lamentele da presentare. Oppure vogliono qualcosa… niente di nuovo. Inoltre, la tua gattina è tornata.»

Tyrion mugolò: «Parli di lady Tanda?».

«Il suo paggio. T’invita di nuovo a cena. C’è dell’ottima cacciagione, fa sapere, oca alla brace ripiena di bacche e…»

«… e sua figlia» concluse Tyrion acido.

Era dal momento del suo arrivo alla Fortezza Rossa che lady Tanda gli stava addosso, armata con un arsenale senza fine di sformati di lampreda, arrosti di cinghiale e cremosi stufati. Per una qualche arcana ragione, si era messa in testa che un lord nano sarebbe stato il consorte perfetto per sua figlia Lollys, un’ampia, soffice, ingenua damigella di cui si diceva fosse ancora vergine alla bella età di trentatré anni.

«E tu falle sapere che io cortesemente declino l’invito.»

«L’oca ripiena non è di tuo gusto?» Bronn ebbe un sogghigno malefico.

«Perché non te la mangi tu? E già che ci sei, perché non impalmi anche la figlia? No, meglio ancora: mandaci Shagga.»

«Shagga probabilmente mangerebbe la figlia e impalmerebbe l’oca» osservò Bronn. «E comunque, Lollys è più grossa di lui.»

«Poco ma sicuro» concordò Tyrion mentre entravano nell’ombra di un ponte coperto che collegava due torrioni. «Chi altro mi vuole?»

«C’è un usuraio di Braavos, in possesso di elaborati documenti e roba simile, che chiede di vedere il re in merito al pagamento di un qualche prestito.»

«Questo se Joffrey fosse in grado di contare oltre il venti. Mandalo da Ditocorto, ci penserà lui a fargli passare la voglia. Chi altro?»

«Un signorotto del Tridente. Dice che gli uomini di tuo padre hanno bruciato il suo castello, stuprato sua moglie e sterminato tutti i suoi contadini.»

«Credo che ciò si chiami guerra.» Tyrion sentì immediatamente il tanfo di Gregor Clegane all’opera, o forse di ser Amory Lorch, oppure dell’altro macellaio al servizio di suo padre, quel soldato di Qohor. «E questo tizio che cosa vuole da Joffrey?»

«Nuovi contadini» rispose Bronn. «Ha fatto tutta questa strada proprio per cantarci la canzoncina della sua lealtà e per chiedere un risarcimento.»

«Lo vedrò domani.» Che il lord in questione fosse effettivamente leale o semplicemente disperato, un nobile delle terre dei fiumi sottomesso poteva comunque rivelarsi utile. «Provvedi che gli venga dato un buon alloggio e un buon pasto caldo. Mandagli anche un nuovo paio di stivali, cortesia di re Joffrey.» Un atto di generosità non poteva certo guastare.

Bronn annuì. «C’è anche un mezzo plotone di fornai, macellai e verdurai, tutti che invocano a gran voce di essere ascoltati.»

«Gliel’ho già detto l’ultima volta: non ho niente da dargli.» Ormai, solamente un esile rigagnolo di vettovaglie riusciva a raggiungere Approdo del Re, il grosso del quale già riservato al castello e alla guarnigione. I prezzi della verdura, delle radici, della farina e della frutta avevano avuto un’impennata paurosa, e Tyrion nemmeno voleva pensare alla qualità della carne che finiva nei pentoloni delle bancarelle del Fondo delle Pulci. Pesce, si augurava. Avevano ancora il fiume e il mare… almeno fino a quando Stannis non fosse salpato.

«Quello che vogliono è protezione» spiegò Bronn. «Ieri notte, un fornaio è stato arrostito nel suo stesso forno. Secondo la folla i suoi prezzi erano oltraggiosi.»

«Lo erano?»

«L’interessato non è qui a negarlo.»

«Non è che lo hanno anche mangiato, no?»

«Non mi risulta.»

«La prossima volta lo faranno» commentò Tyrion cupamente. «Darò loro quanta protezione potrò. Le cappe dorate…»

«Dicono che c’erano anche delle cappe dorate tra la folla che ha cotto quel fornaio» lo interruppe Bronn. «Esigono di parlare con il re in persona.»

«Sono dei fessi.» Tyrion li aveva già respinti una volta con delle scuse, il suo caro nipotino li avrebbe scacciati con le fruste e le lance. Ebbe quasi la tentazione di lasciare che i bottegai vedessero il re… ma poi ci ripensò. Presto o tardi, uno dei loro molti nemici avrebbe marciato su Approdo del Re, e l’ultima cosa di cui avevano bisogno erano traditori entro le mura della città. «Di’ loro che re Joffrey comprende le loro angosce, e che riceveranno tutto l’aiuto che saremo in grado di dare loro.»

«Quello che vogliono è pane, non promesse.»

«Se oggi darò loro pane, domani di postulanti alle porte ne avremo il doppio. Che altro?»

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