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Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]

Электронная книга - «Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]». Краткое содержание книги:

Nel secondo capitolo della saga delle “Cronache del ghiaccio e del fuoco” una rossa cometa apparsa nel cielo dei Sette Regni sembra annunciare tremende sciagure. La lunga estate dell'abbondanza sta per finire, mentre quattro pretendenti, in aperta guerra gli uni contro gli altri, si contendono il Trono di Spade.
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«Cagnaccio» chiamò. «Qui, Cagnaccio. Qui da me.» Ma il meta-lupo di Rickon scomparve con la stessa rapidità con la quale era apparso.

Hodor conosceva il posto preferito da Bran, e fu là che lo portò, sul bordo del laghetto al cospetto del grande albero-cuore, con il volto scolpito nel legno. Era là che lord Eddard era solito inginocchiarsi a pregare. Quando arrivarono, increspature lievi solcavano la superficie dell’acqua, trasformando l’immagine riflessa del pallido albero-diga in una danza cangiante. C’erano increspature, ma non c’era vento. Bran rimase perplesso.

Ma subito dopo Osha esplose dall’acqua con un grande spruzzo, talmente all’improvviso che perfino Estate si ritrasse, digrignando i denti. Hodor saltò indietro a sua volta, ripetendo in tono lamentoso: «Hodor, Hodor», fino a quando Bran non gli diede qualche corpetto sulla spalla in modo da dissipare le sue paure.

«Ma come puoi nuotare lì?» le domandò il ragazzo. «Non è fredda, l’acqua?»

«Da bambina mi piaceva succhiare candelotti di ghiaccio. A me il freddo piace.» Osha nuotò fino alla sponda e si tirò fuori dall’acqua, grondante. Era nuda, e la pelle d’oca punteggiava il suo corpo. Estate si avvicinò per annusarla. «Volevo toccare il fondo.»

«Non ho mai saputo che esistesse un fondo.»

«Forse non esiste.» Osha fece un sogghigno. «Cos’è che hai da guardare, ragazzo? Non l’hai mai vista, una donna, prima di oggi?»

«Certo che l’ho vista.» Bran aveva fatto il bagno con le sue sorelle mille volte, e aveva anche visto le serve che lo facevano. Osha però era diversa, dura e spigolosa invece che morbida e piena di curve. Le sue gambe erano tutte muscoli, i suoi seni piatti come sacche svuotate. «Hai un mucchio di cicatrici.»

«E me le sono guadagnate tutte.» Osha raccolse da terra la tunica marrone, scosse dalla stoffa grezza alcune foglie e la infilò dalla testa.

«Combattendo contro i giganti?» Osha sosteneva che c’erano ancora giganti a nord della Barriera. “Forse un giorno riuscirò addirittura a vederne uno…”

«Combattendo contro uomini guerrieri.» La donna strinse alla vita il tratto di corda che fungeva da cintura. «Corvi neri erano, quasi sempre. Ne ho anche ucciso uno, una volta» aggiunse, scuotendosi l’acqua dai capelli.

Bran notò come fossero cresciuti dal giorno del suo arrivo a Grande Inverno, e ora le scendevano ben al di sotto delle orecchie. Adesso Osha appariva decisamente più femminile dell’essere che un tempo aveva cercato di rapinarlo e poi di ucciderlo nella foresta del Lupo.

«Ho sentito delle chiacchiere nelle cucine, oggi» gli disse. «A proposito di te e di quei Frey.»

«Quali chiacchiere?»

«È un ragazzo ben sciocco quello che si fa beffe di un gigante.» Lei fece un sorriso amaro. «Ed è un mondo ben strano quando è uno storpio a difendere il gigante.»

«Hodor non ha capito che stavano facendosi beffe di lui» rispose Bran. «E comunque, non fa mai la lotta con nessuno.»

Bran ricordava ancora un episodio accaduto quando lui era molto piccolo. Era andato al mercato insieme alla lady sua madre e alla septa Mordane, accompagnati da Hodor, che doveva aiutarle a portare la spesa. A un certo punto, Hodor si era allontanato. L’avevano ritrovato in fondo a un vicolo, mentre alcuni ragazzi gli davano fastidio con dei bastoni. Aveva continuato a gridare “Hodor!”, cercando di proteggersi il volto con le mani, ma mai, nemmeno una volta, aveva attaccato quelli che lo tormentavano.

«Septon Chayle dice che ha uno spirito gentile.»

«Sì» concordò Osha. «E ha anche mani abbastanza forti da staccare la testa a un uomo, se gli viene in mente di farlo. Comunque, farà bene a stare attento quando c’è vicino quel Walder. E anche tu. Quello grosso che chiamano piccolo, mi sa che lo chiamano nel modo giusto. Grosso fuori, piccolo dentro… e carogna fino al midollo.»

«Non oserebbe farmi del male. Può dire quello che gli pare, ma di Estate ha paura.»

«Allora forse non è così scemo come sembra.» Osha era sempre cauta quando c’erano in giro i meta-lupi. Il giorno in cui era stata catturata, Estate e Vento grigio avevano fatto a pezzi tre altri bruti. «O magari invece lo è. Ma anche in questo caso porterebbe solo guai.» Si legò i capelli. «Ne hai fatti altri, di sogni di lupi?»

«No.» A Bran non piaceva parlare dei sogni.

«Un principe dovrebbe dire le bugie in modo più convincente» rise Osha. «Bene, i sogni sono affari tuoi. E le cucine invece sono affari miei. E farò meglio a tornarci prima che Gage si metta a gridare e a sventolare quel suo grosso cucchiaio di legno. Con permesso, mio principe.»

“Osha non avrebbe mai dovuto parlare dei sogni di lupi.” Il pensiero continuò a tormentare Bran mentre Hodor scalava i gradini di pietra per riportarlo nella sua stanza. Lottò contro il sonno con tutte le sue forze, ma alla fine, come sempre, fu il sonno a prendere il sopravvento. Quella notte sognò l’albero-diga. Il volto nel legno lo fissava con quei suoi occhi di resina color rosso profondo, la bocca di corteccia rugosa che lo chiamava. Dai rami pallidi, il corvo con tre occhi calò sbattendo le ali, beccandogli la faccia e gracchiando il suo nome con una voce tagliente come spade.

Fu il suono del corno a svegliarlo. Bran si spinse sul bordo del letto, grato che quella visione fosse stata interrotta. Udì scalpitare di cavalli e risate rombanti. “Altri ospiti che arrivano, e anche mezzi ubriachi da tutto il baccano che fanno.” Afferrandosi alle sbarre, si alzò e riuscì a raggiungere il suo posto sul sedile della finestra. Sul vessillo del gruppo di cavalieri nel cortile c’era l’emblema di un gigante circondato da catene spezzate. Capì che si trattava di uomini del clan Umber, provenienti dalle terre del Nord oltre l’Ultimo Fiume.

Il giorno seguente, due di loro chiesero udienza: erano gli zii di Grande Jon, uomini ruvidi ormai nell’inverno delle loro vite, le cui barbe erano bianche quanto le pelli d’orso che indossavano. Una volta, un corvo aveva preso Mors Umber per un cadavere e gli aveva beccato via un occhio. Al suo posto, il vecchio ora portava un pezzo di vetro di drago. Secondo quanto diceva la vecchia Nan, Mors aveva afferrato il corvo e gli aveva staccato la testa con un morso. Era stato da quel giorno che lo avevano chiamato Crowfood, Cibo di corvo. La vecchia Nan, però, non aveva mai voluto svelargli il significato del soprannome del suo scarno fratello Hother: Whoresbane, il Flagello delle puttane.

Si erano appena accomodati, quando Mors chiese il permesso di sposare lady Donella Hornwood. «Grande Jon è il braccio destro del Giovane lupo, lo sanno tutti. Chi potrà proteggere le terre della vedova meglio di un Umber? E quale Umber è migliore di me?»

«Lady Donella porta ancora il lutto» osservò maestro Luwin.

«Ce l’ho sotto le mie pellicce, la cura per il lutto» sghignazzò Mors. Ser Rodrik lo ringraziò cortesemente e promise di sottoporre la questione alla lady e al re.

Hother invece voleva delle navi. «I bruti continuano a scendere dal Nord, mai ne avevo visti tanti. Attraversano la baia delle Foche su piccole barche e approdano alle nostre coste. I corvi neri del Forte orientale sono troppo pochi per riuscire a fermarli, e quei bruti sono più svelti di un furetto. Lunghe navi, di questo abbiamo bisogno, certo, e degli uomini per manovrarle. Grande Jon ne ha presi troppi per la guerra. Metà del nostro raccolto, poi, se n’è andato in semenza: non abbiamo abbastanza braccia per maneggiare le falci.»

«Avete intere foreste di alti pini e di vecchie querce» osservò ser Rodrik arricciandosi i baffi. «Lord Manderly ha costruttori di navi e marinai in quantità. Insieme, dovreste essere in grado di varare le navi lunghe che vi servono per sorvegliare le coste di entrambi.»

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