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La Costa dei Barbari [The Wild Shore - it]

Электронная книга - «La Costa dei Barbari [The Wild Shore - it]». Краткое содержание книги:

2047: l’America soffre le conseguenze di un attacco nucleare portato a termine in maniera insospettabile da esecutori di nazioni diverse. Da quasi sessant’anni la più grande potenza mondiale è regredita a un’economia di pura sussistenza, e le comunità vivono un’esistenza separata, ristretta ognuna ai propri confini. Lo stato subisce una quarantena mantenuta con ferrea disciplina dalle squadre di sorveglianza militare giapponese e avallata dalle Nazioni Unite.
È in questo scenario apocalittico che si svolge la vicenda di Henry Fletcher, un giovane della comunità californiana di San Onofre, che per il suo sostentamento dipende interamente dalla pesca e dai raduni di baratto che si svolgono periodicamente nella valle. Dopo l’arrivo di alcuni viaggiatori di San Diego che hanno osato sfidare la vigilanza dei guardiani giapponesi. Henry viene gradualmente a conoscenza del nuovo mondo e delle sue insidie. La sua guida spirituale è Tom, l’uomo più anziano della valle, sopravvissuto alla catastrofe tristemente nota come II Giorno.
La scoperta di un mondo da cui gli americani vengono ingiustamente esclusi, il contatto con gli “stranieri” che vivono a pochi chilometri di distanza, le testimonianze di chi è riuscito a sfuggire alla prigionia in patria trascinano il giovane in un’avventura che segna la fine dell’adolescenza e la transizione verso la maturità, a cui si accompagna la speranza della redenzione per il popolo americano.
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Steve iniziò a leggere dal capitolo 16, intitolato “Meglio una vendetta simbolica che nessuna vendetta”. Baum era già arrivato a Mosca; durante la sfilata del Primo Maggio, quando tutti i tiranni del Cremlino passano in rivista la potenza militare sovietica, Baum mise di nascosto in un bidone per la spazzatura, nella Piazza Rossa, un pacchetto di fuochi artificiali, l’esplosivo più potente che era riuscito a procurarsi. Sul più bello della sfilata, i fuochi artificiali disseminarono il cielo di scintille rosse, bianche e azzurre, e costrinsero l’intero politburo dell’Unione Sovietica a cercare riparo sotto le poltrone. Questo tiro mancino, minuscola eco di quel che la Russia aveva fatto all’America, procurò a Baum lo stesso piacere del tornado, ma lo costrinse anche a svignarsela dalla capitale, perché la ricerca del colpevole era intensissima. Le peripezie che affrontò per raggiungere Istanbul, nel capitolo seguente, avrebbero sfiancato un cavallo. Un’avventura rischiosa dopo l’altra. A certi episodi Doc alzò gli occhi al cielo e ridacchiò davvero, come quello in cui Baum rubava un aliscafo in Crimea e lo pilotava sul Mar Nero, inseguito dalle cannoniere sovietiche. Baum rischiava la pelle, ma Doc continuò a ridacchiare.

«Insomma, perché ridi?» domandò Steve, irritato che la risata avesse rovinato la lettura della fuga disperata di Baum nel Bosforo.

«Oh, niente, niente» s’affrettò a rispondere Doc. «Si tratta solo del suo stile. Vedi, è troppo freddo nel racconto.»

Ma nel capitolo seguente, “Venezia sommersa”, Doc rise di nuovo. Steve si accigliò e smise di leggere.

«Aspetta un momento» disse Doc, anticipando il rimprovero. «Dice che il livello dell’acqua è dieci metri più alto di quello d’una volta. Ma tutti vedono che il livello dell’acqua è sempre lo stesso. Anzi, forse è addirittura inferiore.»

«È lo stesso» disse Tom, sorridendo alla discussione.

«Va bene. In questo caso, dovrebbe essere lo stesso anche a Venezia.»

«Forse lì le cose sono diverse» protestò Mando, sdegnato.

Doc ridacchiò ancora. «Gli oceani sono comunicanti» disse a Mando. «Il mare ha un livello solo.»

«In pratica secondo te questo Glen Baum è un bugiardo» disse Kathryn, con un certo interesse. Non ne sembrava dispiaciuta e io sapevo il motivo. «Il libro è tutto un’invenzione!»

«Non è vero!» gridò Steve, con rabbia. E Mando gli fece eco.

Doc alzò la mano. «Non dico che sia inventato. Ma non so se sia tutto vero. Forse c’è qualche esagerazione, per ravvivare la storia.»

«Dice che Venezia è sprofondata» obiettò freddamente Steve e rilesse quel brano. Spiegò: «Gli isolotti sono sprofondati ed è stato necessario costruire baracche sui tetti, per stare fuori dell’acqua. Quindi non occorreva che il livello del mare aumentasse.» Stizzito, guardò Doc. «A me sembra attendibile.»

«Può darsi, può darsi» disse Doc, serio. Steve serrò le mascelle, rosso in viso.

«Andiamo avanti con la lettura» intervenni. «Voglio sapere cosa succede dopo.»

Steve riprese a leggere, con voce rauca, in fretta. Le avventure di Baum divennero frenetiche. Era sempre in pericolo, ma in un certo senso non era più lo stesso. Nel capitolo intitolato “Remota Tortuga”, quando da un aereo in avaria si era paracadutato nel Mar dei Caraibi insieme con altri passeggeri che poi avevano gonfiato una zattera, Doc lasciò l’ospedale e passò in cucina, girando il viso per nascondere a Steve e a Mando l’ampio sogghigno. Gli uomini sulla zattera gonfiabile, tra parentesi, perirono uno alla volta, vittime della sete e degli assalti di tartarughe giganti, finché il solo Baum toccò terra, sulla spiaggia ai margini della giungla dell’America centrale. Sarebbe stata una situazione drammatica, e anche dolorosa; ma quando Baum incontrò nella giungla un cacciatore di teste, Tom cominciò a ridacchiare, in cucina Doc si sganasciò e anche Kathryn scoppiò a ridere. Steve chiuse rumorosamente il libro e a momenti diede un pestone a Kathryn, alzandosi di scatto.

«Per gente come voi non leggo più!» esclamò. «Non avete il minimo rispetto per la letteratura!»

Tom rise ancora più forte, tanto da rimettersi a tossire. Doc rientrò subito e ci scacciò lutti. La seduta di lettura era terminala.

Ma tornammo la sera dopo; e Steve, controvoglia, accettò di leggere. Ben presto Un americano intorno al mondo terminò, e forse fu meglio così; continuammo con Grandi prospettive e poi a turno leggemmo Molto rumore per nulla e anche altri libri. Era sempre un divertimento. Ma Tom continuava a tossire. Divenne più silenzioso, più magro, più pallido. I giorni trascorsero lentamente tutti uguali; non me la sentivo di unirmi agli scherzi sulle barche, né d’imparare a memoria le letture, né di leggere. Tutto mi pareva privo d’interesse e Tom era sempre più malato, giorno dopo giorno, fino al punto che certe sere non avevo cuore di guardarlo, disteso sulla schiena, quasi inconsapevole della nostra presenza; e ogni mattina mi svegliavo con quel nodo allo stomaco e con la paura che quello fosse il suo ultimo giorno di vita.

17

Certe mattine mi svegliavo all’alba, prima che le barche uscissero, e andavo a dare un’occhiata a Tom. Quasi sempre lo trovavo addormentato. Le notti erano dure, diceva Doc. Tom peggiorò in continuazione, fino a ridursi quasi in fin di vita… lo vedevo anch’io… e lì rimase sospeso, rifiutandosi di andarsene. Una mattina era mezzo sveglio: gli occhi iniettati di sangue mi fissarono con aria di sfida. Non è ancora giunto il mio momento, dicevano. Tom non aveva dormito quella notte, mi disse Mando. Adesso non si sentiva di parlare. Mi fissava e basta. Gli strinsi la mano: pelle umida, inerte, solo ossa. Me ne andai, scuotendo la testa di fronte a quella tenacia. Cent’anni di vita non gli bastavano. Voleva vivere per sempre. L’espressione dei suoi occhi me l’aveva detto. Sorrisi brevemente, augurandomi che ci riuscisse. Ma la visita m’aveva spaventato. Scesi in fretta la montagna fino alle barche, come se fuggissi via dalla Mietitrice in persona.

Un’altra mattina notai che Doc diventava più vecchio, a prendersi cura di Tom. Doc aveva superato i settanta, in molti villaggi sarebbe stato il più anziano. Forse, molto presto, lo sarebbe stato nel nostro. Una mattina, dopo una notte assai dura, sedetti con Mando e Doc al tavolo della cucina. Loro due erano rimasti svegli fin quasi all’alba, cercando di lenire la tosse di Tom, meno tormentosa ma più continua. Doc aveva rughe arrossate e profonde, borse sotto gli occhi. Mando appoggiò la testa sul tavolo, a bocca aperta come un pesce. Mi alzai ad attizzare il fuoco, misi a scaldare un bricco d’acqua, preparai tè e fiocchi d’avena caldi.

«Perderai la barca» disse Doc; ma piegò gli angoli della bocca in un sorriso. Gli tremavano le mani, mentre reggeva la tazza di tè. Mando si svegliò al profumo dei fiocchi d’avena e alzò a fatica il viso dal tavolo. Ridemmo di lui e mangiammo. Poi tornai giù. Avevo sempre un nodo allo stomaco.

Quel giorno era sabato. La domenica andai in chiesa. C’erano altri che, come me, ci andavano di rado: Rafael, Gabby, Kathryn e, nascosto in fondo, Steve. Carmen capì perché eravamo venuti; al termine della preghiera conclusiva disse: «E Ti preghiamo, Signore, di ridare a Tom la salute.» La sua voce aveva tanto potere e tanta calma che ci si sentiva quasi toccati, avvinti: sarebbe andato tutto bene… Gli «Amen» furono forti. Uscimmo dalla chiesa come una sola, grande famiglia.

Questo domenica mattina, però. Per il resto della settimana, la tensione rese irritabile la gente. Mando perse il sonno e fu la vittima degli sfoghi di Doc. E se ne fregò di quale libro leggevo, o se leggevo.

«Armando!» dissi. «Proprio tu, fra tutti, hai bisogno di leggere.»

«Lasciami stare» rispose, esausto.

Intorno ai forni, le donne parlavano a bassa voce. Niente pettegolezzi, niente risate. Sulle barche, niente scherzi da marinaio. Aiutai i Mendez a raccogliere legna: quasi litigai con Gabby per decidere come trasportare alla sega un eucalipto caduto. Più tardi, quel giorno stesso, passai davanti alla signora Mariani e alla signora Nicolin, che discutevano animatamente sulla porta della latrina. Nessuno m’avrebbe creduto, se l’avessi raccontato. Percorsi in fretta il sentiero, sempre più infelice.

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