La Costa dei Barbari [The Wild Shore - it]
- Автор: Робинсон Ким Стэнли
- Серия: Tre Californie #1
- Год: 1990
- Язык: итальянский
- Год: Interno Giallo
- ISBN: 88-356-0035-9
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «La Costa dei Barbari [The Wild Shore - it]». Краткое содержание книги:
È in questo scenario apocalittico che si svolge la vicenda di Henry Fletcher, un giovane della comunità californiana di San Onofre, che per il suo sostentamento dipende interamente dalla pesca e dai raduni di baratto che si svolgono periodicamente nella valle. Dopo l’arrivo di alcuni viaggiatori di San Diego che hanno osato sfidare la vigilanza dei guardiani giapponesi. Henry viene gradualmente a conoscenza del nuovo mondo e delle sue insidie. La sua guida spirituale è Tom, l’uomo più anziano della valle, sopravvissuto alla catastrofe tristemente nota come II Giorno.
La scoperta di un mondo da cui gli americani vengono ingiustamente esclusi, il contatto con gli “stranieri” che vivono a pochi chilometri di distanza, le testimonianze di chi è riuscito a sfuggire alla prigionia in patria trascinano il giovane in un’avventura che segna la fine dell’adolescenza e la transizione verso la maturità, a cui si accompagna la speranza della redenzione per il popolo americano.
Tom scosse la testa.
«Niente proteste» lo avvertì Doc. «Per te ci vuole l’ospedale, ragazzo.»
«Nemmeno per sogno» disse Tom. Si schiarì la gola. «Resto qui.»
«Maledizione a te!» Doc era sinceramente arrabbiato. «È facile che tu abbia la polmonite. Se non vieni con me, mi trasferisco qui io. Cosa penserà Mando?»
«Ne sarebbe felice.»
«Ma io no.»
Tom colse l’espressione sul viso di Doc. Probabilmente era vero: sarebbe stato più facile che Doc si trasferisse a casa di Tom che non il contrario. Ma casa di Doc era anche l’ospedale. Doc non esercitava più seriamente… Cioè, faceva quel che poteva, ma a volte non bastava. Fratture, tagli, parti… era bravo, in questo. Anni prima, quando Doc era giovane, suo padre, un medico innamorato della professione, gli aveva insegnato con insistenza da fanatico tutto quel che sapeva. Ma ora Doc era responsabile della sorte del suo migliore amico, gravemente ammalato… e forse trasferire Tom all’ospedale era un modo per convincersi di poter fare qualcosa per lui. Vedevo quasi Tom fare lo stesso ragionamento, mentre guardava Doc in viso… con lentezza maggiore del solito, forse.
«Polmonite, eh?» disse.
«Infatti.» Doc si girò verso di noi. «Uscite tutti per qualche minuto.»
Kathryn, Kristen e io ci fermammo nel cortile, fra i pezzi di macchinario arrugginito che macchiavano il terreno. Kristen ci disse come aveva trovato Doc. Kathryn e io fissammo l’oceano, condividendo in silenzio la nostra pena. Le nubi avanzavano rapidamente. Succedeva fin troppo spesso: un giorno pieno di sole, oscurato dalle nuvole a metà pomeriggio. Il vento frustava le erbacce e i capelli.
Doc sporse la testa. «C’è bisogno d’aiuto, dentro» disse. Entrammo in casa. «Kathryn, metti insieme un po’ di vestiti, un paio di camicie da portare a letto, roba così. Henry, vuole prendersi qualche libro, vai a vedere quale.»
Tornai in camera da letto. Tom era in piedi davanti alle fotografie appuntate alla parete, con il dito ne teneva una ben distesa. «Oh, scusa» dissi. «Quali libri vuoi portarti via?»
Si girò, andò lentamente accanto al letto. «Ti faccio vedere.» Andammo insieme al ripostiglio. Nel buio guardò i libri ammucchiati. Quelli che voleva portarsi via erano tutti in una pila accanto alla porta. Tom si accoccolò e me li passò a uno a uno. Notai solo un titolo, Grandi prospettive. Si fermò quando fui a braccia piene. Prese ancora un libro.
«Ecco. Questo tienilo per te.»
Mi tese il libro che Wentworth ci aveva dato, quello con le pagine bianche.
«Cosa me ne faccio?»
Cercò di mettermelo fra le braccia insieme con gli altri, ma non c’era posto.
«Un momento… non dovevi scriverci le tue storie?»
«Voglio che lo faccia tu.»
«Ma io non conosco le storie!»
«Sì, invece.»
«No. E poi, non so come si scrive.»
«Sai scrivere eccome! T’ho insegnato io, Cristo.»
«Sì, a scrivere. Ma non a scrivere libri.»
«Non ci vuole niente. Vai avanti finché non hai riempito tutte le pagine.» Mi costrinse a reggere il libro sotto l’ascella.
«Tom, no» protestai. «Sei tu che devi scriverlo.»
«Non posso. Ho tentato. Vedrai che mancano le prime pagine. Ma non ci riesco.»
«Non ci credo. Come, la storia che ci hai raccontato l’altra sera…»
«Non è la stessa cosa, credimi.» Parve desolato. Restammo lì a fissare il libro bianco che reggevo sottobraccio, sconvolti. «Le storie che so io, non vorresti vederle scritte.»
«Oh, Tom.»
Entrò Doc. «Henry, non riuscirai a portare tutti quei libri. Passali a Kristen, lei ha una sacca.»
«E io cosa porto?»
«Tu e io portiamo Tom, giovanotto. Ti sembra che sia in grado di attraversare a piedi la valle?»
Pensai che Tom gli avrebbe dato un pugno, ma il vecchio non reagì. Parve solo imbronciato e stanco. Disse: «Non sapevo che avessi una barella, Ernest.»
«Non ce l’ho, infatti. Useremo una delle tue poltrone.»
«Ah. Be’, sarà faticoso.» Entrò nella stanza grande. «Quella vicino alla finestra è la più leggera.» La portò fuori lui stesso e vi si sedette.
«Metti i libri nella sacca di Kristen» disse Doc.
«Se pesano!» disse Kristen, mentre li impilavo dentro. Andai ad aiutare Kathryn a cercare le camicie di Tom. Incuriosito, controllai la fotografia che Tom aveva guardato; era un viso di donna. Kathryn prese una bracciata di vestiti e uscimmo. Il vecchio fissava il mare. L’oceano già s’infuriava e a metà strada dall’orizzonte comparivano e scomparivano le prime creste di spuma.
«Sei pronto?» chiese Doc.
Tom annuì, senza guardarci. Doc e io afferrammo ai lati la poltrona, dal fondo e dal bracciolo. Tom piegò il collo per dare ancora un’occhiata alla casa, mente camminavamo lentamente lungo il sentiero del costone. Con le labbra piegate in una smorfia, disse: «Sono l’ultimo americano.»
«Col cavolo che sei l’ultimo» dissi. «Col cavolo.» E lui ridacchiò debolmente.
La discesa del sentiero fu piena di difficoltà, ma a valle Tom pareva ancora più pesante. «Prendo il tuo posto» disse Kathryn a Doc. Posammo a terra la poltrona. Tom rimase seduto, a occhi chiusi; non disse una parola. Era così insolito che il vecchio stesse zitto! Anche nel vento fresco, aveva sulla fronte goccioline di sudore.
Kathryn e io lo sollevammo. Kathryn era molto più robusta di Doc, per cui avevo meno peso da portare. Entrammo nell’ombra della foresta.
«Peso troppo?» disse Tom. Aprì gli occhi e guardò Kathryn. Le braccia lentigginose, a gomiti stretti, schiacciavano i seni davanti al viso del vecchio. Tom mimò il gesto di morderli.
Kathryn rise. «Non più di una poltrona piena di sassi.»
Al ponte ci fermammo a riposare; guardammo le nubi rotolare sopra di noi, parlando come se facessimo una normale passeggiata. Ma, con Tom nella poltrona, le frasi mancavano di naturalezza. Sulla riva a monte, alcuni bambini sguazzavano nell’acqua; si fermarono a guardarci attraversare il ponte, abbastanza stretto da costringermi a fare strada camminando a ritroso. Tom guardò mestamente i marmocchi nudi, che lo segnavano a dito e strillavano. Kathryn vide la sua espressione; mi lanciò uno sguardo furtivo, addolorata. Nubi grigie e gonfie calavano su di noi, il vento ci scompigliava i capelli, faceva freddo, la luce diminuiva… Cercai miseramente di trovare un modo per distrarre Tom.
«Ancora non capisco cosa me ne faccio di quel libro in bianco» dissi. «Tienilo tu, Tom, è meglio. Forse da Doc ti verrà voglia di scrivere qualcosa.»
«No. È tuo.»
«Ma… ma cosa me ne faccio?»
«Scrivici sopra. Per questo te l’ho dato. Scrivici la tua storia.»
«Ma non ho una storia.»
«Certo che ce l’hai. “Un americano in patria”.»
«Ma non vale niente. E poi, non so come scriverla.»
«Scrivi e basta. Scrivi come parli. Racconta la verità.»
«Quale verità?»
Dopo una lunga pausa, disse: «Lo scoprirai. Il libro serve proprio a questo.»
Non lo seguivo più, ma ormai risalivamo il sentiero per la casa dei Costa ed eravamo quasi alla piccola terrazza spoglia sul fianco della montagna, dove la casa sorgeva. Guardai Kathryn e lei mi ringraziò con un rapido sorriso perché distraevo il vecchio. Lo portammo per l’ultimo tratto.
La casa dei Costa luccicava di nero contro gli alberi e le nuvole. Mando uscì ad accoglierci. «Come stai, Tom?» chiese vivacemente. Senza rispondere, Tom cercò di reggersi in piedi e di varcare la soglia. Non ci riuscì; Kathryn e io lo portammo dentro. Mando ci precedette nella stanza d’angolo che chiamavano ospedale. Le due pareti esterne erano di bidoni; c’erano due letti, una stufa, una botola sul tetto per far entrare sole e aria, un liscio pavimento di legno. Sistemammo Tom nel letto d’angolo. Lui vi rimase disteso, con una debole smorfia. Andammo in cucina e lasciammo che Doc si prendesse cura di lui.