Il pianeta del miraggio [Job: A Comedy of Justice - it]
- Автор: Хайнлайн Роберт Энсон
- Год: 1990
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- ISBN: 978-88-04-33638-9
- Переводчик: Riccardo Valla
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Il pianeta del miraggio [Job: A Comedy of Justice - it]». Краткое содержание книги:
Nominato per il premio Nebula per il miglior romanzo in 1984.
Nominato per il premio Hugo per il miglior romanzo in 1985.
Contai fino a dieci, all’indietro, in ebraico. «Se non le dispiace, vorrei sapere come raggiungere quella cabina del servizio informazioni. Visto che non posso volare, in che modo posso arrivarci?»
«Perché non me l’hai chiesto subito? Prendi l’autobus.»
Più tardi ero seduto su un carro dei Trasporti Urbani Celesti diretto verso il Trono lontano. Il carro era aperto, a forma di barca, e vi si saliva dal di dietro; non c’era alcun motore visibile e nessun manovratore. Faceva le fermate indicate dagli appositi cartelli e io ero salito a una di esse. Non avevo ancora capito come fermarlo per scendere.
A quanto pareva, tutti gli abitanti della Città si servivano di quegli autobus (tranne qualche pezzo grosso che aveva il suo carro personale). Perfino gli angeli. Quasi tutti i passeggeri erano umani che indossavano la solita veste bianca e portavano un filino di aureola. Ma una piccolissima percentuale portava abiti delle epoche più svariate e aveva aureole molto più grandi e luminose. Notai che gli angeli si comportavano con più educazione, quando parlavano con queste creature dall’aureola grande. Però non si sedevano assieme a loro. Gli angeli sedevano nei posti davanti, gli umani privilegiati in centro, e le anime comuni (compreso il vostro affezionatissimo) in fondo.
Chiesi a uno dei miei compagni quanto tempo occorreva per arrivare al Trono.
«Non saprei» mi rispose. «Io scendo molto prima.»
Quella creatura sembrava di sesso femminile, di mezza età e ben disposta nei miei riguardi, perciò dissi una delle solite frasi: «Dal suo modo di parlare, lei deve essere del Kansas, vero?»
Lei sorrise. «No, mi dispiace. Sono nata nelle Fiandre.»
«Davvero? Sa che parla molto bene l’inglese?»
Lei scosse gentilmente la testa. «Non ho mai imparato quella lingua.»
«Ma…»
«Lo so. Lei è uno dei recenti arrivi. Il Cielo non è affetto dalla maledizione di Babele. Qui la Confusione delle Lingue non c’è mai stata… per mia fortuna, perché io non sono mai stata portata per le lingue straniere, e la cosa mi ha sempre bloccato in tante cose, prima che morissi. Qui, però, non è più così.» Mi guardò con curiosità. «Posso chiederle dove è morto? E quando?»
«Non sono morto» le spiegai. «Sono stato portato qui ancora in vita, durante il Rapimento, nel giorno del Giudizio.»
Lei fece la faccia stupita. «Oh, che cosa eccitante! Lei deve essere molto santo.»
«Non credo. Che cosa glielo fa pensare?»
«Il Giudizio verrà… è venuto, anzi… senza preavviso. O così mi hanno sempre detto.»
«Esatto.»
«Allora, senza preavviso, senza avere tempo di fare una confessione, senza un prete che la aiutasse… lei era pronto! Era senza peccato come Maria Vergine. È venuto direttamente in Cielo. Lei deve essere davvero un santo.» E aggiunse: «L’ho pensato subito, quando ho visto il suo costume, perché i santi… e soprattutto i martiri… spesso si vestono come quando erano sulla terra. Ho anche visto che non porta l’aureola da santo. Ma quella è facoltativa.» All’improvviso, assunse un’espressione intimidita. «Mi dà la sua benedizione? O chiedo troppo?»
«Sorella, io non sono un santo.»
«Non mi vuole dare la sua benedizione?»
(Gesù, perché mi succede questo genere di cose?) «Anche se le ho detto che, a quanto mi risulta, non sono un santo, lei vuole lo stesso la mia benedizione?»
«Se lei è disposto a darmela… padre reverendo…»
«Va bene. Si giri verso di me e abbassi leggermente la testa…» Invece, la donna si inginocchiò. Io le posai la mano sul capo. «Per l’autorità che mi è stata conferita come ministro della chiesa universale di Gesù Cristo Figlio di Dio Padre e con il potere dello Spirito Santo, benedico questa nostra sorella in Cristo.»
Sentii alcune voci dire «Amen!» intorno a noi; tutti ci avevano dato ascolto. Io ero leggermente imbarazzato. Non ero sicuro, e non lo sono neppure adesso, di avere l’autorità di dare benedizioni nella Città Celeste. Ma quella cara donna me l’aveva chiesta, e io non potevo rifiutargliela.
Lei mi guardò con le lacrime agli occhi. «Lo sapevo!»
«Che cosa?»
«Che lei è un santo. Adesso la porta!»
Stavo per chiederle: “La porto, che cosa?” quando si verificò un piccolo miracolo. All’improvviso mi parve di vedermi dall’esterno: calzoni kaki spiegazzati, camicia militare con un rasoio nel taschino, barba di tre giorni e capelli lunghi… e, sopra la mia testa, un’aureola scintillante, grossa come una gomma d’automobile!
«Torni a sedere» le dissi. «Non facciamoci notare.»
«Sì, reverendo padre.» Poi aggiunse: «Lei non dovrebbe sedere qui in fondo».
«Non se ne preoccupi, figliola. Ora, mi parli di lei.» Mi guardai attorno, mentre la donna si sedeva, e incrociai lo sguardo di un angelo seduto tutto solo, nella parte anteriore. L’angelo mi fece segno di avvicinarmi.
Io ero stufo dell’arroganza degli angeli; a tutta prima finsi di non vederlo. Ma tutti ci guardavano, anche se fingevano di non accorgersi di niente, e la mia compagna, intimidita, prese a sussurrarmi: «Reverendo padre, l’angelo vuole vederla».
Io cedetti, in parte perché era più semplice, in parte perché volevo fare una domanda all’angelo. Mi alzai e mi recai nella parte anteriore.
«Voleva parlarmi?»
«Sì. Lei conosce le regole. Angeli davanti, creature in fondo, in centro i santi. Se lei si siede in fondo con le creature, dà loro brutte abitudini. Come pensa di mantenere i suoi privilegi di santo, se ignora il protocollo? Che non succeda più.»
Pensai a varie risposte, non propriamente celestiali. Invece, chiesi: «Posso farle una domanda?»
«La faccia.»
«Quanto ci vuole ancora, perché questo autobus raggiunga il fiume che scaturisce dal Trono?»
«Perché me lo chiede? Lei ha tutta l’eternità a disposizione.»
«Lo dice perché non lo sa? O perché non vuole dirmelo?»
«Vada a sedere al suo posto. Immediatamente!»
Tornai indietro e cercai un posto in fondo. Ma le altre creature avevano occupato anche il mio posto e non mi lasciavano sedere. Nessuno parlò e nessuno mi guardò negli occhi, ma era evidente che nessuno intendeva aiutarmi a sfidare l’autorità di un angelo. Con un sospiro andai a sedere nella sezione centrale, in uno splendido isolamento, perché ero l’unico santo dell’autobus. Ammesso che fossi un santo.
Non so quanto tempo impiegassi per raggiungere il Trono. Nel Cielo la luce è sempre uguale e la temperatura non cambia e io non avevo l’orologio. Fu semplicemente un tempo lunghissimo, di grande noia. Noia? Certo. Uno splendido palazzo di pietre preziose è uno spettacolo meraviglioso. Dieci di quei palazzi sono dieci spettacoli, ciascuno diverso dall’altro. Ma cento chilometri di quei palazzi vi mettono sonno, e mille chilometri sono insopportabili. Dopo un po’, mi augurai di vedere una discarica, un deposito di auto usate o (meglio ancora) qualche giardino verde o un po’ di campagna.