La prima indagine di Montalbano
- Автор: Камиллери Андреа
- Год: 2009
- Язык: итальянский
- Год: Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano
- ISBN: 978-88-04-55020-4
- Жанр: Полицейские детективы
Электронная книга - «La prima indagine di Montalbano». Краткое содержание книги:
Lei attaccò subito.
«Mi dici a che punto sei con l’indagine?»
«A un punto morto.»
«Perché?»
Le contò tutto, come una specie di sfogo. Tutto, fino a Bonsignore che non se l’era sentita di racconoscere Giacomo Arena in fotografia, fino al PM che gli aviva negato la perquisizione.
«Ma scusami, Salvo, che speravi di trovare nel garage di Arena?»
«È la stessa domanda che mi ha fatto il PM. E ti rispondo come ho risposto a lui: non lo so.»
«Allora perché ti ostini?»
«Mi sento come un cane da caccia, il suo istinto e il suo fiuto l’avvertono che nelle vicinanze deve esserci qualcosa, ma non riesce a capire di cosa si tratta.»
Linda per un pezzo non parlò. Doppo disse:
«Tutto quello che la bambina indossava quando è stata rapita ce l’aveva ancora quando è apparsa al cancello della villa Riguccio. Questo lo so per certo.»
«Catenine? Anellini?»
«Non ne portava.»
«Aveva un fiocco nei capelli, un nastro?»
«No.»
Doppo tanticchia di silenzio, Linda fece una domanda che strammò Montalbano.
«Ti dispiace se accendo per un momento il televisore?»
«No. Ma che vuoi vedere?»
«Come va la Juve.»
«Sei tifosa?!»
«Sì. Tu no?»
«No. Fai pure.»
Linda si susì e di subito s’apparalizzò. Il commissario la taliò. La picciotta stava immobile, la vucca aperta, l’occhi sbarracati.
«Dio mio! La palla!» arriniscì finalmente a dire.
«Che palla?» fece Montalbano intronato.
«La palla di Laura. Ce l’aveva fino a quando è stata rapita. Ce l’aveva in macchina e nel garage. L’ha pure disegnata. Non ce l’aveva più invece quando è apparsa al cancello dei Riguccio!»
«Ne sei certa?»
«Certissima! Suo nonno gliene stava facendo un’altra!»
sette
Prima di ricorrere ai metodi poco ortodossi, come li aviva chiamati il PM Carlentini, c’era un’altra strata da tentare, assolutamente ortodossa, anzi tradizionale per la sbirreria di tutto il mondo. In gergo, il saltafosso. Ma per rendere il saltafosso plausibile c’era di bisogno di un’attenta regìa, perché comunque di messinscena, di tiatro si trattava. Nel caso specifico, era fondamentale procurarsi prima di tutto un indispensabile oggetto di scena con una scusa qualisisiasi. Qualisisiasi va bene, ma in definitiva quale? La ricerca della scusa gli occupò i pinseri mentre si dirigeva da Marinella al commissariato. Aviva dormuto bene, tutta una tirata, si era arrisbigliato con la mente lùcita e frisca avendo chiaro quello che avrebbe dovuto fare. Il come farlo, restava ancora in una zona d’ùmmira.
La jornata era di una ducizza da lukum. A malgrado che aviva prescia, si godì il paesaggio andando a passo di formicola e facendo nesciri pazze le machine che erano darrè alla sua.
Appena trasuto in ufficio, s’appattò con Fazio.
«Pigliati una macchina di servizio, chiama Alfano e portatelo appresso.»
«Che dobbiamo fare?»
«Rintracciate Giacomo Arena e vi mettete a seguirlo.»
Fazio lo taliò dubitoso.
«Dottore, se me lo diceva aieri a sira sarebbe stato più facile. Ma ora come ora quello se ne starà in giro col camioncino a fare le consegne per conto della ditta Infantino e io come faccio a sapere…»
«Non c’è problema. Ti fai dire le consegne che Arena deve fare dallo stesso Infantino.»
Fazio strammò.
«Con una macchina di servizio?! Ma, dottore, Infantino sapi legge e scrivere! Vede stampato “Polizia’’ sull’auto, sente a mia che gli faccio domande e s’allarma!»
«È proprio quello che voglio. Metterlo in agitazione. Quando avrete avuto l’indicazione, seguite Arena e, appena siete in un posto che non ci sono né macchine né persone, lo fermate.»
«Con quale scusa?»
«Inizialmente, con una scusa banale, che ne so, il fanalino posteriore rotto, eccesso di velocità, fate voi. Ma dovete portare avanti la cosa con tale lintizza e strafottenza che Arena, esasperato, perda la pazienza. E allora l’ammanettate per resistenza. Chiaro?»
«Chiarissimo. E dopo?»
«Dopo lo porti qua e lo metti in sicurezza.»
«E il camioncino?»
«Mentre tu porti qua Arena, Alfano rimane lì di guardia. Appena hai messo Arena in sicurezza, ritorni sul posto. Quando sei lì, chiami col cellulare Infantino e gli spieghi dove si trova il suo camioncino. Non rispondere assolutamente alle sue domande. Aspettate fino a che non arriva qualcuno della ditta, consegnate il camioncino, e poi ve ne tornate qua.»
«Sicuramente verrà Infantino in persona. E se mi spia che fine ha fatto Arena?»
«Gli dici la verità, che è stato arrestato.»
«E se mi spia la ragione?»
«A quel punto diventi una tomba. Più evasivo sei e meglio è. Lascialo còcire a foco lento.»
Ora doviva recitare la parte più difficile. Indove sarebbe stato necessario contare farfantarìe a un galantomo che altra colpa non aviva se non di essere il patre di uno sdilinquente. Ma la scusa per farsi dare quello che era indispensabile al saltafosso ancora non l’aviva attrovata. Addecise d’affidarsi alla ventura e la ventura gli fu amica.
Alla tuppiata, gli venne a raprire, proprio come l’altra volta che c’era andato, l’avvocato Mongiardino. Tutti e due, appena si vittiro, s’imparpagliarono. Mongiardino sorpreso dalla visita non preavvisata, Montalbano pirchì l’omo che gli stava davanti non era più il ben vestito signore anziano dell’altra volta, ma un vecchio cadente e trasandato. Aviva la varba longa, l’occhi arrussicati e gonfi, come capita a chi ha chiangiuto a longo. Matre santa! Che gli era capitato?
Mongiardino lo fece trasire nello studio e, mentre il commissario s’assittava, egli, più che assittarsi a sua volta, crollò sulla poltrona.
«Mi dica, commissario.»
Una voce sfinita, che faceva le parole splàpite come doppo che si è cercato di cancellarle con una gomma. La cammara era scurosa pirchì le persiane erano chiuse, eppure per Mongiardino doviva esserci troppa luce, si tiniva le mano davanti all’occhi.
«La signora come sta?» fece Montalbano tanto per principiare.
«È stata ricoverata ieri pomeriggio in una clinica di Montelusa. Il cuore.»
Doviva trattarsi di cosa seria, se il marito era arridotto accussì. Le mano davanti all’occhi trimavano. Montalbano maledicì se stesso e il misteri che faciva, ma doviva insistere. E lo fece.
«Stamatina come stava? Ha notizie?»
«Non lo so. Più tardi, se ce la faccio, andrò a Mon- telusa.»
«Mi scusi, ma suo figlio Gerlando non…»
Il vecchio si levò lentamente le mano di davanti all’occhi che apparsero al commissario chini di lagrime.
«Gerlando Mongiardino…» principiò il vecchio con voce inaspettatamente forte e chiara, ma dovette fermarsi un istante, il respiro gli era venuto a mancare, «Gerlando Mongiardino non appartiene più alla nostra famiglia. Ieri sera è andato in clinica, ma mia moglie non l’ha voluto vedere. E mai più metterà piede in questa casa. E appena sento la sua voce, riattacco il telefono.»
Allura non era per la mogliere che il vecchio aviva chiangiuto! Vuoi vidiri che il pus era nisciuto fora dalla ferita infetta e tenuta fino a quel momento ammucciata? L’avvocato si susì, ma perse l’equilibrio. Di scatto, Montalbano satò addritta e lo sorresse.
«Voglio andare un momento di là.»
«L’accompagno?»
«No.»
Sapivano tutto! Sapivano la parte che Gerlando aviva avuto nel rapimento della picciliddra! S’avvicinò alla scrivania supra la quale c’era ancora la palla oramà tutta pittata, la fata Zurlina e il mago Zurlone splendevano di colori. E sempre supra la scrivania, il commissario vitti una busta voluminosa, che era stata rapruta. La girò per vidiri se c’era il mittente.